Little Italy… di dolore ostello

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, | nave sanza nocchiere in gran tempesta, | non donna di provincie, ma bordello!” (Purg.VI, 76-78)

Chi altro se non Dante Alighieri può aiutarci a descrivere la situazione di estrema corruzione, decadenza e miseria umana e morale in cui è precipitata l’Italia, non più giardino dell’Impero quanto sozzo cortile da gioco di luridi aguzzini che speculano sull’epocale storia della penisola, ricca di tradizioni, usi e costumi ormai contaminati dalla fiumana del progresso globale ? Anche se il sommo poeta è stato appena sacrificato sull’altare del politically correct, tacciato di “antisemitismo”, “omofobia” e vacue accuse da parte di chi si erge a paladino della libertà di parola ma non perde l’occasione per censurare chi non obbedisce ai suoi ipocriti proclami, le sue parole profetiche spingono a profonde riflessioni. Il nostro paese è veramente in crisi ? Abbiamo perso la nostra identità, la nostra appartenenza ad un contesto culturale comune, la sovranità sulla nostra terra ? Perché riusciamo a sentirci cittadini solo in occasione della vittoria ad un mondiale di calcio ?
Il problema dello smarrimento delle nostre radici va ricercato in una degradante condizione di colonia cui Roma è soggetta ormai da più di mezzo secolo, sconfitta in guerra per mano degli angloamericani e non esattamente, come spesso racconta trionfalmente l’ANPI, “liberata dalla resistenza dei partigiani”. Nessuno mette in dubbio la buona fede di chi ha lottato per anni contro le gerarchie fasciste, né tantomeno si vuole in qualche modo giustificare le storture del ventennio: inviterei semplicemente ad analizzare il passaggio del belpaese da quella che viene considerata la peggiore dittatura locale a più di un cinquantennio di presunta democrazia, di asservimento passivo alla volontà di potenza dello straniero, di occupazione da parte di ben 113 installazioni della NATO, di subalternità totalitaria all’egemonia culturale dei suddetti alleati, che hanno sradicato nel tempo il patrimonio storico e culturale dell’Italia, sostituendolo con fast-food, infernali centri commerciali e mode oscene, impiantando nel dna dell’italiano medio un complesso di inferiorità verso la “Dea America” e, più in generale, il mondo anglofono, che tanto adoriamo e veneriamo. Che piaccia o no, dal biennio 1947-’49 la penisola è uno degli emblemi più palesi del cosiddetto “51esimo Stato”, espressione che viene utilizzata realisticamente per indicare un paese fin troppo “americanizzato” e colpito dall’influenza di Manhattan, Hollywood e, soprattutto, l’onnipresente Wall Street, che, inconsapevolmente per masse di illusi sognatori, ruba ai poveri per dare ai ricchi. La bastonata neoliberista ha stordito a tal punto l’Italia da essere inserita a pieno titolo tra i PIIGS, acronimo ovviamente inglese con cui ci si riferisce con disprezzo ai paesi Europei sull’orlo del baratro economico (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). Scendendo più nel particolare, in una catabasi drammatica nell’Ade “a stelle e strisce”, potremmo notare che i primi passi mossi dagli Alleati furono compiuti nella soleggiata Sicilia: con la complicità di un certo Lucky Luciano, scarcerato ad hoc, e di personaggi illustri come Don Calogero Vizzini, sicuramente in sintonia con l’assurda concezione di giustizia propugnata dalla Casa Bianca (che scambia dittature per democrazie, banche per associazioni umanitarie, bombe per coriandoli festosi …), riuscirono ad impadronirsi dell’isola, punto di partenza per la conquista del paese. Tra un massacro, un raid e uno stupro di gruppo, città rase al suolo (una su tutte, Roma “città aperta”) e discorsi da esperti imbonitori, la mafia atlantista ha schiavizzato un popolo, prima materialmente, poi psicologicamente, portandoci ad una sindrome di Stoccolma che ci fa desiderare di identificarci con gli yankee – l’influenza della corona Britannica è comunque intensa, ma col ’45 lo scettro passa nelle rozze mani dei “cugini”. Inizia la stagione del soft power targato USA: la nazione perde i già compromessi antichi valori per accettare i principi esportati da chi ormai ci possiede, da chi ci forgia con i suoi miti di massa, i suoi telefilm, i suoi vestiti, il suo cibo, la sua musica. Ancora una volta è la struttura economico-politica che determina gli effetti nefasti del background socioculturale e pertanto l’Italia a maggioranza democristiana diventa una pedina nel campo atlantico e nel sistema capitalista internazionale che fa capo allo strapotere delle banche e delle multinazionali dei nuovi padroni del mondo. Nel momento in cui qualche ardito personaggio cerca di sovvertire l’ordine, restituendo un minimo di dignità o autonomia viene schiacciato sotto i carri armati di Truman: la fine è già scritta, come nel caso di Enrico Mattei, che con la sua ENI si opponeva al monopolio delle “sette sorelle” nel nero campo di battaglia del petrolio, morì in un misterioso incidente aereo e di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico tra DC e PCI, venne ucciso dalle Brigate Rosse in un complotto in cui non è affatto da escludere la longa manus della CIA (che preferiva il mite Giorgio Napolitano, il “comunista” di fiducia di Kissinger), tanto per citare due celebri martiri. Per non parlare,poi, del contesto storico generale degli anni di piombo, in cui cittadini onesti ed innocenti furono vittime della strategia della tensione, pianificata per consolidare il potere del blocco neoliberale – con attentati, stragi, collusioni con organizzazioni di estrema destra e sinistra, colpi di stato falliti e operazioni terroristiche di chi oggi finge di combattere il terrorismo – basti pensare a Gladio, gruppo paramilitare creato per contrastare l’avanzata comunista.
Nel corso degli ultimi vent’anni, dopo aver eliminato gli ultimi residui di blando patriottismo (l’eliminazione di Craxi ed Andreotti nel corso della farsa Tangentopoli, con cui si inaugura la stagione della tecnocrazia, delle privatizzazioni e degli interventi “umanitari” promossa dai vari Prodi, Amato e D’Alema), abbiamo assistito alla più umiliante massificazione dell’opinione pubblica, completamente programmata per ingoiare l’amara medicina somministrata da Oltreoceano. Non importa se dobbiamo sorbirci le spese di un parlamentarismo parassitario e quanto mai anti-democratico, basato sull’idea assurda di una “rappresentanza popolare” a cui da sempre viene preferita l’obbedienza ai pescecani della finanza; non importa se le banche, gli istituti economici, la agenzie di rating, aborti del capitale, ci spingono al precariato, alla disoccupazione, al suicidio; non importa se da anni perdiamo denaro e uomini in missioni promosse dal Pentagono (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan e Libia) e funzionali agli interessi dello straniero e contrari ai nostri, come è successo con Gheddafi, con cui si aveva un ottimo rapporto; non importa se la sovranità e il patriottismo sono stati spazzati via dal vento dell’espansione globale della sfera di ingerenza statunitense: a noi, piccoli inconsapevoli vittime, basta portare con fierezza la nuova sciarpa a stelle e strisce, discutere nella nuova lingua madre, che tra un po’ prenderà il posto dell’obsoleto Italiano al Politecnico di Milano, e sognare feste Californiane per sentirci felici e born in the USA.

Fonte

 

About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 71 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: