Le donne, per G. Greer, sono portate al lesbismo perché mutevoli nell’orientamento sessuale

Germaine Greer è stata una delle voci più autorevoli, se così possiamo dire, del femminismo contemporaneo; da quando, nel 1970, si conquistò la ribalta internazionale, appena trentenne, le sue uscite sulla condizione femminile hanno acquistato il valore di veri e propri oracoli.

Di origine australiana, ma docente di letteratura inglese all’Università di Warwick, ella aveva anche “le physique du rôle” per attrarre su di sé le luci della ribalta: alta, bionda, formosa, con una folta criniera di capelli inanellati e, spesso, enormi pendenti agli orecchi, sebbene avesse il viso un po’ lungo e la mascella forte, non era un tipo da passare inosservato.

Cosa, peraltro, che si è sempre guardata bene dal cercar di fare: non esitava a posare nuda davanti all’obiettivo del fotografo, seduta con le gambe rivolte in alto e bene aperte, per mostrare il sesso, ammiccando in un gesto classicamente “liberatorio”; mentre non più tardi dello scorso anno la vispa e disinibita signora ha voluto stupire e rallegrare i suoi ammiratori posando del tutto senza veli, come mamma l’ha fatta or sono più di settant’anni – è nata il 29 gennaio 1939, prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale – davanti alla macchina fotografica, sorridendo compiaciuta, però con simulato imbarazzo, come a dire: «Vedete che posso ancora permettermelo, io».

Partendo dall’assunto, comune a tutte le altre femministe, che la donna fosse vittima di una vergognosa oppressione maschile e che i ruoli di genere non fossero un dato di natura, ma il prodotto di condizionamenti culturali (una litania che, negli anni Settanta, abbiamo sentito ripetere infinite volte dalle sacerdotesse della liberazione femminile, ad esempio da Elena Gianini Belotti e Amanda Guiducci), riteneva che l’orientamento sessuale della donna sia, in larga misura, il risultato di una continua, martellante pressione psicologica, mediante la quale essa finisce per auto-convincersi di non potersi realizzare se non nell’amore del maschio.

Invece, per la Greer, la caratteristica saliente della donna, dal punto di vista affettivo e sessuale (ma allora una natura femminile esiste, dopotutto, e non è solo creata dal condizionamento culturale!), è la continua mutevolezza dell’oggetto o degli oggetti sui quali riversare la propria capacità di amore – che, neanche a dirlo, è sovrabbondante, generosissima, costruttiva, e non certo incostante, tendenzialmente egoista e distruttiva come quella dell’uomo.

Non senza mostrare intelligenza e un acuto spirito d’osservazione, la Greer fa notare che la bambina ama la madre e poi il padre (ma anche il bambino fa lo stesso, solo che lei non lo dice); poi, da adolescente, si invaghisce di ragazzi dall’aspetto efebico, magari mentre conosce le prime esperienze omosessuali con una coetanea; e infine, donna adulta, tende a rivolgersi al maschio, perché così le è stato insegnato e tramandato, ma riservando un particolare interesse per quegli uomini che conservano caratteristiche fisiche femminee, proprio come accadeva nei suoi sogni di ragazzina, qualche decennio prima.

Se ne deduce che, per la Greer, la caratteristica essenziale della sessualità femminile è la ricerca della dolcezza e che la donna non è mai veramente e interamente eterosessuale, poiché nell’altro sesso tende a cercare sempre, o quasi sempre, l’elemento più simile a se stessa, piuttosto che quello a lei più dissimile; infatti, sentenzia, la rudezza è una caratteristica maschile (prendiamo nota: esiste anche una natura maschile), mentre la donna esige «molto di più: impegno, tempo, comunicazione, carezze».

Così, non si capisce bene se rendendosene conto oppure no, la Greer finisce per costruire una mitologia femminile che ricorda, per molti aspetti, quella roussoiana del “buon selvaggio”: la donna è dolce, sensibile, fedele, profonda; all’uomo, invece, basta una “sveltina” e via; e anche gli omosessuali rispecchiano queste diverse e opposte caratteristiche: le lesbiche tendono a innamorarsi e solo allora accettano la propria diversità, mentre i maschi omosessuali sono promiscui e cercano unicamente l’appagamento fisico.

Così, dunque, nel suo libro «The Whole Woman» (titolo originale: «La donna intera», 1999; traduzione di Adriana Apa, Mondadori, Milano, 2001, pp. 254-265), apparso a trent’anni di distanza dal best-seller che la rivelò alle scene mondiali, «L’eunuco femmina»:

 

«Le donne amano di tutto: luoghi, animali e persone. Possono amare un posto con una passione talmente viscerale da sognarlo ogni notte. Possono amare gli animali con una tale tenerezza che sono disposte a morire in una casa in fiamme per portare in salvo un vecchio gatto, o sotto le ruote di un camion carico di vitellini da esportazione. Possono amare un bambino o un adulto con una devozione che non appassisce mai nel corso di lunghi anni di fatica e di lotta. Amano impavide, incuranti dei maltrattamenti, incuranti dell’abbandono o della morte, restituendo il bene per il male. Non uccidono le cose che amano, ma le curano, le alimentano, le nutrono, continuando a provare più interesse per loro che per se stesse. […]

L’oggetto dell’amore di una donna muta in relazione alla fase di trasformazione nella quale ella si trova di volta in volta a vivere. Da bambina ama una creatura composita, lei-stessa-e-sua-madre insieme, poi ama il suo papà, poi, man mano che si avvicina al menarca, attraversa un periodo tumultuoso di infatuazione invasata per i ragazzi, che può anche coincidere con l’intimità con un’altra ragazza. I maschi oggetto delle ossessione delle ragazzine in età puberale sono glabri, graziosi, “magnifici”, “fantastici”, “dèi dell’amore”,”dolcissimi” e “deliziosi”. Sono più infantili che mascolini, e talvolta comunicano un esplicito messaggio transessuale come Boy George, la cui immagine oltraggiosamente effeminata tappezzava le pareti della camera da letto delle ragazze  negli anni Ottanta. Rifacendosi costantemente un look androgino, Michael Jackson ha mantenuto e allargato il suo vasto pubblico di adolescenti. […]

Anche più tardi l’interesse erotico di una donna sembra essere orientato verso il maschio effeminato più che verso il tipo mascolino convenzionale. Il pubblico che adorava Liberace, come adesso quello che adora Barry Manilow, era costituito quasi esclusivamente da donne di mezza età. Più Liberace esasperava la sua effeminatezza e più quelle sbavavano; ma per poter conservare la loro adorazione egli dovete nascondere la sua effettiva vita sessuale. Così, finché ci riuscì, finse di essere una verginella; ma alla fine un partner respinto lo mise a nudo come un amante esigente e aggressivo. I bellimbusti truccati e i cavalier serventi del Diciassettesimo secolo [forse è un errore per Diciottesimo] erano effeminati e al tempo stesso riscuotevano grande successo con le donne I vitelloni del Ventesimo secolo sono anche sospettati furono anche sospettati di fare combutta con femmine lascive per tradire l’onesto amore di uomini lavoratori dal cuore sincero. Se il cicisbeo di una signora è per definizione effeminato, questo non ci dice forse qualcosa sulle preferenze sessuali della dama? Sono gli uomini più che le donne  a cercare la rudezza. L’estensione logica di questo interrogativo potrebbe indurci a dubitare che l’eterosessualità sia un’inclinazione naturale, fino a insinuare in noi il sospetto che, se in futuro non sarà supportata dalla pressione della legge, della religione e della famiglia, finirà per collassare. […]

Benché la maggior parte dei maschi omosessuali riconosca e proprie inclinazioni nel corso di contatti sessuali promiscui, molte donne per potersi identificare come lesbiche, devono innamorarsi di un’altra donna. Clamoroso fu il caso di Adrienne Rich, che si innamorò di una donna all’età di quarantasette anni, dopo essere stata moglie e madre di tre figli. […]

Alla fine del Diciannovesimo secolo,  quando il sesso venne medicalizzato, l’orientamento sessuale non ortodosso divenne patologico, una specie di incapacità congenita nei confronti della quale il sano individuo eterosessuale doveva provare pietà.  Le lesbiche come Radclyff Hall presentavano se stesse come individui intersessuali, marchiati da Dio a essere amati da donne oppure  a vivere un miserabile celibato. […]

Gli individui eterosessuali spesso pensano che le lesbiche siano donne mascoline e che i maschi omosessuali siano uomini effeminati. L’idea che persone attratte da individui dello stesso sesso debbano condividere caratteristiche del sesso opposto fa parte di un assunto più ampio, e cioè che l’eterosessualità sia l’unica forma di sessualità e che ogni altra forma di attività sessuale ne sia una versione più o meno distorta. Ciò è possibile solo se si postula che i ruoli sono intercambiabili, e cioè che in una copia lesbica una elle due donne svolga il ruolo maschile o, in una coppia omosessuale, uno dei due uomini svolga il ruolo femminile. Se così fosse, gli omosessuali non potrebbero né abolire n trasformare la dinamica fondamentale delle relazioni sessuali tra esseri umani ma soltanto imitarla.  In realtà, negando la validità della prescrizione di un unico tipo di relazione ortodossa, sana e normale, gli omosessuali possono rivendicare l’intero spettro della devianza. Le manifestazioni sessuali omosessuali sono straordinariamente  varie. […]

Come altri aspetti di una sensibilità che nella tumultuosa pubertà può rispondere all’attrazione erotica dell’adolescente maschio o femmina, e nella maternità a quella del bambino, anche l’orientamento sessuale delle donne potrebbe essere mutevole. L’essenzialismo di cui sono intrise molte delle nostre idee sull’orientamento sessuale rappresentano un’oppressione in sé. Da tutti i lati le donne sono accerchiate, sfidate a decidersi, a comportarsi in maniera prevedibile, ad accettare delle etichette e a controllarsi di modo che qualcuno possa controllarle. Questa pressione viene da ogni parte: per la donna coinvolta in una relazione sessuale con un’altra donna, è probabile che venga anche dalla comunità lesbica. […]

Quando si dice che è privilegio di una donna cambiare opinione, si sottintende che non è un suo diritto. Eppure il cambiamento è insito nella natura femminile: una donna cambia le fasi della sua vita. Anche il più essenziale dei suoi attributi, il suo corpo, cambierà, nella sua forma esterna e nella chimica interna. Sarebbe strano se anche la sessualità non cambiasse.  Quando si parla di donne che hanno “dichiarato” la loro omosessualità, si sottintende l’esistenza di un io omosessuale autentico che era rimasto nascosto dietro la facciata dell’eterosessualità. Per gli uomini, dichiarare la propria omosessualità rappresenta generalmente la fine di una menzogna: passavano per eterosessuali attivi e interessati alle donne mentre in realtà avevano rapporti sessuali, e anche numerosi, con altri uomini. Le lesbiche sono diverse; una percentuale compresa fra i tre e i quattro quinti  ha avuto esperienze eterosessuali e ha “funzionato” adeguatamente in un ruolo eterosessuale. Non intrattenevano relazioni omosessuali mentre fingevano di essere “normali”, come spesso succede agli uomini, ma vivevano effettivamente la vita di consorti eterosessuali, mogli e madri. Se l’omosessualità e l’eterosessualità non sono innate se sono entrambe de costrutti sociali, nessuna di noi deve perdere la speranza che un giorno potrà incontrare la donna dei suoi sogni e amarla come mai ha amato prima.»

 

In definitiva, sembra di capire che la bisessualità, per la Greer, sia l’orientamento sessuale “normale” di uomini e donne e che queste ultime siano particolarmente attratte dal proprio sesso a causa della loro maggiore sensibilità, della profondità e delicatezza dei loro sentimenti, della loro particolare affettività, che si sposta successivamente su diversi oggetti, prediligendo, comunque, quelli che recano tracce di una certa somiglianza con il loro proprio modo di essere.

Tutto questo non viene sostenuto per via di ragionamento, ma con una serie di affermazioni apodittiche o scarsamente documentate e che ricalcano, in ogni caso, i più vieti stereotipi antimaschili, anche quando discute l’omosessualità degli uomini.

Inoltre, la Greer non parla di affettività, ma di sessualità, semplificando al massimo i termini del discorso e al tempo stesso impoverendolo, perché se tutto si riduce al solo desiderio sessuale (come vorrebbe il buon Freud, padre nobile e imprescindibile di tutto il pensiero femminista), allora, in linea con la migliore – o peggiore – tradizione dell‘utilitarismo britannico (è buono e vero ciò che è utile e che, guarda caso, essendo utile, produce anche piacere), la ricetta di ogni problema è molto semplice: basta lasciar cadere le pastoie del condizionamento culturale e sbizzarrirsi, sotto le lenzuola, in ogni possibile maniera, et voilà, la tanto sospirata “liberazione” sarà stata raggiunta, e tutti vivranno felici e contenti.

Un tipico esempio di questo semplicismo, di questo impoverimento dei termini del discorso, è racchiuso nell’affermazione: «Anche il più essenziale dei suoi attributi, il suo corpo, cambierà, nella sua forma esterna e nella chimica interna. Sarebbe strano se anche la sessualità non cambiasse»: il che non soltanto mostra d’ignorare il fatto che anche il corpo dell’uomo tende a cambiare nel corso della vita, e non soltanto quello della donna, ma equivale più o meno a dire che il cambiamento corporeo, anche quello puramente fisiologico e legato allo sviluppo e alla crescita, non può non avere come effetto il cambiamento dell’orientamento sessuale delle persone: un concetto tanto arbitrario sul piano logico, quanto indimostrabile su quello pratico.

Ma è il pansessualismo di matrice psicanalitica, probabilmente, il più grave errore della cultura femminista e quello più carico di funeste conseguenze: l’aver ridotto le problematiche profonde di uomini e donne al livello dei loro organi sessuali e l’aver proclamato che il toccasana di ogni frustrazione è l’orgasmo, possibilmente raggiunto in maniera trasgressiva…

Ariannaeditrice

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