Vedere le stelle a mezzogiorno

Filosofo, diceva Platone, è colui che sa vedere l’intero; mentre chi non ne è capace, ma sa vedere solo la singola parte, non lo è.

Ne consegue che il vero filosofare è saper vedere la parte nascosta della realtà, la parte che si cela dietro le apparenze, la parte che rinvia al tutto e non è fine a se stessa.

La persona comune vede solo quel che ha di fronte o, al massimo, è quella che riflette, di volta in volta, su ciò che si vede venire incontro nel corso della propria vita; il filosofo è colui che pensa alla morte prima che essa venga a bussare alla sua porta; che respira il profumo della primavera, quando ancora regnano i geli dell’inverno; che ammira lo spettacolo commovente del cielo stellato, con i pianeti e la Via Lattea, ben prima che il sole abbia iniziato a declinare.

Questa, e soltanto questa, è la differenza tra chi è filosofo, e chi non lo è; questa, e soltanto questa, è la ragione per cui il vero filosofo non è colui che ripete le cose già dette da altri filosofi, le approva, le critica, perdendosi sovente in un mare di chiacchiere; ma colui che si mete in cammino tutto solo, col bastone e un piccolo zaino contenente appena lo stretto indispensabile, alla ricerca della verità, la cui nostalgia gli morde il cuore.

Questa è la ragione per cui il filosofo è un solitario, un amante del silenzio e delle altitudini, dove l’aria è talmente rarefatta che solo chi possiede ampi polmoni e un particolare adattamento alla respirazione in alta quota, conquistato giorno per giorno, può inoltrarsi; mentre l’uomo comune è l’abitante dei luoghi bassi e afosi, sovraffollati e rumorosi, dove le verità si vendono al mercato, al prezzo di poche monete ciascuna, e magari con uno sconto generoso per l’acquirente che ne faccia incetta all’ingrosso.

Molti, di questi tempi, si spacciano per filosofi: si direbbe un titolo talmente inflazionato e talmente alla portata di tutti, da suscitare ormai poco interesse, come cosa ordinaria e come titolo culturale che non si nega più a nessuno, nemmeno a quei poveracci che, nella vita, non sono stati capaci di fare assolutamente niente di interessante o di originale; nemmeno a quella legione di piccoli conformisti che non accettano di guardarsi allo specchio e riconoscersi per quello che sono, ma che pretendono di vedersi e di essere considerati delle teste pensanti e libere, delle personalità fuori dal gregge.

La verità, al contrario, è che di filosofia ce n’è in giro pochissima, e che gli autentici filosofi bisogna andare a cercarli con il lanternino in pieno giorno, come faceva il buon vecchio Diogene: perché il vero filosofo è un uomo nel senso più integrale della parola, un uomo che calcola meno di zero le verità preconfezionate e, insieme ad esse, l’omaggio servile, interessato o meno, reso al Pensiero Unico oggi imperante più che in altre epoche della storia, pur tanto vituperate: come il “buio” e “intollerante” Medioevo, che tanto bio e tanto intollerante non deve poi essere stato, o non più del presente, visto che ha prodotto dei giganti come San Tommaso, Dante, Giotto, mentre ai nostri giorni quelli che spiccano in altezza sono pur sempre dei nani in confronto a quelli, a dispetto di tutte le nostre superbe illusioni di Scienza e di Progresso.

Il vero filosofo è un ricercatore esigente della verità, esigente in primo luogo con se stesso; egli vive la dimensione della ricerca con tutto se stesso, ama la verità e non la chiacchiera, come l’esercito di professori di filosofia che, attualmente, intasa i nostri licei e le nostre università, annegandole in un mare di ciance; e tale esigenza fa sì che egli sia il più severo dei giudici verso se stesso, non perdoni nessuna delle proprie debolezze e pigrizie intellettuali, sia costantemente proteso oltre l’orizzonte delle verità parziali, che oggi vanno di moda e imperano con la forza dogmatica di altrettante religioni, ma domani saranno dimenticate e sostituite da nuove verità, altrettanto contingenti e altrettanto presuntuose; che sia proteso verso l’unica Verità perenne, che è continua e faticosa conquista, incessante cammino, pericolosa navigazione fra gli scogli.

Saper vedere le stelle a mezzogiorno ed il sole a mezzanotte, dunque: tale è l’abito mentale del vero filosofo, di colui che cerca ciò che è nascosto, che non si appaga del reale “così com’è”, o meglio come appare; anche se tutti gli altri se ne accontentano, anche se tutti gli altri hanno la spiccata tendenza a lodare e magnificare l’esistente così com’è, semplicemente perché è “la realtà”, con la stessa disinvoltura con cui loderebbero e magnificherebbero una realtà completamente diversa, se tale fosse quella esistente.

Si tratta di un atteggiamento di apertura, di stupore, di autentica libertà di sguardo, per cui il reale viene accolto nella sua complessità, analizzato nelle sue diverse componenti, compreso in ciò che esso ha di perenne, e rifiutato e combattuto, eventualmente, in ciò che esso ha di transitorio, di effimero, di inautentico, di menzognero; un atteggiamento che, comunque, non antepone mai il giudizio alla comprensione, non scambia mai la parte per il tutto, né s’immagina che il “mondo” sia solo ciò che si vede dal finestrino del proprio gabinetto.

È anche, e soprattutto, un atteggiamento di umiltà: esso nasce, infatti, dalla consapevolezza di quanto sia imperfetta la nostra vista a causa della umana piccolezza, e di come essa sia resa, sovente, ancor più imperfetta dal pesante e un po’ ridicolo bagaglio di pregiudizi che molti di noi, per conformismo e per pigrizia, si portano dietro, convinti nondimeno di preservare la propria “purezza” ideologica, filosofica, religiosa e così via, mentre invece è solo il frutto di una mancanza di coraggio, di lealtà e di trasparenza verso se stessi.

È sempre più comodo, infatti, andarsi a prendere le idee già belle e pronte nei grandi magazzini del consumo intellettuale; e se, così facendo, ci si avvilisce in quanto soggetti pensanti, e ci si appiattisce tutti sulle medesime frasi fatte, poco male: in un mondo di ciechi, difficilmente si viene accusati di avere cattiva vista e perfino quelli orbi di un occhio fanno un figurone e vengono soprannominati “occhio di lince”; così come in un mondo di servili adulatori, che se ne vanno in giro con la schiena curva a forza di far le riverenze, nessuno viene accusato di leccare gli stivali al potere di turno, perché non si vede mai alcuno che sappia tener la schiena dritta.

Il vero filosofo se ne va in giro con la schiena ben dritta: senza superbia, ma anche senza soggezione nei confronti di chiunque; la sola soggezione ch’egli prova, e che non nasce da calcolo o da innato servilismo, ma dalla consapevolezza della realtà, è quella nei confronti dell’Assoluto; e da essa derivano l’umiltà, il senso del limite e il senso del mistero, per cui egli non mai viene sfiorato dall’idea di essere, o di potersi fare, un piccolo dio; e sempre, invece, si ricorda ed è cosciente della propria condizione creaturale, finita, circoscritta.

Al tempo stesso, egli sa che al fondo della natura umana non vi è la finitezza, ma l’infinito, perché la natura umana è una delle manifestazioni del divino, e chi sa riconoscere la presenza del divino in tutte le cose, può anche valicare, sia pure per dei brevi istanti di stupefatto splendore, i limiti e le sbarre della propria condizione finita, per intravedere orizzonti sconfinati di libertà, bellezza e radiosa beatitudine.

Il vero filosofo, dunque, è un uomo dalla doppia cittadinanza: per un lato egli è un cittadino di questo mondo, con un corpo soggetto alle malattie, alla vecchiaia e alla morte, e con un’anima che desidera, che spera, che teme incessantemente, e si esalta e si affligge a seconda delle circostanze, anche se in maniera meno impulsiva, meno inconsapevole, meno grossolana degli altri; dall’altro lato egli è già qui, fin d’ora, un cittadino della patria eterna, dell’Essere da cui tutti veniamo e cui tutti siamo destinati a fare ritorno.

Tutti gli esseri umani, in verità, possiedono tale doppia cittadinanza; la differenza fra chi é filosofo e chi non lo è, consiste nel fatto che il primo è consapevole di essa e si sforza costantemente di adeguare la propria prospettiva terrena, limitata e contingente, alla prospettiva eterna ed assoluta dell’Essere; mentre il secondo si lascia continuamente influenzare e confondere dalle cose apparenti e contingenti, concede loro un grande potere su se stesso, si avvilisce nel timore di esse e si inebria ingenuamente allorché esse volgono il suo cuore alla speranza: non è saldo in se medesimo, non fa perno sul proprio centro permanente, perché non è consapevole che al centro di noi stessi non vi è il piccolo io, capriccioso e narcisista, ma lo splendore dell’Essere; e che il centro dell’essere è in ogni luogo ed in nessuno, e noi con esso.

Per questi vi è bisogno della filosofia: perché il mondo ha bisogno di non perdere di vista l’essenziale, di non lasciarsi confondere e fuorviare da ciò che è accessorio e impermalente; ha bisogno di essere richiamato alla luce dell’Essere, alla voce del Maestro interiore, che parla nel silenzio delle anime, se queste sono capaci di mettere a tacere gli inutili rumori.

La nostra vita è piena di inutili rumori, di stupido cicaleccio, di insulso arrabattarsi qua e là, inseguendo continuamente miraggi di bene che si rivelano illusori e fallimentari, ma nei quali gli uomini sprecano il meglio delle loro energie, delle loro risorse, del loro tempo, restando poi sempre a corto di capacità visiva e di coraggio per ciò che è essenziale.

Semplicemente, la maggior parte degli esseri umani non riescono a vedere le cose importanti, anche se vi passano accanto; sono sempre protesi verso qualche oggetto più o meno irraggiungibile, che ha questo di caratteristico: non mantiene mai ciò che sembrava promettere, ossia la pace e la serenità dell’anima, ma è continuamente causa di affanni, di noie, di delusioni, di amarezze.

E questo avviene non tanto per un difetto dell’oggetto in se stesso, ma per un difetto della vista di chi lo ha cercato, inseguito, spasmodicamente desiderato; un difetto per cui le cose sono state rivestite di una bellezza e di una pienezza che non possedevano; mentre, nel medesimo tempo, veniva trascurato o ignorato del tutto ciò che è essenziale e ciò che solo potrebbe farci stare bene con noi stessi: l’amore della verità, a cominciare dalla nostra verità interiore.

Avere una cattiva vista significa non amare la verità, non essere capaci di vedere gli enti per ciò che sono, nel loro giusto ordine gerarchico, e non essere capaci nemmeno di guardare se stessi con un minimo di onestà e di trasparenza; come meravigliarsi, poi, se la nostra vita non è che un continuo susseguirsi di agitazioni, di disillusioni, di ferite immedicabili? Si riceve quel che si dà: si dà, agli altri ed a se stessi, inautenticità, e si riceve inautenticità; si dà falsa apparenza, e si riceve falsa apparenza; si dà egoismo, ed egoismo si riceve, con i suoi frutti amari.

Questa è la legge della vita: ogni albero dà i frutti che possiede; e i frutti che possiede non sono un risultato del caso, ma il risultato del modo in cui si sono nutrite le radici. Nessun albero che si nutra di sostanze velenose potrà mai dare frutti buoni, e nessun albero che si nutra di sostanze buone potrebbe mai offrire dei frutti velenosi.

Quello che noi chiamiamo il caso, quello che l’uomo inconsapevole attribuisce alla fortuna o alla sfortuna, è solo il risultato di un corto vedere e di un insufficiente comprendere. Chi sa vedere un po’ oltre le apparenze e chi riesce a comprendere, almeno in parte, penetrando l’essenza del reale, sa bene che le cose stanno altrimenti e che esiste, nel mondo, una giustizia superiore, le cui vie sono spesso misteriose, ma che scaturisce in primo luogo dal livello di consapevolezza degli esseri umani.

Per la persona totalmente inconsapevole, che si compiace del male, il male è premio e castigo, nello stesso tempo, al suo agire; e così chi cerca il bene, trova il premio del bene anche nel male contingente, perché riesce a scorgere il bene che si va preparando nell’ombra, così come dal buio della terra che ha accolto il seme nascerà la luce della nuova pianta.

Tale è, appunto, la via del filosofare: riuscire a scorgere la futura pianticella, anche nel deserto del presente; e lavorare con pazienza, con umiltà e con buona volontà, a piantare alberi, sapendo che altri siederanno alla loro ombra e riposeranno al loro fresco, non lui.

Ma che importa?

Tutti siamo nell’Essere, anche se spesso ne siamo inconsapevoli: perciò piantare un albero, di cui godranno le generazioni future, è cosa giusta e necessaria: in fondo, non abbiamo goduto anche noi dell’ombra di alberi che altri avevano piantato, con fede ed umiltà, prima di noi, anzi, persino prima che nascessero i nostri genitori?

Tutto è uno, tutti siamo uno: e la luce meravigliosa dell’Essere brilla al fondo di ciascuno, magari nascosta sotto strati numerosi di fango e di detriti.

A questo serve il cammino del filosofo: a mostrare agli altri il diamante che giace nascosto in fondo alla sporcizia, nei recessi più dimenticati dell’anima.

È un compito quanto mai necessario, come lo è quello del timoniere a bordo di una nave. Ma se il timoniere dorme o si ubriaca, chi mai porterà la nave in salvo, in mezzo alle nebbie della notte?

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