Autolesionismo di Stato

 

L’Italia è un Paese piuttosto peculiare. Ad un personaggio come Enrico Mattei vengono intitolate scuole, vie e palazzi pubblici, vengono celebrate le sue idee profondamente innovative in ambito politico e il suo ruolo di infaticabile sostenitore dell’autonomia energetica e strategica italiana. Per condurre in maniera efficace le proprie battaglie e per portare avanti i propri progetti operativi, egli dovette tuttavia fronteggiare le dure regole che vigono in ambito internazionale, dove la concorrenza si combatte obbligatoriamente a suon di colpi sotto la cintola e la corruzione diviene uno dei pochi strumenti adeguati a ridefinire i consolidati rapporti di forza internazionali. E’ noto, infatti, che l’inadeguata, clientelare ed inefficiente classe dirigente italiana subordinò la copertura politica ai progetti escogitati dal geniale manovratore dell’ENI al versamento della consueta “quota” a partiti di governo ed opposizione. Così, Mattei dovette attivare un flusso di denaro verso DC, PSI, PCI, MSI e a pressoché tutte le residue forze politiche italiane per ottenere mano libera nell’implementazione dei piani strategici finalizzati a garantire autonomia energetica all’Italia. Il circuito chiuso di corruzione, fondato sulle tangenti, permise a Mattei di intessere una fitta rete diplomatica che, nel corso di pochi anni, intaccò l’indiscutibilità del consolidato modus operandi delle cosiddette “sette sorelle” – che secondo il parere interessatissimo di Indro Montanelli non sarebbero «nemmeno cugine» – le quali disponevano del potere sufficiente per imporre i propri diktat ai Paesi ricchi di risorse energetiche, accumulando enormi profitti. Mattei non esitò a ricorrere massicciamente alla corruzione per raggiungere i propri obiettivi, “comprando” la benevolenza dei leader politici dei Paesi “detentori” (allora non erano ancora classificabili come “produttori”) di idrocarburi per strappare contratti ed accordi vantaggiosi per entrambe le parti.
I successi capitalizzati dall’ENI sotto l’abile guida di Enrico Mattei costituiscono quindi un utile precedente storico, capace di illustrare con estrema chiarezza il genere di contesto in cui si svolgono le trattative energetiche e di indicare i metodi operativi adeguati a raggiungere i fondamentali obiettivi strategici finali. La peculiarità dell’Italia consiste proprio nella prassi generalmente adottata da tutte le istituzioni nazionali, che celebrano all’unisono la memoria del grande timoniere dell’ENI ma osteggiano con desolante ostinazione qualsiasi manovra operativa impostata dalle residue aziende strategiche nazionali. A maggio, i Pubblici Ministeri della procura di Milano richiesero al Tribunale lombardo di commissariare la divisione operativa dell’ENI in Kazakistan o, in alternativa, di impedirle di proseguire i negoziati relativi ai contratti di sfruttamento del più grande giacimento petrolifero kazako degli ultimi 30 anni. La ragione che ha portato la procura ad avanzare tale richiesta consisterebbe in un giro di tangenti pari a circa 20 milioni di dollari che l’ENI avrebbe versato a Timur Kulibayev, presidente dell’azienda petrolifera statale e del fondo sovrano Samruk-Kazyna, nonché genero del presidente Nursultan Nazarbaev. L’ENI viene quindi indagata come persona giuridica per corruzione internazionale, come se i metodi operativi attraverso cui si conducono questo genere di trattative si basassero su presupposti diversi.
All’attenzione dei giudici è finito anche l’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, indagato per corruzione internazionale e riciclaggio dalla Procura di Napoli sulla base delle “incongruenze” emerse dall’analisi del contratto di vendita di 12 elicotteri al governo indiano da parte di Agusta Westland nel 2010. Secondo l’accusa la capitalizzazione dell’affare sarebbe stata “viziata” dal versamento di tangenti ad alcuni esponenti politici indiani e ai partiti italiani (Lega Nord in primis).
Le procure di Milano e di Napoli rischiano di spezzare o quantomeno di intaccare l’integrità di due fondamentali alleanze strategiche in nome di una utopica ed inesistente idea di “legalità internazionale”, spalancando definitivamente le porte a centri strategici antagonisti dell’Italia, rispetto ai quali la connivenza da parte degli organi deputati al controllo delle loro attività operative è (ovviamente) totale. Che le aziende strategiche italiane si trovino sotto il fuoco incrociato delle principali procure nazionali significa inconfutabilmente che la prassi autolesionistica adottata dalle istituzioni statali rappresenta una fase avanzata del processo di indebolimento dell’Italia, in merito al quale l’economista Bruno Amoroso ha espressamente affermato che «si sta ripetendo quello che accadde nell`immediato dopoguerra con l’ENI e l’Olivetti. Il carattere “sensibile” dei loro settori di attività (petrolio e informatica) per l’industria militare e i rapporti di potenza con altri paesi (Unione Sovietica) provocò come noto la morte di entrambi e il passaggio di quelle attività sotto il controllo degli Stati Uniti […]. Con la globalizzazione, e il formarsi dei nuovi poteri finanziari e militari, l’impresa pubblica fu liquidata, sia nella sua componente industriale sia in quella bancaria. Autori di quella operazione di “privatizzazione” furono i soliti noti (Draghi, Monti, Prodi, Ciampi, Amato, ecc.)».

 

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