Giovani sotto attacco

 

Uno dei danni, e non dei meno gravi, provocato dalla lunga egemonia marxista nella cultura italiana è stato quello di aver totalmente archiviato la questione giovanile in quanto fatto educativo che implica una responsabilità degli adulti, in favore di un volontarismo e di uno spontaneismo classista che si rifiutavano di cogliere il dato antropologico in se stesso.

Per quei cattivi maestri, l’importante era realizzare la società socialista, senza sfruttati e senza sfruttatori; i giovani non erano una categoria psicologica e morale, ma solo una massa di manovra da lanciare verso l’obiettivo politico; l’unica distinzione era ideologica, fra giovani di sinistra e giovani di destra: figli del popolo i primi, dunque potenzialmente e naturalmente “buoni” (versione aggiornata del “buon selvaggio” di illuministica memoria), figli di nessuno i secondi, meritevoli di essere ricacciati nelle fogne dalle quali erano malauguratamente emersi.

Che il giovane sia un soggetto in evoluzione, esposto a mille suggestioni e a mille contrastanti influssi; che sia necessario e doveroso, per l’adulto, rispettarne la specificità, i tempi e i modi della crescita, pur assumendosi la responsabilità di indirizzarlo e di guidarlo; che sia necessario aiutarlo a divenire quel che deve divenire, quel che ogni uomo dovrebbe divenire per essere pienamente una persona e non un mero individuo, tutto questo sembrava ininfluente o, peggio, paternalistico e reazionario; la cultura egemone di sinistra oscillava tra un concezione ideologica fortemente impegnata e militante, tendente a ridurre ogni cosa sotto la categoria della politica, ed una pseudo-libertaria ed anarcoide, pienamente fiduciosa nel fatto che il ragazzo sappia e possa indirizzarsi da se stesso verso il bene e verso il giusto.

È degno di nota il fatto che, quando la marea marxista era al culmine, la cultura cattolica ne risentì fortemente l’influenza e molti teologi e filosofi cristiani si misero a flirtare con essa (un nome per tutti: Giulio Girardi, promotore del movimento “Cristiani per il socialismo” e antesignano della “teologia della liberazione”); anche il pensiero educativo cattolico “di sinistra” ne fu molto influenzato e non è difficile cogliere in taluni aspetti della pedagogia di don Lorenzo Milani, ad esempio – valga per tutti la «Lettera a una professoressa» – degli accenti di lotta di classe dura e intransigente, a fronte di un silenzio quasi totale circa la specificità del messaggio evangelico fondato sull’amore, sul superamento misericordioso delle logiche oppositive, a livello sociale e politico così come a livello individuale e personale; per non parlare della sconvolgente novità del Dio-uomo che muore e risorge per amore gratuito degli uomini.

La cultura di destra, da parte sua, già fortemente minoritaria e ghettizzata, tagliata fuori dal filone principale del dibattito culturale, dalle grandi case editrici, dalle cattedre universitarie, non ha fatto assolutamente nulla per rivendicare il primato della persona o per evidenziare le specificità dell’età evolutiva; anch’essa non ha saputo vedere nei giovani altro che una massa di manovra da contrapporre a quella egemonizzata dalla sinistra; nemmeno essa è stata capace di andare oltre la concezione stessa di “massa” e ritornare alla singola persona, nel caso specifico al singolo bambino, adolescente o giovane uomo e giovane donna.

Il consumismo e la mentalità affaristica, da parte loro, hanno eroso, gradualmente ma inarrestabilmente, il senso della persona e distrutto le basi stesse della peculiarità giovanile, modellando il ragazzo sullo stampo del consumatore compulsivo, sia pure per interposta persona (cioè attingendo al portafogli di papà); fenomeno che si è originato, in Italia, fin dagli anni ’50 del secolo scorso, con il “boom” economico, e che si è significativamente intrecciato con la generazione beat, con la contestazione studentesca, con le lotte politiche degli anni di piombo, dando luogo a una sorta di sincretismo ideologico: il sogno fiammeggiante della rivoluzione, ma con il sedere al caldo grazie ai soldini dei genitori.

Purtroppo quasi tutta la musica leggera, lo spettacolo e l’industria del tempo libero, hanno alacremente lavorato per modellare questo strano tipo di consumatore precoce ed onnivoro, permeato di falsa coscienza e nondimeno instancabile nel suo attivismo, concorrendo a quella mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva riconosciuto e descritto nei suoi «Scritti corsari» degli anni ’60 e dei primi anni ’70.

Il resto non è nemmeno storia. Con la fine della guerra fredda il modello consumista ha dilagato trionfante e senza più nemmeno fare lo sforzo di assumere qualche travestimento ideologico; né gli adulti, che già da alcuni decenni avevano abdicato al loro ruolo educativo, sono stati capaci di riprendere il loro posto accanto ai giovani, ma si sono limitati ad aumentare le sovvenzioni ai loro figli, in una sorta di scala mobile che doveva non solo tenere a bada l’inflazione, ma addirittura farli vivere in una campana di vetro, lontano dai vili problemi economici della famiglia («Non vorrai far pagare a tuo figlio la tristezza di un Natale senza regali», ammoniva, con scoperto ricatto, una pubblicità televisiva di qualche anno fa).

Abituati a vivere sotto la campana d vetro, molti giovani si sono trovati del tutto disarmati davanti agli effetti sconcertanti di una crisi economica che sembra aver colto tutti impreparati; ma già prima che questa si manifestasse, era abbastanza chiaro che molti figli non erano in grado di assumere le loro nuove responsabilità di adulti, ad esempio continuando l’attività lavorativa dei genitori: l’azienda, il negozio, la bottega, la proprietà agricola di famiglia venivano malinconicamente cedute ad estranei perché i rampolli di casa, abituati ad una vita spensierata, non volevano neanche sentir parlare dei sacrifici ad essa legati, a cominciare dalla necessità di lavorare anche il sabato e di dover rinunciare, così, alle serate in discoteca o con gli amici.

Nel frattempo, il vuoto esistenziale si diffondeva a macchia d’olio: nessuna generazione è mai stata tanto abbandonata a se stessa quanto quella dei giovani d’oggi, assistiti e protetti fin troppo dal punto di vista materiale, ma totalmente abbandonati dal punto di vista spirituale e morale. Gli adulti hanno perseverato nella loro latitanza educativa; gli intellettuali hanno continuato a brillare per il loro silenzio, per la loro ignavia o, peggio, per il loro demagogico opportunismo; registi cinematografici e scrittori, come iene o avvoltoi, hanno continuato a sfruttare il filone del disagio giovanile, senza tuttavia degnarsi di fare la benché minima proposta costruttiva, senza mai sporcarsi le mani indicando delle possibili vie d’uscita o, quanto meno, delle strade praticabili affinché i giovani riescano a trovare il senso autentico della loro vita.

Così, siamo arrivati a questo punto.

I giovani sono sotto attacco, e nessuno sembra essersene accorto.

Sono bersagliati da una pioggia torrenziale di messaggi negativi, demenziali, pericolosi, senza che nessuno si sogni di stare in vedetta o, meno ancora, di lanciare un grido d’allarme: come se andasse tutto bene, come se non vi fosse alcuna minaccia.

Dal fumetto al cinema, dalla musica leggera alla discoteca, dalla moda alla televisione, dalla droga al sesso facile, dalle sette sataniche ai giochi di ruolo che spingono alla depressione e talvolta al suicidio, i giovani sono continuamente bombardati da sollecitazioni a dir poco oscure, da pessimi esempi e modelli di riferimento, dalla seduzione di un edonismo esasperato e distruttivo che gli ultimi ritrovati tecnologici di massa, il computer e il telefonino, non che contenere e decodificare in senso critico, potenziano ed esasperano oltre ogni limite.

È difficile non vedere come tutti questi stimoli nefasti siano la risultante di una strategia ben precisa da parte di poteri forti che stanno nell’ombra e che, facendo leva sull’impazienza e sull’inesperienza dei giovani e sfruttando la cronica latitanza del mondo degli adulti, operano con scientifica precisione e con determinazione assoluta per giungere, attraverso la manipolazione mentale, alla totale sottomissione dei giovani, sì da ridurli nella condizione di schiavi inconsapevoli, disponibili per qualunque esperimento e per qualunque ulteriore coercizione.

E tutto questo sotto le apparenze della libertà, anzi, della liberazione: si provi a riascoltare, sotto questa particolare ottica, i testi delle più famose canzoni dei “Beatles” e di quasi tutti i più osannati gruppi musicali e cantanti solisti degli ultimi decenni, fino ai nostri giorni – anche senza spingersi fino ai limiti estremi del rock duro o di quello dichiaratamente satanista -, e ci si accorgerà che si trattava di cavalli di Troia per veicolare la filosofia del nichilismo distruttivo, l’odio per i doveri e per le responsabilità, il disprezzo per la famiglia e per la società, l’adorazione del proprio io più egoistico, in contrapposizione all’ostacolo rappresentato dal “tu”.

Né ci si è limitati o ci si limita a questo: del disegno fanno parte anche la derisione sistematica del buono, del vero e del bello; il dileggio della morale, della religione, della spiritualità (in nome, talvolta, di una alquanto fumosa “spiritualità alternativa”); il disprezzo e lo sberleffo verso il senso di responsabilità, verso l’impegno con se stessi e con il prossimo, verso la compassione per i più sfortunati; la denigrazione degli operatori di bene.

Cresciuti in un deserto affettivo e in totale assenza di esempi e di valori forti (perché i valori forti sono reazionari e non ci si può dire post-moderni, come gracchiano i filosofi alla Eco e alla Vattimo, senza coltivare il pensiero debole), i giovani sono particolarmente esposti a un simile attacco: non possiedono gli anticorpi, non hanno – parlando in generale, e con le debite eccezioni  – né una attitudine al pensiero critico, né un allenamento al lavoro paziente, umile, quotidiano, né, infine, un adeguato bagaglio culturale cui fare appello per demistificare i sofismi e le perfidie dei seminatori di confusione e di malessere.

È assolutamente necessario reagire a tutto questo, smascherando i disegni occulti che stanno dietro certe mode e certi indirizzi, dietro certi programmi televisivi e certa letteratura; e, soprattutto, ricominciando a svolgere un ruolo educativo nei confronti dei giovani, ricominciando a dialogare con loro, ad ascoltarli, a consigliarli, a indirizzarli e a fornire loro dei modelli postivi, dei quali sentono, benché non appaia, un disperato bisogno.

Gli adulti devono anche imparare a dire qualche “no”, ma, certo, non possono e non devono limitarsi a questo; devono riprendere il ruolo che competere loro e cui non possono sottrarsi, se davvero hanno a cuore il destino dei giovani; devo essere propositivi, coerenti, sobri, umili ma anche decisi.

Non devono fare gli “amici”; per fare gli amici, bisogna essere coetanei; devono tornare a fare i padri e le madri, gli insegnanti e i sacerdoti; devono respingere la tentazione della facile popolarità che si ottiene assecondando sempre qualunque richiesta, ed essere capaci di avviare i giovani al personale senso di responsabilità, al piacere del lavoro ben fatto, all’intima soddisfazione del dovere compiuto, anche a prezzo di qualche sacrificio.

E se parlare di “sacrifici” è una cosa che rende impopolari, ebbene gli adulti devono essere capaci di rendersi impopolari: perché volere il bene dell’altro non è assecondarlo sempre e comunque e togliere ogni sassolino davanti ai suoi piedi affinché non inciampi, ma fornirgli gli strumenti per costruirsi il proprio percorso, realizzando la sua parte migliore e procedendo a testa alta e con la schiena ben dritta, anche nelle inevitabili difficoltà della vita.

Lo strumento più forte di cui si servono i poteri occulti per condizionare i giovani è il conformismo, lo spirito gregario: un giovane che si inchina a tutte le mode e che non osa minimamente contestare il modello da tutti adorato, perché soggiace al ricatto dell’esclusione dal gruppo, è un burattino che si può manipolare illimitatamente, perché ha già rinunciato a realizzare se stesso come persona unica e irripetibile.

Perciò bisogna ricominciare proprio da qui: bisogna aiutare i giovani a sviluppare il loro spirito critico e a non lasciarsi ricattare così facilmente dallo spirito del gregge, ma ad essere fieri di sé e capaci, se necessario, di sfidare le mode e gli atteggiamenti prevalenti, in nome della fedeltà a un più alto ideale: quello di realizzarsi come persone.

Se i genitori e, in generale, gli adulti, riusciranno, soprattutto con l’esempio e non con vuoti discorsi, a indicare ai loro figli questa via, allora si può dire che avranno fatto già molto per spezzare il maligno incantesimo che, ora come ora, sembra tenere avvinte le giovani generazioni, ipnotizzandole al suono di musiche suadenti e con le immagini di fantasmi voluttuosi, ma estremamente pericolosi e, talvolta, mortali.

I figli devono spiccare il volo fuori dal nido, a un certo punto: questa è la legge.

Ma ai genitori spetta il compito e il dovere di insegnar loro a volare: e anche questa è la legge.

A ciascuno il suo dovere, a ciascuno la sua parte. E poi… buona fortuna.

 

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