Potere e paura

Sergio Naranjo (artista cileno,ndt) offre immagini destinate a esorcizzare la tortura. Ignoro se  ci riesce, ma ci prova ed in questo risiede il valore principale della sua creazione. Naranjo ( il nome richiama l’albero delle arance,ndt) è un albero che ha le radici ancorate nel passato e i suoi occhi posti sul futuro, non solo il suo, ma quello che riguarda tutti.

Come molti di noi, è sopravvissuto ad un naufragio politico dove alcuni persero la vita e altri furono lanciati in una diaspora, portando come unico bagaglio ferite mal cicatrizzate ed un enorme interrogativo sulle dimensioni dell’esperienza che ci era toccata vivere.

Con queste opere rievoca i fantasmi e ci convoca a riflettere ancora una volta sull’orribile esperienza alla quale fummo sottoposti come prigionieri della Dittatura di Pinochet e la resistenza che abbiamo dovuto sviluppare per affrontarla.

Cosa è stata quell’ondata di colpi e di umiliazioni che ricadde sui prigionieri? Nel suo senso più elementare la tortura è la risorsa del potente per ordinare che venga inflitta  perpetua e intensa sofferenza ad una persona per sottometterla e ottenere informazione.

Se chi ordina la tortura è lo Stato e la portano avanti militari, poliziotti o funzionari sotto ordine del potere stiamo parlando di tortura con scopi politici.

La tortura politica racchiude in se stessa un paradosso. Il ricorso alla violenza contro i  prigionieri trova la sua giustificazione nella difesa dello Stato di Diritto, ma la prima cosa che viene fatta è violare quei diritti. La tortura- bisogna ricordarlo- viola i diritti umani e le convenzioni internazionali.

Il Potere, quando tortura, nega la legittimità di tali convenzioni perché schiaccia i diritti e le garanzie individuali dell’avversario politico per potersi dimostrare come tale. Anzi, quando i torturatori sono poliziotti e/o militari con le loro uniformi, il torturato vive una contraddizione aggiuntiva perché la violenza deriva da quelle istituzioni o persone che dovrebbero fornire protezione e difenderlo.

La tortura è un concetto di controllo politico attraverso la sofferenza. La ricerca di confessioni per incolpare il torturato di essere immischiato in fatti politici che agli occhi del potere possano costituire delitti è solo una parte del ricorso alla violenza. La tortura è una licenza d’eccezione che il Potere dà a se stesso per sottomettere e distruggere la capacità di resistenza dei cittadini che si oppongono ad una determinata forma di governo.

Capisco la resistenza alla tortura e particolarmente la decisione personale di sopportare il dolore, sorge con l’unico scopo di ribellarsi contro il diritto del Potere ad esercitare il castigo fisico e psicologico di un oppositore.

Jorge Semprun, un eccezionale scrittore spagnolo,sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale ha scritto: “Il mio corpo si affermava attraverso un’insurrezione viscerale che pretendeva negarmi in quanto essere morale. Mi chiedeva di capitolare di fronte alla tortura, lo esigeva. Per uscire vincitore- da questo scontro con il mio corpo- dovevo sottometterlo, dominarlo, abbandonandolo alla sofferenza del dolore e dell’umiliazione”.

Il paragrafo di Semprun testimonia che un prigioniero che viene torturato, ma che è deciso a ribellarsi contro il torturatore e al potere che questo rappresenta, deve sdoppiarsi dal suo corpo. Quindi si può consegnare all’aggressione del carnefice con un’insurrezione della mente contro il suo stesso corpo. Mentre che il torturatore può abusare di quel “corpo”, il prigioniero si ripiega nella sua mente, si rifugia nella sua rabbia, si consola nelle sue divagazioni di future vendette, o in qualsiasi altro tipo di sotterfugio che lo dissoci da quella parte di se stessa che sta soffrendo.

Ma dall’altra parte il torturatore ha anche le sue risorse. Ad esempio il sadismo ad indurre il torturato a credere che se si cede alla violenza si vedrà libero da maltrattamenti e dal dolore. L’esperienza dimostra che non è così, ma la perversa relazione tra dolore e sottomissione può ripetere il fenomeno più volt, facendo si che il prigioniero rinunci poco a poco alla sua identità e si limiti ad essere un corpo che evita il dolore accettando il diritto del torturatore di esigere che venga sottomesso.

Arrivato a questo punto è raro che un prigioniero possa liberarsi della dipendenza che si crea. O detto in un altro modo, solo resistere a tutte le forme di abuso e di dolore e non consegnare mai la dignità in mano del torturatore può garantire al prigioniero la sua libertà interiore. Ma questa è una condizione difficile da raggiungere e non tutti i prigionieri ci riescono.

Una volta che il Potere ha distrutto quella fiducia, è molto difficile che torni a crearsi. Passano gli anni, i prigionieri torturati possono recuperare la loro libertà, la medicina cura i loro corpi e menti, ma qualunque oscurità, qualunque rumore, odore e suono, può innescare i fantasmi dell’inconscio, ricordandogli i suoi più profondi traumi.

Al Potere non interessa uccidere prigionieri con la tortura. Ci sono anche quelli che non resistendo a tanta violenza muoiono. Ma il vero interesse del Potere è di annichilire la capacità di ribellione dell’oppositore come parte di un insieme. Il danno che il Potere desidera fare è di distruggere la disposizione di una società a scontrarsi, a ribellarsi. Da qui spesso la liberazione di persone torturate aveva come obiettivo quello di trasmettere un messaggio politico: “Non osate ribellarvi perché siamo capaci di commettere atrocità contro chiunque”.

L’etica delle democrazie tradizionali denuncia la tortura come abuso di potere, come pratica aberrante riguardante le forme totalitarie dello Stato. Se la tortura avviene in una situazione di democrazia è per una situazione d’anomalia, ma se guardiamo più da vicino il fenomeno,esiste una mancanza di fiducia in istituzioni e persone.

E’ impensabile credere che i torturatori spuntino fuori dal nulla da un giorno all’altro durante le dittature. O esistevano ma erano conservati e controllati in attesa che ci fosse bisogno dei loro servizi specializzati. La verità, tendo a credere,è  che sotto l’ apparenza civilizzata e democratica di determinati strumenti del Potere, giacciano latenti orde di sadici e malati mentali disposti a torturare in nome di una causa ipoteticamente democratica. Attualmente, non c’è bisogno neanche di un dittatore, basta un Bush o un Obama che scatenino una guerra contro il terrorismo perché la tortura venga giustificata.

Quindi temo che noi che venimmo torturati durante la dittatura non siamo una specie in estinzione. Può essere che come individui si sparisca, ma il Potere tornerà a produrre i suoi metodi ogni volta che esiste un pericolo per i suoi privilegi e ci saranno nuovi ex prigionieri ed ex torturati che torneranno a far parte del nostro patetico club.

Siccome la tortura si perpetua nella nostra quotidianità come forma di Potere, penso che l’unico modo di sopravvivere sia quello di continuare a lottare contro ogni forma di Potere che cerchi di sottomettere l’essere umano.

 Fonte

Traduzione: FreeYourMind!

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