Elogio della fierezza

 

C’è una cosa di cui gli Italiani, generalmente, difettano; e tale difetto ci fa soffrire, così come provoca sofferenza vedere una persona cara che, pur essendo adorna di notevoli qualità, è tuttavia scarsamente dotata di una che a noi sembra essenziale.
Intendiamo parlare della fierezza, che è altra cosa sia dall’arroganza, sia – parlando a livello di popoli – dal nazionalismo becero.
Il vocabolario c’informa che “fierezza” significa “sentimento di dignità e di giusto orgoglio”; e, se è vero che “fiero” deriva dal latino “ferox”, ossia “feroce, spietato”, sta però di fatto che, nella lingua di Roma antica, un significato non secondario era anche quello di “indomito”, che toglie al vocabolo la connotazione belluina (da cui “fiera”, nel senso di “belva”) e le attribuisce invece quella, decisamente positiva, legata all’idea di una incrollabile forza d’animo.
I botanici e gli amanti dei giardini sanno che la pianta dai bei fiori rossi «Amaryllis» (nome scientifico: «Hippeastrum»), originaria dell’Africa meridionale, nel linguaggio dei fiori simboleggia la fierezza e l’eleganza, e anche la timidezza; il suo nome viene dal greco e significa “splendere, brillare”.
Qualcuno si chiederà che cosa c’entri la timidezza con la fierezza e noi gli rispondiamo subito che l’una cosa non esclude l’altra: la bellezza dell’«Amaryllis», ad esempio, è una bellezza timida, non disgiunta da fierezza e splendente eleganza; così, passando dal linguaggio dei fiori al mondo degli umani, una persona può benissimo essere fiera e, al tempo stesso, un po’ timida, dato che la timidezza non è sinonimo di pochezza o di viltà ma, spesso, di animo retto, profondo e sensibile.
Il sentimento della fierezza non nasce da uno stupido orgoglio o da una falsa presunzione di sé, ma, semplicemente, dalla consapevolezza di una sofferta fedeltà ai propri ideali e ai propri valori, magari in mezzo a una giungla di furbi, di opportunisti, di voltagabbana.
Lo sguardo della persona fiera, perciò, è uno sguardo limpido: che essa può talvolta tenere abbassato per timidezza o per pudore, ma sempre procedendo a testa alta; vale a dire, restando sempre consapevole di non essere mai venuta meno a ciò che considera essenziale, a ciò che costituisce la sua stella polare, anche a costo di dispiacere agli altri.
La fierezza si può coniugare anche con la modestia, anzi, oseremmo dire che generalmente è così: la persona fiera non è quella che se ne va in giro con il petto in fuori, per farsi ammirare da tutti; ma, semmai, quella che, introspettiva e consapevole del proprio valore, e anche dei propri limiti, si sente fiera per il percorso che ha fatto e per le vittorie che ha riportato su se stessa, di cui gli altri poco o nulla sanno, né si cura che lo sappiano.
In un certo senso, fierezza e modestia sono le due facce di una stessa medaglia: perché la persona fiera non si abbasserà mai a richiamare l’attenzione degli altri su di sé; gelosa della propria dignità, lascerà che siano gli altri ad accorgersi di lei, se lo vogliono: altrimenti, significa che si tratta di persone da poco, abituate a giudicare secondo le apparenze.
La persona fiera non si cura della direzione in cui soffia il vento. Va per la sua strada con animo forte e tranquillo, sapendo che dovrà faticare molto nella vita, che sarà oggetto di incomprensione, di scherno e, talvolta, di aperta ostilità, anche se non avrà perseguito il male di nessuno, ma soltanto perché la sua lealtà, la sua fedeltà, la sua coerenza, suonano come altrettanti rimproveri a coloro i quali si piegano a qualunque compromesso, pur di andare col vento in poppa.
Dicevamo che la mancanza di fierezza è una delle cose che più ci angustiano nel comportamento degli Italiani, sia fra di loro, sia di fronte agli stranieri; e, per quanto sia possibile enumerare decine di ragioni storiche perché le cose stiano in questo modo, non riusciremo mai a farcene una ragione, né ad abituarci a un modo di porsi così poco dignitoso.
Certo, non si può mostrare fierezza, se si possiede l’animo spregevole del disertore o, peggio, del disertore che pretende però dagli altri cieca fedeltà, sino alla morte: e tale è il quadro dell’Italia dell’8 settembre 1943, da cui – purtroppo -non siamo mai veramente usciti.
Forse l’Italia è morta l’8 settembre, e quel che di essa rimane non è che un corpo in lenta putrefazione; forse, tanto le luci del “boom” economico che le ombre della lunga stagnazione politica, sociale e produttiva, non sono che illusioni di prospettiva, fuochi fatui su un cadavere che manda ormai cattivo odore.
Non possiamo, però, rassegnarci a questo destino; se pure vi fosse una possibilità su un milione che in quel corpo sussista una scintilla di vita, non potremmo mai ignorarla e seguitare per la nostra strada, come se nulla fosse: come si può restare indifferenti al dubbio che la propria madre, che si credeva morta, potrebbe essere ancora viva, e che i suoi figli potrebbero ridestarla?
Perché, pur con tutti i suoi difetti, l’Italia ci è madre: impossibile non sentire questo legame, questo debito di riconoscenza; anche se troppo spesso ci ha trattati male, anche se molte volte siamo stati sul punto di mandarla a quel paese.
Certo, l’Italia è una nazione che non ama i suoi figli migliori; che manda avanti eserciti di raccomandati, di buoni a nulla, di stupidi e di prepotenti, mentre fa di tutto per intralciare e ostacolare, quando non li ignora semplicemente, quanti hanno del talento, dell’onestà, dei saldi principi morali e un istintivo rispetto dell’altro.
Sempre più spesso, questi ultimi sono tentati di andarsene, di recidere i legami, materiali e affettivi, con questa madre matrigna, stanchi di vedersi maltrattati, stanchi di vedersi scavalcati da gente che non vale nulla e, soprattutto, sfiduciati che qualcosa possa mai cambiare, che questo Paese possa diventare migliore.
È una tentazione alla quale bisogna resistere.
Certo, vi sono Paesi che sarebbero ben felici di accogliere i nostri concittadini migliori, i più preparati, i più creativi, i più intelligenti: che sono pronti a fare loro ponti d’oro nelle università, nei laboratori di ricerca, nelle aziende, ovunque ci sia del talento da valorizzare; ad offrire loro stipendi e incentivi che, qui, essi non potrebbero mai neanche sognare.
Eppure…
La fierezza è anche questo: restare fedeli alla propria madre, anche quand’essa è ormai vecchia e poco attraente; ricordare quel che essa ci ha dato quando eravamo piccoli, e dimenticare i torti che ci ha fatto quando siamo cresciuti; saper perdonare le promesse non mantenute, le preferenze arbitrarie, le ingiustizie occulte o palesi.
Chi ama, sa sempre perdonare: non ricorda più le cose brutte, le ha rimosse dalla sua mente e dal suo cuore; vuole ricordare solo le cose belle.
Chi sa veramente amare è una persona fiera: una persona che non si accoda ai conformisti, agli opportunisti, ai furbastri; una persona che rimane fedele a se stessa, alle proprie convinzioni, ai propri affetti, che considera come sacri.
Noi non vogliamo più vedere l’Italia deturpata, immeschinita, involgarita dai suoi figli ingrati e profittatori, che l’hanno spremuta nel tempo delle vacche grasse e, poi, la piantano in asso e vanno a cerar fortuna altrove.
Il ricercatore universitario che se ne va a insegnare negli Stati Uniti o in Gran Bretagna; il tecnico o lo scienziato che se ne vanno a fare ricerca in Germania o in Francia; l’imprenditore che trasferisce le sue aziende in Romania o in Albania; il capitalista che trasferisce la sua ricchezza nelle banche della Svizzera o del Lussemburgo: tutti costoro sono dei disertori, dei mercenari, che non amano la propria madre, che non hanno alcuna tenerezza per lei.
Che se ne vadano pure: con tutta la loro intelligenza, con tutto il loro sapere, con tutte le loro competenze, manca ad essi la cosa più importante: una forte dirittura morale e un profondo legame con la terra che li ha visti nascere, li ha nutriti, li ha accompagnati nei primi passi della vita; con la famiglia, che ha fatto tanto per loro; con gli amici e con tutte le persone che hanno contribuito a farli crescere, maturare, divenire autonomi.
Ci vuol altro, per fare un vero uomo o una vera donna.
Individui senza più radici e senz’anima, sempre in trasferta da un aeroporto all’altro, da una città all’altra, da un’abitazione all’altra (non osiamo chiamarla casa, perché la casa è il luogo ove si hanno le radici), essi non sono altro che schegge impazzite di un universo egoista ed edonistico, proteso unicamente a realizzare i propri comodi.
Nel loro sguardo avido, interessato o semplicemente indifferente, non brillerà mai la lucer della fierezza.
La fierezza brilla, invece, nello sguardo di una persona fedele e leale; e le conferisce un’aura magnetica, che non lascia indifferenti quanti la incrociano.
Davanti a una persona fiera ci si sente istintivamente piccoli, perché si intuiscono in lei quella forza, quella tenacia, quella saldezza morale, quella assoluta incapacità di compromessi, che molti vorrebbero possedere, ma non hanno.
C’è una scena, nel film di David Lean «Il dottor Živago» (tratto dal romanzo di Boris Pasternak), in cui il protagonista, rievocando con Lara Antipova la prima volta in cui vide la ragazza, in quel locale elegante di Pietroburgo ove ella aveva sparato al suo seduttore, il cinico Victor Komarovskij, le dice: «Ci hai fatti sentire tutti molto piccoli».
Lara, a quell’epoca, era soltanto una giovane studentessa inesperta della vita e tutto intorno a lei c’era il bel mondo della capitale russa, ricchi borghesi e aristocratici abituati a mille scaltrezze, a mille astuzie, a mille raggiri: eppure tutti loro si erano sentiti istintivamente piccoli; tutti avevano sentito che non avrebbero mai avuto il suo coraggio, la sua fermezza.
Il suo sguardo aveva una forza, una decisione, una coerenza, che quasi facevano abbassare gli occhi a quei gaudenti spensierati.
Certo, nel film la scena è molto enfatizzata, rispetto a quella originale, descritta nel romanzo; e bisogna ammettere che molta della sua spettacolarità si deve alla sapiente fotografia di Freddie Young, che sa valorizzare al massimo i luminosissimi occhi verdi-azzurri dell’attrice Julie Christie, la piega morbida delle sue labbra e il taglio sensuale delle narici.
Pure, crediamo non si tratti solo di questo; come in ogni opera ben riuscita, l’arte può soltanto sottolineare l’esemplarità di una situazione umana che esiste già in se stessa, prima ancora che un regista cinematografico decida di riprenderla e, forse, prima ancora che uno scrittore la concepisca nella propria mente, trasferendola poi sulla pagina.
E la situazione umana qui rappresentata è eloquente in se stessa, perché esemplare: la protesta d’una coscienza retta contro il cinismo del mondo adulto e “navigato”.
Sì, perché la persona fiera è anche, secondo il modo di pensare corrente, un po’ ingenua: crede ancora nella coerenza e nella lealtà, dunque è “fuori moda”.
Magari ce ne fossero di più, di persone fatte così; di cinici e di troppo furbi, nel Paese di Machiavelli e degli intellettuali cortigiani, ne abbiamo fin troppi: potremmo metterli in vendita a un tanto il chilo, mentre di persone fiere ne abbiamo maledettamente poche.
Non solo abbiamo fatto l’abitudine alla mancanza di fierezza e alla mancanza di dignità; ci abbiamo costruito sopra uno stereotipo alla rovescia, come quello delle maschere arlecchinesche di Alberto Sordi e di Totò; uno specchio orribilmente deformato, nel quale si riflette il peggio di noi stessi e cui tuttavia, chissà perché, ci siamo affezionati.
Nn ci si dovrebbe compiacere dei propri vizi, delle proprie vigliaccherie; bisognerebbe provarne disgusto e vergogna e, più ancora, desiderio di voltare pagina.
Dobbiamo voltare la pagina del nostro calendario morale, perché siamo irreparabilmente fermi all’8 settembre, ancora e sempre.
Voltare pagina, sia chiaro, non vuol dire spingere la sporcizia sotto il tappeto, affinché non la si veda; no: significa rimboccarsi le manche e ripulire la casa da cima a fondo.
Sarà faticosa; ma ne vale la pena.
Finalmente potremo tornare a guardarci allo specchio ed essere capaci di sostenere il nostro stesso sguardo, senza aver più la voglia istintiva di abbassarlo.
Potremo rifletterci nella nostra vera immagine e non più in quella, miserabile e cialtrona, che ci siamo cuciti addosso con le nostre mani, credendola eterna; ed essere finalmente fieri di noi stessi.

 

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