La solitudine dell’uomo moderno è il frutto avvelenato del “progresso”

 

L’uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile, come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai.

Eppure le città sono piene di traffico; le strade, i negozi e gli uffici sono invasi e percorsi da una folla che non rallenta mai, che non decresce; i palazzi sono pieni di appartamenti e gli appartamenti sono quasi tutti occupati, anzi si fa a gara per assicurarsene uno, per quanto caro, non appena si libera; le scuole, le università sono frequentate da legioni di studenti; cinema, ristoranti, palestre, biblioteche, ovunque bisogna prenotarsi col numero e mettersi in fila per entrare; i campi sportivi rigurgitano di folla; le autostrade sono intasate di veicoli che portano uomini e donne in tutte le direzioni, e innumerevoli altri si spostano continuamente in corriera, in treno, in aereo, in navi da crociera, da una città all’altra, da uno stato all’altro, da un continente all’altro.

E non si è mai soli; non ci si riesce proprio, neanche a volerlo, neanche a cerarlo, neanche a supplicarlo: folla al supermercato, folla in banca, folla in ospedale, folla all’ufficio postale, folla al bar, folla all’agenzia turistica, folla sui campi da sci, folla in albergo, folla in riva al lago, folla sui sentieri, folla sul vaporetto, folla al corso di danza, folla al concerto rock, folla in discoteca, folla alle oasi naturalistiche, folla al santuario, folla in confessionale, folla in casa di riposo, folla al call center, folla davanti alla toilette, folla alle lezioni di yoga, folla allo spaccio aziendale, folla all’ufficio anagrafe, folla alle assicurazioni, folla al bowling, folla al solarium, folla in sala d’attesa del medico o del dentista…

È un diluvio di folla, dovunque, in ogni momento del giorno e della notte, d’estate e d’inverno, in città e fuori, al mare e ai monti: pallida o abbronzata, stanca o scattante, di giovani e di vecchi, di indigeni e stranieri, di furbi e di fessi, di buoni e di cattivi; come dice Ortega y Gasset, in nessuna epoca della storia si è mai vista una tal quantità di folla in giro per il mondo; e non per qualche circostanza eccezionale, ma sempre, abitualmente, senza pause, senza rallentamenti.

Sono sempre più rari, sempre più precari i luoghi non ancora presi d’assalto dalla folla; vien da chiedersi dove mai fosse tutta questa folla, prima di rendesi così visibile: se ne stava in casa, se ne stava in fabbrica, se ne stava in chiesa, oppure dove?

E dire che ai tempi di Ortega gli abitanti della Terra superavano di poco il miliardo di persone; oggi siamo arrivati a sette miliardi, in meno d’un secolo, e la corsa non si ferma, non vuol saperne di fermarsi: forse dovremo davvero andare a colonizzare qualche altro corpo celeste, forse sarà la volta buona che incominceremo a popolare il fondo dei mari e degli oceani, come nei romanzi di Jules Verne; oppure verranno costruite delle grandi stazioni orbitanti nello spazio e la popolazione comincerà a disperdersi su di esse e sulle astronavi di collegamento, sugli incrociatori galattici, come nei telefilm di «Star Trek»…

Intanto, però, la solitudine aumenta, si fa sempre più acuta, è come un grido soffocato, silenzioso, che prorompe da migliaia, da milioni di petti di uomini e donne; una solitudine assurda, inspiegabile, grottesca, che attanaglia le persone in mezzo a delle folle strabocchevoli: come morir di sete non già nel deserto, ma in mezzo a una terra ubertosa e verdeggiante, solcata da fiumi e allietata da fontane e cascate.

Le città affollatissime, simili a deserti allucinati; i palazzi e i grattacieli, con decine e centinaia d’appartamenti, simili a spettrali torri popolate da fantasmi; gli autobus, i tram, i veicoli privati che sfrecciano nel buio della notte, simili a fuggevoli sprazzi di luce, che si perdono poi subito nel caos tentacolare, mentre subito degli altri sopraggiungono senza pose, senza pace, mai: si direbbe un brutto sogno…

Eppure si era meno soli quando si era di meno; quando si era meno numerosi, meno concentrati, meno affollati.

Non stiamo parlando di una solitudine fisica, evidentemente, ma di una solitudine psicologica, intellettuale, morale e spirituale.

Psicologica: perché ciascuno è talmente preso da se stesso, dai ritmi insostenibili della modernità, dai tristi riti del consumismo, da non riuscire più a comunicare con gli altri, nemmeno con la propria moglie o il proprio marito; nemmeno con i propri figli o con i propri genitori.

Intellettuale: perché ci sentiamo tutti come delle monadi senza porte e senza finestre e perché ce ne siamo convinti a forza di sentirlo dire e ripetere dai nostri mâitres à penser, dalla casta sacerdotale degli intellettuali, tutti d’accordo su questo punto, tutti impegnati a rigirare il coltello nella piaga di questo nostro disperante isolamento.

Morale: perché nella lotta per la vita, di darwiniana memoria, non c’è più posto per il tu, è già anche troppo stare dietro al proprio io, difendersi dalle innumerevoli minacce esterne: ciascuno pensa per sé e nessuno pensa a tutti quanti, dato che Dio, che forse ci pensava prima, ormai è morto, ucciso dalle nostre stesse mani.

Spirituale: perché la vita dell’anima si è congelata in se stessa, nella superbia intellettuale e nella delirante volontà di onnipotenza; sicché ciascuno si muove come nel vuoto, annaspa come se stesse precipitando, grida ma senza voce, solo muovendo la bocca; e nessuno lo sente.

Nessuno lo sente anche perché, nella società di massa, la folla domina incontrastata sull’individuo: una persona che si mette a gridare, attira l’attenzione di tutti; cento, mille, diecimila persone che gridano tutte insieme, inducono solo ciascun altro ad alzare il volume della voce.

È anche vero che la solitudine, di per sé, non costituisce necessariamente un male: può essere, anzi, un gran bene; può offrire l’occasione per concedersi una pausa in cui riflettere, in cui raccogliersi, in cui ritrovare se stessi.

L’uomo moderno la vede senz’altro come un male, perché ha perso la capacità di stare da solo, anche per periodi limitatissimi: bastano poche ore di solitudine per mandare in crisi molte persone, bastano pochi giorni senza la televisione (surrogato indispensabile di una compagnia umana) per piombare uomini e donne in una specie di terrore del vuoto, del silenzio.

Bisognerebbe perciò domandarsi da che cosa nasca questa paura abnorme, patologica, della solitudine; e se le vie che abbiamo intrapreso per esorcizzarla siano realmente quelle idonee allo scopo, o se non siano altro che dei vani palliativi per spostare il problema o per fare finta di non vederlo e doverlo, così, affrontare.

Esistono, dunque, una solitudine “buona” ed una solitudine “cattiva”: la prima ci aiuta a costruire noi stessi, a realizzarci, a ritrovarci se, talvolta, tendiamo ad allontanarci da noi stessi e a perderci nel gran mare degli impegni e dell’agire; la seconda ci sprofonda nella tristezza, nello scoramento, ci bocca, ci paralizza e ci irrigidisce, come una gelida mano ferrata che ci afferra nella sua stretta e sembra volerci spezzare.

Noi abbiamo disimparato l’importanza e l‘utilità della prima e abbiamo equiparato ogni forma di solitudine alla seconda, dichiarandole guerra senza quartiere, come ad un nemico pericolosissimo, così come abbiamo dichiarato guerra a tante altre cose: alla nostra parte più vera e profonda – che, appunto, ha bisogno di silenzio per rivelarsi e farsi udire -, alla natura, agli istinti (tutti, indiscriminatamente), ai sentimenti, al prossimo come nostro fratello, al sacro e alla trascendenza, a Dio come Padre, alla sofferenza (senza distinguere quella utile e necessaria da quella inutile e superflua), alla vecchiaia e alla morte.

È proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, e quindi alla morte, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo “progresso” e che fatalmente si ritorce contro noi medesimi, che ci ha resi così fragili e irragionevoli di fronte alla solitudine: perché la solitudine è necessaria per ascoltare la voce interiore, e la voce interiore ci ricorda che dobbiamo morire: non per gettarci nell’angoscia, ma per spronarci a vivere in maniera degna.

Ecco, allora, che abbiamo bisogno di stordirci in mezzo alla folla, in mezzo alle voci, in mezzo ai rumori, per negare la solitudine, per cancellarla dal nostro orizzonte esistenziale, dalla realtà concreta dalla nostra vita quotidiana: ma l’essere immersi nella folla non ci fa sentire meno soli, e il chiasso non ci aiuta a ritrovare le strade della vera comunicazione, solo vero antidoto – quest’ultimo – alla solitudine stessa.

I luoghi dove la folla cerca di esorcizzare l’angoscia della solitudine sono anche i più rumorosi e quelli che meno si prestano alla comunicazione e alla socializzazione: centri commerciali, discoteche, stadi; entrare al bar per fare quattro chiacchiere con un amico è divenuto problematico, se non impossibile, perché la musica a tutto volume rende difficile sia parlare che ascoltare; e, come se non bastasse la musica, da qualche anno ci si sono messi pure i giochi elettronici, le slot-machines per mangiare soldi ai clienti: così, la partita solitaria di una singola persona provoca un disturbo acustico e psicologico ad altre dieci, venti o trenta.

E non parliamo della televisione, che porta il rumore e il chiacchiericcio insulso fin dentro l’intimità delle nostre case, delle nostre stanze (perché in molte case vi sono diversi apparecchi televisivi, uno per ogni stanza, sì da poter continuare a drogarsi con essa in ogni momento, senza dover litigare con la moglie o con il fratello per la scelta del canale, anche stando a letto, prima di scivolare nel sonno) e ci isola dai nostri stessi congiunti; né abbiamo vergogna di stordirci con programmi televisivi che vorrebbero essere allegri e divertenti ma in cui, di allegro, c’è solamente il suono delle risate pre-registrate: tristezza nella tristezza, finzione nella finzione, squallore nello squallore.

Perché una cosa è certa: la folla non è il contrario della solitudine; non è la sua negazione, il suo rovesciamento; e meno ancora è lo strumento per fronteggiarla e per sconfiggerla: essa non ne è che la manifestazione estrema e più appariscente, l’ultimo stadio sulla via dell’alienazione che la solitudine stessa ha fatto penetrare in noi.

La folla è la quintessenza della solitudine, in quanto essa ha di più maligno, di più paralizzante, di più sordido; e questo proprio perché essa è la negazione radicale dell’autentica comunicazione, dell’autentico relazionarsi delle persone con se stesse e con l’altro.

La folla è sempre la manifestazione dell’inquietudine, dell’agitazione, delle esasperazione emotiva: una folla è capace di qualunque degradazione, di qualunque laidezza, di qualunque bestialità: il fatto di essere in tanti, in troppi, smorza e cancella il senso della responsabilità individuale, della ragionevolezza, della distinzione del bene e del male: non c’è follia, non c’è crimine che una folla non sia capace di compiere, qualora di presentino le circostanze adatte.

Ed eccoci tornati alla domanda che ci facevamo all’inizio: dov’era la folla, prima che l’avvento della società di massa la rendesse così visibile, così onnipresente, così invasiva?

Non era da nessuna parte: non c’era.

La folla si formava solo in circostanze particolari, ritualizzate dalla società: feste e spettacoli, sagre e cerimonie, scandendo e accompagnando i ritmi delle stagioni e della vita: il Natale e il carnevale, il santo patrono e le rogazioni, il battesimo e il funerale; ma non era una folla nel senso che intendiamo noi, perché ciascun individuo si rapportava agli altri e alla comunità, si completava in questa, rafforzava il proprio senso di appartenenza e, quindi, la propria identità; mentre la folla moderna è spersonalizzante, ognuno vi s’immerge per scomparirvi, omologarsi, travestirsi, mimetizzarsi, stordirsi ed annullarsi, cercando l’oblio.

La solitudine cattiva, dalla quale ci si deve difendere, è nella povertà e nell’inaridimento della nostra dimensione sociale; nel nostro cercare la folla per fuggire dagli altri, dal rapporto autentico con l’altro, che è sempre profondo e personale – oppure non è.

Il paradosso risiede nel fatto che, per comunicare realmente con l’altro, bisogna prima conoscere se stessi; e, per conoscere se stessi, bisogna essere se stessi, o meglio, diventare se stessi: e quindi saper amare la solitudine, saperla cercare e non fuggire; così come, per imparare a nuotare, bisogna cercare ed amare il contatto con l’acqua, non fuggirlo.

Ma come potrà l’uomo moderno, che è l’uomo della folla, imparare ad amare la propria solitudine, se è proprio ciò da cui fugge spasmodicamente, compulsivamente?

Egli deve spezzare un circolo vizioso: ma non potrà mai farlo, se non depone la paura della morte…

 

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