L’avvento dell’uomo digitale

 

Nessun regime politico ha cambiato la vita degli uomini tanto quanto le grandi innovazioni tecnologiche.
Si pensi all’automobile, all’aereo, alla pillola contraccettiva, alla televisione. Il principio fondamentale della tecnica, diceva Friedrich Georg Junger (il fratello di Ernst Junger), è il principio di fattibilità: nel momento stesso in cui qualcosa è tecnicamente possibile, quel qualcosa sarà realizzato, lo si voglia o no. Gli uomini politici, i moralisti, i membri dei comitati di “riflessione etica” saranno, nei suoi confronti, sempre un po’ in ritardo. Al di là del bene così come del male, la tecnica si impone da sé, trasformando il possibile in necessario, e persino in ineluttabile.
Ai giorni nostri, è stato indiscutibilmente Internet ad avere maggiormente modificato la vita quotidiana di centinaia di milioni di individui. Nel 2000 erano solo 400 milioni i connessi ad Internet. Oggi il loro numero supera un quarto della popolazione mondiale. Nato da Arpanet, rete militare messa a punto dal Pentagono negli anni Sessanta, Internet si è dimostrato uno degli strumenti di comunicazione la cui penetrazione ha conosciuto la progressione più rapida della storia: venti volte più in fretta del telefono, dieci volte più in fretta della radio, tre volte più della televisione. La grande frattura, ormai, è quella che, nel mondo, contrappone i “connessi” ai “non connessi”.
La nuova tecnologia ha dapprima toccato i giovani, tradizionalmente considerati early adopters (utilizzatori della prim’ora). Da ciò è derivata una frattura d’uso, che separa i digital natives, o “autoctoni del mondo digitale”, al cui interno sono nati, dai digital immigrants, approdati sul tardi alle nuove tecnologie. Si è così scavato un fossato tra le generazioni.
Agli inizi degli anni Novanta, i primi internauti si meravigliavano di poter accedere ad ogni sorta di informazioni e servizi tramite i motori di ricerca e di poter comunicare istantaneamente attraverso messaggi di posta elettronica. Poi si sono messi a partecipare. Hanno pubblicato le loro foto su Flickr o Snapfish. Hanno guardato video su YouTube e Dailymotion, consultato informazioni su Wikipedia. I softwares gratuiti hanno consentito loro di creare dei blogs. Infine hanno avuto accesso alle “reti sociali” (Facebook, MySpace, Twitter, Bebo, Plaxo ecc.). Il Web è così diventato la piattaforma sulla quale si può fare di tutto, o quasi: ricevere messaggi, consultare in tempo reale, connettersi con delle reti, chiacchierare in diretta, fare acquisti o prenotazioni, trovare partners e così via.
Internet ha, naturalmente, i suoi avversari irriducibili, che non sono tutti dei nostalgici dell’era Gutenberg, così come ha i suoi difensori incondizionati, che ne sottolineano gli evidenti vantaggi: un’informazione più diversificata, nuove libertà, possibilità di esercitare un contropotere e via dicendo.
Resta tuttavia in piedi il problema di capire se e in che misura anche la rivoluzione digitale faccia parte della società della sorveglianza e del controllo che è succeduta alle vecchie società della reclusione carceraria. II riferimento onnipresente è owiamente Big Brother, figura centrale di 1984, il celebre libro di George Orwell. Alex Turl, presidente della Commission nationale informatique et libertés francese (Cnil), constatando che oggi siamo «sottoposti ad una duplice tracciatura: una tracciatura fisica attraverso la videosorveglianza o la geolocalizzazione, una tracciatura temporale attraverso le reti sociali e i motori di ricerca», ha recentemente dichiarato all’Assemblee nationale: «Non solo siamo posti di fronte a una moltitudine di “piccoli Brothers” che è impossibile localizzare, ma inoltre ignoriamo deliberatamente la minaccia che questi ultimi fanno pesare sulle libertà individuali».
Contrariamente agli schedari di polizia, che rientrano nel campo di quella che il gergo attuale chiama una logica top down (discendente), le informazioni fornite sulla rete Internet hanno a che vedere con una logica bottom up (ascendente): i dati che permettono di schedare gli individui vengono forniti dagli stessi interessati, allo scopo di scambiarli o condividerli con gli altri membri delle reti.
Nel dicembre 2009, una trasmissione sulla rete televisiva France 2, dedicata al «pianeta Facebook», ha ricordato che tutte le informazioni fornite sul proprio conto dai membri delle “reti sociali” (le attività personali, le opinioni politiche, le preferenze sessuali ecc.) sono istantaneamente consultabili da 150 milioni di iscritti, che saranno ancora accessibili fra venti o trent’anni (per la loro futura moglie, i figli, i datori di lavoro) e che potranno altresì essere vendute, un domani, a società industriali o a servizi di informazione. «Una miniera d’oro per la polizia», si leggeva già su «Le Figaro» nell’aprile 2009. Questa era la conclusione di Jéròme Drieux, autore dell’inchiesta: «Se si vuol preservare la propria vita privata, non ci si deve iscrivere».
E il doppio volto di Internet. Da un lato, apre nuove possibilità di informazione e di scambio, di cui i poteri pubblici si sforzano, senza grande successo, di imbrigliare la spontaneità anarchica o l’illegalità dei contenuti. Dall’altro, consente di individuare, schedare, scoprire. Un tempo, la polizia poteva arrestare solo pedofili isolati. Adesso, grazie ad Internet, ne può identificare e smantellare intere reti. Un metodo che potrebbe benissimo essere utilizzato un domani anche contro i “malpensanti”.
Un altro argomento di preoccupazione è la massiccia mercantilizzazione delle nuove tecnologie. Taluni specialisti, ad esempio, hanno descritto l’iPad, la nuova piattaforma elettronica di Apple, come la «pietra tombale del Web 2.0». Spiegazione: l’espressione «Web 2.0», inventata nell’ottobre 2004 dall’editore californiano Tim O’Reilly, all’origine indicava il punto di oscillazione (tipping point) al di là del quale Internet sarebbe passato da uno status puramente utilitario (l’era dei primi personal computers, con Ibm come attore principale) a quello di luogo di sfogo e di creatività personale (con Microsoft come simbolo). Ma l’iPad non è che un semplice strumento di consultazione e di ricreazione. Con iTunes (musica), AppleStore e la sua libreria iBooks, Apple si limita a fare commercializzazione di contenuti creati da professionisti. E, proprio come Internet, Facebook è un’impresa privata che non è stata creata per filantropia, allo scopo di aiutare le persone a crearsi delle relazioni, bensì per guadagnare denaro (i dati raccolti valgono oro). Malgrado l’esplosione dei blogs, il modello dominante su Internet non è la creazione di contenuti, ma il consumo e il voyeurismo. Il “villaggio globale” cantato da Marshall McLuhan sembra essersi così trasformato in un grande bazar planetario, nel quale si vendono on-line ogni sorta di beni (su eBay e altri negozi on-line) e di servizi (banche, trasporti, incontri amorosi e via dicendo). E il sogno utopico di un «nuovo spazio pubblico elettronico, conviviale e democratico» (Serge Proulx) si è fracassato sulle realtà mercantili per diventare un ampio supermercato sotto sorveglianza, e nel contempo una gigantesca sala da giochi per adolescenti immaturi.
Gli psichiatri, che si sono essi pure interessati al fenomeno, constatano che i blogs, i forum e le altre “vaschette di ‘sabbia” servono prima di tutto da disinibitori agli incolti anonimi, agli ossessionati e ai paranoici, che trovano sullo Schermo il mezzo per moltiplicare l’impatto di messaggi irresponsabili redatti nell’anonimato.
Non basta, però, dire che di Internet, così come di ogni altra cosa, si possono fare un buon e un cattivo uso. Bisogna anche constatare che quell’uso trasforma l’utilizzatore. Cambiando ilmondo, il Web cambia altresì l’uomo che ci abita. E una trasformazione che non è stata ancora considerata nel suo effettivo valore, sia perché gli strumenti di analisi difettano (i vecchi schemi concettuali sono diventati obsoleti), sia per mancanza di distanza temporale («le cose vanno troppo in fretta»). «Non esistono leggi della modernità», diceva Jean Baudrillard, «ci sono solo caratteristiche della modernità». E quali sono le caratteristiche della modernità digitale? E le caratteristiche antropologiche dell’Homo numericus? La prima è owiamente la perdita di importanza dello scritto. L’avvento di una nuova cultura non avviene mai senza dolore. Essa implica l’esclusione o la marginalizzazione della cultura precedente. Distinguendo tra le diverse «mediasfere», Régis Debray ha, da molto tempo, osservato che siamo passati dalla «grafosfera», dominata dalla tipografia, alla «videosfera», in cui regnano le tecniche audiovisive. Il ridimensionamento dello scritto, che va di pari passo con la fine della scrittura manuale, se non addirittura dello scambio di corrispondenza (un tempo si pubblicavano le lettere dei grandi scrittori, è probabile che non si pubblicheranno mai le loro mails), lascia prevedere che la libreria on-line soppianterà la biblioteca, e che il libro elettronico (l’e-book) prenderà il posto della sua versione cartacea.
Conseguenza linguistica: mentre l’ortografia si sfalda, la lingua che sempre più si impone su Internet è l’inglese, o più esattamente il “globish”, vale a dire un sottoinglese da aeroporto. Per rendersene conto, basta leggere la stampa specializzata, in cui ormai si parla solo di «touch of search», di «user generated content», di «mobile devices», di «codes of roleplay» e di altri « widgets».
Ma è soprattutto a vantaggio dell’immagine che lo scritto si cancella. Georges Bernanos definiva la modernità «un complotto contro la vita interiore». Contribuisce a questo risultato l’esplosione delle immagini. A spiegarla è il fatto che l’immagine è una risorsa facile da produrre e non esige alcuno sforzo per essere consumata. Ma il primato dell’immagine sullo scritto è la fine di una certa maniera di informarsi e di coltivarsi, perché non si guarda un video nell’identico modo in cui si legge un libro. Quando si guarda, non si può neanche immaginare di fermarsi un istante a riflettere. Il ritmo non dipende da noi. L’occhio funziona da solo, cessando di essere l’ausiliario del cervello.
Si finisce così in quello che Gilles Lipovetsky e Jean Serroy hanno chiamato lo «schermo globale». Viviamo sempre più in un mondo di schermi — televisione, pubblicità, video, Internet, clips, schermi tattili, telefoni portatili —, e nel frattempo la dipendenza dall’oggetto fa di ogni utilizzatore il terminale del suo computer o il prolungamento del suo telecomando. In strada, sui mezzi di trasporto, in ufficio o al ristorante, tutti pigiano su qualche bottone, toccano schermi, picchiettano sul computer portatile, sul telefono cellulare multifunzionale, sull’iPod e così via. L’Homo numericus ha alcuni aspetti della scimmia sapiente. Siamo in un mondo «dove non si guardano più le stelle, ma gli schermi», come ha scritto Paul Virilio.
L’esperienza vissuta viene sostituita dalla virtualità, che consente di conoscere tutto il mondo senza essere andati da nessuna parte.
Il fenomeno è percepibile soprattutto fra i “geeks”, i “fissati”, giovani invasati di tutte le tecnologie digitali, per non parlare poi dei “nolife”, che, dal canto loro, non hanno quasi più alcun legame con il mondo esterno e passano ventiquattr’ore su ventiquattro davanti allo schermo. I geeks non provano nessun bisogno di accumulare i contenuti, poiché Internet sostituisce virtualmente tutti gli strumenti a cui fare riferimento. La conservazione dei contenuti appare loro come una preoccupazione legata ad un’altra epoca. André Gunthert, direttore del Laboratorio di storia visuale contemporanea, constata che per molti giovani «l’idea di acquistare delle cose- per conservarle stupisce. Faticano a capire l’utilità dell’archivio: vivono nell’idea dell’abbondanza dei contenuti, della disponibilità permanente e perpetua delle immagini, orientata verso il futuro e non verso il passato». Cera digitale è anche, per definizione, l’epoca del virtuale. Dall’”assistente” che vi saluta quando entrate in un negozio on-line al mostro che cerca di uccidervi del sito World of Warcraft, tutto ciò che accade nel cyberspazio è virtuale. Jean Baudrillard diceva che la trasformazione del mondo reale da parte del virtuale lo rende «iperreale». Ciò significa che il simulacro, in quel contesto, è sempre più vero che in natura. Il virtuale, a suo modo, abolisce lo spazio e il tempo. Il sociologo Paul Virilio, che si è molto interessato ai concetti di velocità e accelerazione, fa un parallelo fra Internet, che si fonda sul consumo immediato dei contenuti, e il fatto che un avvenimento che si produce sulla superficie della Terra (ad esempio, una grave crisi finanziaria) si propaga istantaneamente all’intero pianeta. La rivoluzione informatica e digitale porta verso la sincronizzazione, cioè il tempo quasi simultaneo, che può essere anche chiamato tempo mondiale o tempo zero. «Le tecnologie del tempo reale, le tecnologie della globalizzazione del tempo», ritiene Virilio, «recano in sé una potenza di oblio, di evacuazione di tutte le realtà. Esse provocano una derealizzazione, una perdita della realtà». In questo senso, aggiunge, stiamo assistendo alla «sconfitta dei fatti».
Ad immagine della globalizzazione, Internet è uno spazio planetario privo di un esterno (Paul Virilio parla di «globalitarismo»). La temporalità si riduce all’immediato, vale a dire alla cultura dell’istante: «Dato che le lunghe durate perdono il loro interesse a profitto dell’istantaneità e dell’immediatezza, l’avvenimento sentito in modo istantaneo diventa preminente».Tutto quello che è immediato viene valorizzato, tutto quello che esige attenzione viene svalutato. «Subiamo una pressione che mangia il passato», nota a sua volta André Gunthert. Questa pressione si alimenta però anche di una propensione al futuro. Nelle nuove tecnologie, l’ideologia del progresso rimane viva poiché, per definizione, il modello migliore è sempre quello che farà la sua comparsa domani. Il sociologo di origine polacca Zygmunt Bauman affronta la stessa problematica parlando di «liquidità». L’avvento della modernità tardiva (detta altresì «seconda modernità» o «postmodernità»), spiega, ha segnato il passaggio da una fase solida a una fase liquida «nella quale le forme sociali non possono più mantenersi in modo duraturo, perché si decompongono in un tempo minore di quanto non ne occorra loro per essere forgiate».
La società nell’era della globalizzazione è una «società liquida», nella quale le relazioni, le identità, le appartenenze politiche e persino le categorie di pensiero diventano nel contempo polimorfe, effimere e gettabili. I voti elettorali obbediscono ad un principio di rotazione accelerata (nel corso degli anni si provano tutti i partiti). Gli impegni in politica, perdendo ogni carattere militante “sacerdotale”, diventano transitori. Le lotte sociali si collocano all’interno di lassi di tempo sempre più limitati. I legami amorosi obbediscono al medesimo principio. Dal momento che il matrimonio d’amore è la principale causa di divorzio, matrimoni e relazioni durano sempre meno a lungo. Solo dieci anni fa, la durata media di un matrimonio nei paesi occidentali era di sette anni. Oggi è ridotta a diciotto mesi. Ogni impegno a lungo termine, che sia in ambito politico o in campo amoroso, è assimilato ad una perdita di libertà o diventa incomprensibile. Siamo di fronte a una crescente fragilità dei legami o dei rapporti umani, intimi o sociali che siano, alla disgregazione delle solidarietà durature, ma anche ad una sensazione di impotenza (si ha l’impressione di non poter più controllare alcunché) che fa nascere sensazioni di incertezza, di angoscia e di insicurezza. Uno dei libri di Zygmunt Bauman si intitola La vita in frantumi…
Questa “liquidità” si affianca alla deterritorializzazione, che è diventata la regola nel cyberspazio. Le cose vanno allo stesso modo con il telefono cellulare, con il computer portatile o con le tecniche WiFi, che sopprimono ogni legame connesso ad un luogo preciso. La mobilità, la “trasparenza”, la disponibilità permanente vengono innalzate ad ideali. La superiorità dei «flussi sui codici» era già stata annunciata da Gilles Deleuze e Michel Foucault. Tutte le nuove tecnologie si riducono a trasmissioni di flussi. Si passa dalla logica tellurica alfa logica marittima, che non conosce frontiere ma solo ondate e flussi. E la logica del commercio e dello scambio, che va di pari passo con lo sradicamento. L’uomo digitale, novello nomade, è al contempo ovunque e in nessun luogo.
Le reti, che servono tanto a connettere quanto a disconnettere, hanno a loro volta sostituito le strutture, la cui ragion d’essere era nel tenere assieme. L’era digitale segna nel contempo il tempo dell’iperindividualismo e quello delle reti. Michel Maffesoli ha efficacemente dimostrato che oggi viviamo nell’epoca delle reti, delle comunità e delle “tribù”. Sullo sfondo della crisi crescente dello Stato nazionale (che ormai è sovrano solo in materia di sorveglianza e di sicurezza) e della decomposizione accelerata di tutte le istituzioni “sovraordinate”, le reti proliferano in maniera virale, creando “nodi” ovunque. MySpace è stato il primo sito che consentiva ai giovani di creare on-line un “profilo” a loro immagine e di condividere le loro passioni con gli amici. Le “reti sociali”, in seguito, hanno continuato a svilupparsi senza sosta. II loro successo è dovuto prima di tutto al fatto di costituire altrettanti spazi privilegiati di socializzazione virtuale. In Comment le web change le monde, Francis Pisani e Dominique Piotet parlano di «alchimia delle moltitudini» per definire il modo in cui la Rete ricompone i rapporti umani. Ma si può veramente parlare dell’emergere di una nuova forma di socievolezza? Sì e no. Reti senza frontiere si formano un po’ dappertutto, ma coloro che ne
fanno parte rimangono, in definitiva, soli dietro il loro schermo. Tanto più si “comunica” quanto meno si ha da dire. SI hanno amici dappertutto, ma non li si è mai visti. E difficile, in queste condizioni, parlare di nuovo legame sociale.
Molti sociologi pensano che le “reti sociali” di Internet non offrano rimedi alla frammentazione sociale, che rende le persone inadeguate a formare e realizzare un progetto comune, ma tenda anzi ad aggravarla. Dominique Wolton ricorda che informazione e comunicazione di rado sono sinonimi. Bernard Stiegler, sociologo e filosofo, mostra come le industrie culturali e le tecnologie digitali, sebbene paiano valorizzare innanzitutto la singolarità degli individui, in realtà finiscano col far sì che gli “io” si cancellino a profitto di un “si” pecoresco. «Dietro la comunicazione planetaria ultrarapida, innegabile prodezza tecnologica», afferma Paul Virilio, «vediamo comparire dei rischi di condizionamento che l’intero apparato di propaganda si sforza di camuffare».
Il concetto da cogliere, in questo caso, è quello di contro-produttività, che era stato a suo tempo teorizzato da Ivan Illich. Troppe informazioni che non si possono né porre in un ordine gerarchico né verificare equivalgono ad un’assenza di informazioni. Le masse anonime delle grandi città vivono in nuovi deserti. L’accumulo di immagini fa nascere una nuova iconoclastia. La perdita generalizzata dei punti di riferimento fa esplodere il nonsenso. Il desiderio di libertà totale può allora anche invertirsi in dipendenza assoluta. Si può essere liberi solo quando è possibile padroneggiare ciò che ci circonda e ci domina. L’Homo numericus è, da più di un punto di vista, un uomo che non domina più niente, perché le sue forme di vita sempre più “tecnomorfe” lo sottopongono a una totale dipendenza dalla tecnologia. Una cosa è sicu ra: l’era digitale è solo agli inizi. Nel luglio del 2010, la società statunitense Fisher-Price ha lanciato una nuova piattaforma elettronica che comprende un lettore e-book, un album fotografico, un lettore Mp3, un software di disegni e videogiochi. Con una particolarità: è destinata ai bambini dai tre ai sei anni.

 

Fonte: Diorama

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One Response to L’avvento dell’uomo digitale

  1. Antonio scrive:

    Quanto pessimismo! E che ingannevole tessitura di citazioni! Maffesoli non ha scritto solamente sulle tribù urbane, ma anche molto sul ruolo AGGREGANTE che le nuove tecnologie, insieme ai nuovi miti e alle nuove icone global-popolari, hanno sulle persone del globo.
    E nemmeno una parola sul ruolo che le nuove tecnologie hanno avuto nelle recenti rivolte nel mondo arabo!

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