La debacle in Siria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con 83 Stati e organizzazioni intergovernative rappresentati, la seconda conferenza degli “amici” della Siria è stato un successo mediatico. Ma questa messa in scena non riesce a nascondere la sconfitta della NATO e del GCC in Siria, incapace di rovesciare il regime dopo un anno di guerra a bassa intensità, e ora costretta ad allontanarsene davanti al fronte russo-sino-iraniano. Thierry Meyssan decifra questa strana conferenza diplomatica, in cui le parole sono state pronunciate non per di dire, ma per nascondere.

Il presidente Bashar al-Assad ha visitato Homs il 27 marzo 2012. Ha visitato il quartiere di Bab Amr dove i takfiristi siriani [1] e i combattenti stranieri avevano proclamato, per un mese, un emirato islamico indipendente. Ha assicurato i residenti sfollati che lo Stato avrebbe ricostruito le loro case “molto meglio di prima“, e che avrebbero potuto presto tornare a casa. Migliaia di persone, per lo più sunniti, erano state costrette a fuggire per evitare di cadere sotto la dittatura degli islamisti. In loro assenza, le case sono state saccheggiate e centinaia sono state fatte saltare dai ribelli, se non erano state distrutte dai combattimenti.
Bashar al-Assad, che rimane il capo di stato più popolare del mondo arabo, ha incontrato gli homsiti, ma ha rinunciato al tradizionale bagno di folla per la presenza sempre possibile di qualche terrorista isolato.
La guerra a bassa intensità è finita “una volta per tutte“, ha detto Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri siriano. Il paese, le cui principali infrastrutture energetica e delle telecomunicazioni, sono state sabotate, entra in una fase di ricostruzione.
Nel frattempo, la NATO e il GCC hanno continuato i loro maneggi. Una riunione del Consiglio nazionale siriano si è tenuta per adottare un “Patto Nazionale” accettabile per l’opinione pubblica occidentale. Si trattava di dare una parvenza laica e democratica ad un organismo dominato dalla Fratellanza Musulmana, che vuole l’instaurazione della sharia e di un regime islamico. Il programma scritto dai fratelli è stato curato dai consulenti per la comunicazione e arricchito da alcune espressioni politicamente corrette. È stato adottato durante uno strano scrutinio, in cui i fratelli hanno votato contro e vi hanno fatto partecipare degli sconosciuti che l’hanno votato, in modo che il testo passasse senza che avessero nulla da negare. Il Consiglio dispone di un testo programmatico che impegna solo coloro che lo leggono, e che la maggioranza dei suoi membri permanenti spera di calpestare al più presto.
Da parte loro, il Segretario Generale della Lega Araba e il suo omologo delle Nazioni Unite, hanno nominato un inviato speciale congiunto, Kofi Annan, per negoziare una via d’uscita dalla crisi. Si è assunto la responsabilità di un piano in sei punti, una versione leggermente modificata della proposta russa fatta alla Lega. Ha ottenuto l’assenso del presidente al-Assad, a condizione che tali disposizioni non siano distorte nel loro senso e usate per infiltrare nuovamente armi e combattenti.
E’ in questo contesto che la NATO e il GCC hanno convocato la seconda conferenza degli “Amici” della Siria, la prima Domenica di Aprile a Istanbul. 83 Stati e organizzazioni intergovernative vi hanno partecipato, sotto la presidenza dal turca [2].
Come hanno fatto nel loro precedente incontro a Tunisi, il 24 febbraio, i partecipanti hanno in primo luogo riaffermato il loro sostegno a “una transizione politica guidata dai siriani verso uno stato civile, democratico, pluralista, indipendente e libero, uno Stato che rispetti i diritti delle persone indipendentemente dalla loro etnia, religione o genere“[3], una posizione di distrazione, tra l’altro, che proviene da paesi che non sono né civili, né democratici, né pluralisti, né indipendenti, né liberi e che discriminano i loro cittadini in base alla loro etnia, religione o genere, come l’Arabia Saudita e il Qatar.
Poi, gli “Amici” della Siria hanno espresso il loro fermo sostegno al piano in sei punti di Kofi Annan, anche se la presidenza turca della Conferenza  proponeva l’armamento e il finanziamento dei ribelli, in violazione del piano Annan.
Su questa linea, la Conferenza ha ascoltato le relazioni del Consiglio nazionale siriano. Ha accolto con favore l’adozione formale del Patto Nazionale e la volontà dei membri del Consiglio di lavorare insieme, dimenticando che la riunione del Consiglio si è conclusa tra grida, porte sbattute e le dimissioni di 24 delegati curdi. Di conseguenza, ha riconosciuto il Consiglio come “un” legittimo rappresentante del popolo siriano, e come organizzazione che rappresenta i gruppi di opposizione siriani.
Queste lodi immeritate non devono essere intese riflettenti l’ignoranza o la cecità della situazione, ma come una caramella diplomatica per far dimenticare piacevolmente una grande delusione. In effetti, la Conferenza ha rifiutato di riconoscere il Consiglio come “il” rappresentante del popolo siriano, vale a dire, come parlamento in esilio che potesse nominare un governo in esilio e reclamare la sede siriana alle Nazioni Unite. Questo rifiuto dimostra che gli “Amici” della Siria hanno rinunciato al cambio di regime e che disperano che il Consiglio giunga a governare. La sua funzione s’è limitata oramai a partecipare alle campagne mediatiche contro il proprio paese. In questa prospettiva, il dipartimento di propaganda della Casa Bianca ha bisogno di controllare la comunicazione di tutta l’opposizione siriana. Pertanto, la Conferenza ha preteso di avere un solo contatto, il Consiglio, per cui è stato detto a tutti i gruppi di opposizione di confluirvi.

Il Centro di Responsabilità siriano
Chiusa la questione disciplinare, la Conferenza ha registrato ufficialmente la creazione di tre nuovi organi. In primo luogo, su iniziativa del Dipartimento di Stato statunitense, un centro di intelligence è stato incaricato di “raccogliere, confrontare, analizzare” tutte le informazioni disponibili sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità siriane, in vista del loro futuro giudizio da parte di una corte internazionale [4].
A Damasco, ricordiamo che per anni gli Stati Uniti hanno pensato di incolpare il presidente Bashar Assad della responsabilità dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri. Hanno poi lavorato alla raccolta di false testimonianze e nell’istituzione del Tribunale speciale per il Libano. Abbiamo sentito i vassalli di Washington, in Medio Oriente, profetizzare che il presidente siriano sarebbe stato legato mani e piedi e trascinato a L’Aia. Ricordiamo inoltre che le false testimonianze accumulate contro Assad sono crollate tra scandali di corruzione, e che Washington ha deciso di dirigere il sua dispositivo pseudo-legale contro altri obiettivi.
Resta il fatto che questo centro avrà principalmente il compito di coordinare il lavoro delle ONG già sovvenzionate direttamente o indirettamente da Washington, come ad esempio Amnesty InternationalHuman Rights Watch e la Federazione Internazionale dei Diritti Umani. Per questo lavoro di segreteria, il Dipartimento di Stato ha subito rilasciato 1,25 milioni di dollari e messo a disposizione il personale necessario.

Il Gruppo di lavoro sulle sanzioni
La Conferenza ha istituito un gruppo di lavoro sulle sanzioni. Si tratta ufficialmente di coordinare le azioni di Stati Uniti, Unione Europea, Lega Araba, ecc. per renderle più efficaci. I siriani hanno risposto sottolineando che le sanzioni li colpirebbero, ma avrebbero danneggiato anche alcuni dei loro vicini. Pertanto, il documento finale sottolinea inoltre che il gruppo farà in modo che tali sanzioni non danneggino paesi terzi, cosa che include l’apertura di vie commerciali alternative.
Infatti, la Lega Araba era stata costretta a sospendere le sanzioni che aveva decretato, perché minacciavano direttamente l’economia dei propri membri. Ad esempio, la Giordania s’è trovata brutalmente privata di oltre due terzi delle sue importazioni, e avrebbe dovuto essere privata dell’acqua potabile che le viene fornita dalla Siria. In una settimana, la sua economia era crollata.
Il gruppo di lavoro incaricato della sanzioni sembra la quadratura del cerchio. La sua prima riunione si è svolta a Parigi nella seconda metà di aprile, vale a dire, prima delle elezioni presidenziali francesi e dell’atteso cambiamento politico che ne deriverà.

Il Gruppo di lavoro sulla ripresa economica e lo sviluppo della Siria
Terzo e ultimo organo creato dalla Conferenza: il Gruppo di lavoro per la ripresa economica e lo sviluppo. In origine era previsto che il Consiglio nazionale siriano avrebbero formato il primo governo dopo la caduta del presidente siriano Bashar al-Assad. In questa prospettiva, doveva ricevere una sostanziale assistenza finanziaria, che gli avrebbe consentito di mobilitare una popolazione resa esausta dalle sanzioni. La promessa di questa manna aveva attratto in seno al Consiglio ogni tipo di squalo possibile.
Dato che da una parte non si tratta più di un cambiamento di regime e, dall’altra, si annuncia l’inasprimento delle sanzioni, perché aiutare il Presidente al-Assad a rilanciare l’economia e lo sviluppo del suo paese? E perché questo gruppo di lavoro è co-presieduto dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Germania?
La nostra ipotesi, fino a nuovo avviso, è che questo gruppo di lavoro debba camuffare il pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Francia, in cambio della restituzione dei suoi ufficiali detenuti in Siria. I nostri lettori e ascoltatori sanno che 19 soldati francesi sono stati arrestati in Siria e che tre di loro sono stati restituiti al Capo di Stato Maggiore, ammiraglio Edouard Guillaud, durante la sua visita in Libano. I negoziati proseguono tra le due parti attraverso gli Emirati Arabi Uniti. La Francia ha ammesso che i prigionieri sono suoi cittadini, anche se tutti hanno la doppia cittadinanza algerina o marocchina, ma nega che si tratti di militari in missione. Sostiene che si tratta di jihadisti, venuti a combattere su propria iniziativa e a sua insaputa. La Siria ha sostenuto che gli apparati di comunicazione della NATO che avevano, provano che stavano agendo sotto questa bandiera. In ogni caso, la Francia potrebbe pagare un risarcimento per la loro liberazione, ma la sua quantità è difficile da stabilire. La Siria chiede un risarcimento per i danni di guerra, per le migliaia di morti e per le infrastrutture distrutte. La Francia nota che se ci fosse stata una guerra segreta, non l’avrebbe condotta da sola e non sarebbe quindi l’unica responsabile. Nel caso in cui la Francia dovesse pagare, si rifiuterebbe di riconoscere pubblicamente il motivo per il movimento dei fondi. Dovrebbe quindi rendere anonima tale somma con l’aiuto del suo partner tedesco.
Washington ha rinunciato a cambiare il regime siriano, perché non ne ha i mezzi militari. Inizialmente, piuttosto che riconoscerlo il segretario alla difesa Leon Panetta ha sottolineato che l’intervento militare non farebbe che complicare la situazione sul terreno e gettare il paese nella guerra civile, invece di impedirla. Poi, il Capo di Stato Maggiore, il generale Martin Dempsey, e il comandante del CentCom, il generale James Mattis, hanno ammesso che l’US Air Force non avrebbe potuto bombardare la Siria, se le fosse stato ordinato, perché il paese è stato dotato dalla Russia del più efficace sistema antiaereo di tutto il mondo. Inoltre, i generali statunitensi hanno ammesso di continuare a monitorare lo spazio aereo della Siria, non più per fornire informazioni all’esercito libero siriano, ma per assicurarsi che non si impadronisca degli arsenali chimici e biologici. In altre parole, non solo Washington ha abbandonato il cambio di regime con la forza, ma si assicura che ciò non si verifichi, in modo di non entrare in conflitto con la Russia, la Cina e l’Iran.
Invece, Washington strumentalizza il caso siriano per mettere in imbarazzo Mosca e Pechino. La creazione del centro di responsabilità siriano, si riassume nella creazione di una nuova campagna di propaganda anti-siriana, non per aprire la strada ad un intervento NATO, ma per accusare la Russia e la Cina di essere delle dittature solidali con un’altra dittatura. E le sanzioni non hanno più lo scopo di demoralizzare la borghesia e farla rivoltare contro il regime, ma di costringere la Russia e la Cina a pagarla per la Siria.
E’ su questo sfondo che si deve interpretare il trambusto di Alain Juppé. Il ministro degli esteri francese sa che le sue dichiarazioni anti-siriane sono vacue, ma non gli resta che lasciare l’incarico al più presto, e che il suo successore si rifiuti di accettarne le conseguenze in nome dell’alternanza politica. La sua tracotanza permanente serve sia ad alimentare il dossier che il Centro di Responsabilità siriano prepara, che a soddisfare una lobby il cui supporto troverà utile quando sarà all’opposizione.
A questo proposito, Damasco, che anticipa la sconfitta elettorale di Nicolas Sarkozy, ha inviato un diplomatico di alto livello a Parigi. Ha incontrato il suo amico, l’ex ministro degli esteri socialista, che l’ha introdotto da Francois Hollande. La Siria conosce perfettamente i legami tra il candidato socialista e Israele e Qatar. Ma è sicura che il prossimo presidente francese si schiererà prima di tutto sulle posizioni degli Stati Uniti, e quindi cesserà ogni sostegno all’opposizione armata.

Note:
[1] I takfiristi sono musulmani settari che credono di detenere la pura verità e intendono eliminare gli eretici. I loro principali leader spirituali hanno trovato rifugio in Arabia Saudita, dove fanno appello a “uccidere un terzo dei siriani, affinché gli altri due terzi vivano”, vale a dire, a uccidere tutti i non-sunniti.
[2] «Chairman’s Conclusions Second Conference Of The Group Of Friends Of The Syrian People», Voltaire Network, 1 aprile 2012.
[3] «A Syrian-led political transition leading to a civil, democratic, pluralistic, independent and free state; one which respects people’s rights regardless of ethnicity, belief or gender»
[4] «State Department on Syria Accountability Clearinghouse», Voltaire Network, 2 aprile 2012.

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