Syriana

 

Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue  viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica  giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani”  (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.

Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio  del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.

La citazione cinematografica non può essere intesa come una divagazione cinefila, nel contesto di una realistica e concreta analisi geopolitica fatta di strutturali interessi in conflitto. L’aspetto mediatico propagandistico di questa fase epocale dell’occidentalizzazione del mondo ha, nei mezzi di comunicazione e nella loro implicita costruzione narrante, un ruolo fondamentale; per esempio, la svolta operativa dell’intelligence statunitense, nel governare il passaggio dall’ingestibile presenza  bellica nel mondo islamico – insostenibile anche finanziariamente, con la crisi economica montante – alla più raffinata “conquista delle menti” della società araba, passa per la morte “virtuale” di Osama Bin Laden:  senza entrare nel merito delle circostanze quantomeno contraddittore e manipolatorie – e mai verificate dal circuito “democratico” dell’informazione (rimandiamo, in tal senso, all’intelligente articolo di Archimede Callaioli, “Non si uccidono così anche i cavalli?”, pubblicato sul n. 302 di Diorama Letterario) – in cui sarebbe avvenuto, in coincidenza con il disimpegno dall’Iraq e l’inizio di un analogo processo in Afghanistan, il fatto ha celebrato l’inizio di un addomesticamento dell’immagine statunitense nell’umiliato mondo arabo, imperniata sulle munifiche “petro-monarchie” del Golfo e, quindi, della maggioritaria confessionalità sunnita. Ucciso il capro espiatorio “virtuale” della gretta politica espansiva legittimata dal controverso casus bellis dell’11 settembre 2001 – in cui l’intreccio di interessi tra Stati Uniti e Arabia saudita si è dimostrato quanto mai inquietante – si è operata un’inversione di tendenza politica, fatta di propaganda informativa, di sostegno economico e militare esterno, di utilizzo in forme eterodirette del terrorismo stragista salafita, per indurre – nel terrore – quel solve et coagula necessario a piegare le criticità geopolitiche esistenti agli inalterati obiettivi di potenza mondiale.

 

 

Paul Virilio ha scritto che siamo in un mondo «in cui non si guardano più le stelle, ma gli schermi». Jean Baudrillard diceva che la trasformazione del mondo reale da parte di quello virtuale rende il mondo «iperreale», e questo significa che il simulacro, in tale contesto, è sempre più vero dell’originale. «Subiamo una pressione, che mangia il passato», nota a sua volta André Gunthert.

Il sociologo di origine polacca Zygmunt Bauman affronta la stessa problematica parlando di “liquidità”: l’avvento della modernità tardiva (detta anche “seconda modernità” o “postmodernità”), spiega, ha segnato il passaggio da una fase solida a una fase liquida, «nella quale le forme sociali non possono più mantenersi in modo duraturo, perché si decompongono in un tempo minore di quanto ne occorra loro per essere forgiate». Il neologismo “surmodernità” è stato creato dall’antropologo francese Marc Augé nello sviluppo della teoria dei non-luoghi. Con il termine “surmodernità” – dal francese surmodernité, ma si potrebbe dire anche “supermodernismo”, nel senso di evoluzione ulteriore rispetto al postmodernismo – si intende fare riferimento a tutti quei fenomeni sociali, intellettuali ed economici connessi allo sviluppo delle società complesse, strutturate, e alla sempre più invasiva diffusione della globalizzazione nella vita degli individui. La condizione di surmodernità rappresenta il rovescio della medaglia, nella cui altra faccia è raffigurata la postmodernità, ed è definita dallo stesso Augé attraverso il simbolo dell’eccesso, nelle sue declinazioni di eccesso di tempo, eccesso di spazio ed eccesso dell’individuo o dell’ego. L’eccesso di tempo si risolve in una difficoltà a pensare il tempo, a causa della sovrabbondanza di avvenimenti del mondo contemporaneo. L’eccesso di spazio è anch’esso una trasformazione accelerata del mondo contemporaneo, che porta, da un lato,  al restringimento del Pianeta, rispetto alla conquista dello spazio, e, dall’altro, alla sua apertura – grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e al trasporto rapido – strutturata dalla finanziarizzazione apolide dell’economia. In questa dimensione, i “non-luoghi” fisici si omogeneizzano in un globale iperteso comunicativo digitale, in cui – parafrasando Gilbert Keith Chesterton – si diluiscono le interpretazioni oggettive e tutto diviene relativo – cioè falso – perché potenzialmente “vero” nel simulacro mediatico. L’occidentalizzazione comporta un’autoreferenzialità cognitiva dell’opinione pubblica, per cui l’individuo si considera un mondo a sé, uno spettatore interiormente passivo; si ha, cioè, un’individualizzazione dei riferimenti, perché l’individuo si propone di interpretare da sé, per se stesso, le informazioni che gli vengono date. L’ “ultimo uomo” occidentalizzato osserva il mondo come in una caleidoscopica sala cinematografica, in cui l’esito della proiezione della realtà caotica deve rassicurarlo emotivamente. È su questa base psicologico-culturale che le fonti dell’informazione si rendono manipolative e che, alla declamata morte delle ideologie, se ne sostituisce una incomparabilmente persuasiva, unilaterale, “inconfutabile”, implicitamente totalitaria: la modernità liberaldemocratica. Crescente è,  infatti, il rapporto inversamente proporzionale tra informazione e moralismo: quanto meno si spiega fattualmente la realtà, tanto più si predica il “bene” autoriferito di contro al “male” indotto nell’immagine di chi, persona, pensiero o Paese, sia “altro da sé”. Come ricordava Giuseppe Giaccio (v. “I brogli e la democrazia”, pubblicato sul n. 308 di Diorama Letterario), crollato il Muro di Berlino ed esauritosi il complemento ideologico opposto del socialismo reale, gli Stati Uniti hanno sviluppato una strategia atta a costruire platealmente un Nuovo Ordine mondiale che, utilizzando vari pretesti, si propone – indipendentemente dal colore politico dell’inquilino della Casa bianca – come redentore morale dell’umanità, ma in realtà si prefigge di imporre i propri interessi e di impedire con ogni mezzo l’emergere di eventuali competitori, cioè di quello che sarebbe un reale assetto plurale delle relazioni internazionali. La “democrazia imperiale” ( v. di Manlio Dinucci, “La democrazia imperiale” in Il Manifesto del 19/6/2012) agisce così: il giorno dopo che il Parlamento egiziano è stato sciolto dalla Corte Costituzionale, di fatto su ordine del Consiglio Supremo delle Forze Armate, Washington assicura di essere rimasto in stretto contatto, per tutta la “transizione alla democrazia” in Egitto, con il Consiglio Militare Supremo. L’amministrazione Obama ha deciso tre mesi fa di riprendere il finanziamento alle forze armate egiziane, sospeso dal Congresso quando alcuni impiegati di organizzazioni “non-governative” USA erano stati arrestati per avere finanziato sottobanco, con milioni di dollari, vari gruppi egiziani nel quadro dei “programmi di addestramento alla democrazia”. Nello stesso tempo in cui denunciano “violazioni della democrazia” in Siria e in Iran, gli Stati Uniti esportano il loro “modello di democrazia” anche in altri Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Nello Yemen – lo ha ammesso ufficialmente il presidente Obama – forze militari USA conducono operazioni dirette: formalmente, contro Al Qaeda; in realtà, contro la ribellione popolare. Tramite l’Arabia Saudita e la Gran Bretagna, Washington arma il regime yemenita, che riceverà forniture militari per 3,3 miliardi di dollari; lo stesso fa con la monarchia del Bahrain che, dopo avere ferocemente represso – con l’aiuto dell’Arabia Saudita, degli Emirati e del Qatar – la lotta popolare sciita per basilari diritti democratici, ha imprigionato e torturato una ventina di medici, accusati di avere aiutato gli insorti curando i feriti; quindi Washington annuncia nuove forniture di armi, che verranno usate per reprimere nel sangue la lotta per la democrazia… Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e  - quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.

Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).

Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la Nato ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.

Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una  guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.

 

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