Troppa attenzione su Saviano è un errore

 

L’ultima serata di “Quello che (non) ho” non poteva non concludersi anche con una sparata sulla Cina. Molti dei nostri lettori sapranno certamente di cosa stiamo parlando ma, per coloro che non avessero seguito la puntata e più precisamente la parte in oggetto, riassumeremo dicendo che Saviano s’è prodotto in uno dei suoi soliti monologhi, stavolta sui cosiddetti “Laogai” accusati d’essere una riserva di manodopera a costo zero per i piani d’espansionismo commerciale della Repubblica Popolare Cinese. Mostrando un tavolo ingombro d’oggetti dei più disparati, dai giocattoli all’elettronica, Saviano ha detto che facendo realizzare gratuitamente tutta quella roba nei laogai la Cina ha potuto raggiungere l’elevato livello di sviluppo economico e commerciale odierno, fino a garantirsi l’immunità e l’impunità per la sua “immoralità umanitaria” acquistando ingenti quote del debito statunitense.
E’ quindi seguita l’ovvia descrizione di cosa siano i laogai e delle loro condizioni di vita interne, chiaramente raffigurate a tinte molto fosche, così come del modo con cui essi verrebbero “riempiti” di prigionieri: una recita precisa e pedissequa di quanto già avevamo letto, decenni or sono, nei libri di Solgenitzin. Campi di lavoro, o meglio ancora di sfruttamento, al servizio delle supposte ambizioni imperialistiche e finanziarie del regime comunista cinese: questa, in sintesi, è la morale del sermone di Saviano, conclusosi col riferimento al prigioniero d’eccellenza Liu Xiao Bo – cioè colui che ha augurato al proprio Paese, per “civilizzarsi”, di vivere un altro secolo di colonismo occidentale, venendo premiato per questa come per altre simili sortiti col Nobel per la Pace – e col discorso al pubblico dell’ospite Harry Wu. Questi, presidente e fondatore della “Laogai Fundation”, si presenta come un reduce dei laogai, da anni residente negli Stati Uniti dove s’occupa di questioni relative ai diritti umani in Cina e nel programma di Fazio e Saviano ha raccontato la propria storia, sostenendo d’essere stato imprigionato (e che la sua famiglia sia stata imprigionata) per aver espresso, giovane studente universitario, la propria contrarietà all’intervento sovietico in Ungheria nell’ormai lontano 1956. Conosciamo anche queste figure ed ancor più le fondazioni e le ONG che guidano, sempre così solerti nell’occuparsi delle problematiche interne dei paesi considerati rivali degli Stati Uniti, dell’UE e d’Israele, ma chissà come mai completamente assenti dai guai di quest’ultimi.
In effetti c’è da dubitare che assisteremo mai, in futuro, a monologhi di Saviano relativi alle vergognose condizioni di vita di Guantanamo o delle prigioni segrete della CIA, di Abu Grahib o delle carceri di Tripoli, sulle prigioni e le torture praticate da Israele in Libano e nei Territori Palestinesi, e così via: di sicuro fino ad oggi non ve ne sono stati. Molto meglio sparare a zero sulla Cina, sulla Russia, su Cuba o sul Venezuela, mettendo insieme un po’ di luoghi comuni, mistificando le notizie ed aizzando le tradizionali paure del pubblico occidentale impregnato dalla cultura eurocentrica ed etnocentrica. Intanto Vittorio Arrigoni ed il Centro Impastato, che hanno ripreso Saviano per i suoi svarioni, da parte sua attendono ancora ed inutilmente una qualche rettifica: nel caso del primo, una rettifica che arriverà (se mai arriverà) post mortem.
Il monologo di Saviano ce n’ha fatto venire in mente un altro, invero molto più apprezzabile, in cui (nel corso della trasmissione “Vieni via con me” andata in onda lo scorso anno) spiegava il funzionamento della cosiddetta “macchina del fango”. Si prende qualche notizia vera, la si altera quanto basta e la si mette insieme ad un bel po’ di maldicenze, presentandole come insinuazioni che un poco alla volta entrano nella mente d’ognuno, un po’ come una specie di virus del dubbio. Ecco, ciò che ha fatto Saviano parlando dei laogai cinesi (o, se preferite, della strage di Beslan, nel corso della prima serata) risponde proprio a questa metodologia. Non dubitiamo del fatto che Saviano sia rimasto vittima, in passato, della “macchina del fango”; certamente oggi, che è diventato un tuttologo ed una prima punta dell’ambiente liberal, con tutte le sue tipiche fobie occidentaliste e globaliste, ha dimostrato di saperla utilizzare a sua volta, a danno di altri.
Con tutto ciò, riteniamo che sia comunque inopportuno concedere troppa attenzione all’autore di Gomorra: questo perchè, in ogni caso, qualunque critica finirebbe col rispondere al principio del “che se ne parli bene o se ne parli male, purchè se ne parli”. Meglio, molto meglio, in questi casi, lasciar perdere ed andare avanti: né a Pechino, né a Mosca, né a L’Avana, né a Caracas sanno chi sia Saviano e men che meno si preoccupano di ciò che potrebbe dire sul loro conto: hanno ben altri problemi a cui star dietro. Come disse quell’anonimo cittadino milanese a Renzo, nei “Promessi Sposi”: “Va’, va’, povero untorello; non sarai tu quello che spianti Milano”.

 

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