FIN(IS)MECCANICA

 

 

Fin(is)meccanica. Non è bastato il defenestramento di Pier Francesco Gurguagliani e di sua moglie Marina Grossi, che male non si erano comportati nel rilancio del gruppo di Piazza Montegrappa dopo anni difficili, favoriti da un clima geopolitico meno asfittico di quello attuale, con la Russia di Putin a coprirci le spalle, per saziare gli appetiti, interni ed esterni, sul più grande player tecnologico italiano.

Senz’altro, sul caos in Finmeccanica pesano le provocazioni di settori finanziari e statali internazionali i quali, abituati a fare shopping allegro in provincia, fiutano sempre un grande business a prezzi di liquidazione, e se anche gli sconti non dovessero essere sufficienti si fa in modo che lo diventino, colpendo chiunque provi ad ostacolare i saldi o la svendita totale.

Tuttavia, quest’ultimi si sbilanciano e diventano più aggressivi perché trovano terreno fertile dove seminare la loro zizzania ideologica, niente barriere protezionistiche e tanta globalizzazione (magari accelerando il processo con qualche scossone giudiziario), che avvantaggia, sin dai tempi di Ricardo e della sua teoria dei costi comparati, il più forte e competitivo (cioè sempre lorsignori).

Da noi pretendono comodi salotti per i loro obesi culi ipermoderni, belle scarpe con le quali farci il sedere a tarallo, abiti eleganti con i quali evidenziare il nostro essere dei poveracci con le pezze sul deretano. Questo è il ruolo che ci tocca nella fase attuale: bravi e squattrinati artigiani al loro servizio, ottimi designer dei loro capricci da ricconi, fedeli arredatori delle loro ville megagalattiche o abili revisori del loro discutibile gusto, ma che non ci venga in mente di fare concorrenza alle ditte yankees che operano nei settori ipertecnologici perché allora ci trasformiamo in mosche fastidiose da schiacciare alla prima occasione.

Fate buon vino italiani brava gente che ad ubriacarsi di profitti ci pensano i nostri bevitori mondiali. Costoro sanno leggere fin troppo chiaramente la debolezza della nostra classe (non) dirigente, incapace di far quadrato intorno ai piccoli appezzamenti dell’industria avanzata che pure un tempo furono una lussureggiante foresta, ed ora appena spelacchiata macchia mediterranea in via d’estinzione, quindi provano ad approfittarne puntando sulle divisioni intestine, sull’ambizione di sciocchi manager con lo stile americano nel cervello e politici rincitrulliti che invece il cervello lo hanno perso del tutto per rincorrere una cadrega.

Partiti e poteri finanziari nostrani scatenano la battaglia delle briciole sul nostro gigante dell’aerospazio, ricorrendo ai servizi di una magistratura ad orologeria, scoprendo il fianco a tutta la nazione la quale viene così invasa dai forestieri che da noi hanno imparato il divide et impera.

Da quando è salito in sella ai vertici della conglomerata, l’ad Giuseppe Orsi, non fa altro che parlare di rami secchi da tagliare, di affari da rivedere, di forze da concentrare perché disperse dietro ad obiettivi non strettamente connessi al core business dell’azienda. Ansaldo Breda, Ansaldo STS e Ansaldo Energia, ma anche Thales, Leader europeo per i sistemi satellitari (che fa gola a francesi e tedeschi), diventano zavorre che appesantiscono le specificità aziendali e dissolvono preziose energie industriali. Ma non si è mai visto nessuno vivere meglio orbo di un occhio o privato di un rene. Eppure, i managers tanto amati a Washington continuano a ribadire che per sopravvivere alla concorrenza bisogna segarsi qualche arto. Dai un dito ai pescicani mondiali e loro si prenderanno il braccio e poi anche la testa divenendo proprietari di tutto il corpo.

Questi riflessi condizionati emergono stranamente, si fa per dire, dopo i rapporti di Goldman Sachs che inaugurano molti dei ribassi colossali del Gran bazar Italia. Uno degli ultimi diceva, come riportato da Dagospia, che “Finmeccanica sarebbe rimasta debole per diversi anni e faceva capire che prima di strizzare l’occhio ai giapponesi e ai tedeschi di Siemens bisogna fare i conti con i poteri forti di Washington, che sono ben più forti della Lega e di Comunione & Fatturazione.” Ed ecco qui che i vertici della best company, evidentemente non abbastanza celeri nelle dismissioni, finiscono con accuse pretestuose sul banco degli imputati. La situazione è lapalissiana, i mandanti li abbiamo citati, ma nessuno ha il coraggio di dire come stanno veramente le cose. Montano pertanto le manovre diversive, le dicerie depistanti ed i big della politica se la prendono con i tedeschi ed i francesi che al massimo sono collaterali all’imboscata. Poi però leggi che se Orsi cade il suo posto lo prende uno benvisto ai piani alti della Casa Bianca. Ancora da Dagospia: “Il Vice Ministro del Tesoro pare che veda in Alessandro Pansa il candidato ideale per guidare fuori dal disastro la corazzata delle armi e dei velivoli…gli giova essere membro dell’Aspen e del Consiglio per le Relazione tra Italia e Usa, due salotti che servono alle buone relazioni con la finanza americana”. Sarà lui o meno l’investito della carica della partecipata dal tesoro, il profilo del dirigente gradito è stato comunque tracciato: amico degli Usa e sul libro paga di qualche organismo, più o meno trasparente, vicino agli statunitensi. Ormai tutti i posti più pregiati delle nostre istituzioni, a partire dalla Presidenza del Consiglio e dalla stessa Presidenza della Repubblica (qui sì che c’è un antesignano dei buoni servizi alla Casa Bianca, sin dal 1978, anno della sua prima visita negli Usa), sono in mano ad “ambasciatori” non ufficiali di Washington. Se questo è un Paese libero e sovrano allora io sono Napoleone ed il popolo italiano è matto da legare. Anzi, è già legato e costretto ad ingoiare qualsiasi medicina stordente. Meglio non so spiegarmi questa immobilità generale alle percosse che stiamo ricevendo quasi senza reagire.

 

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