LA GUERRA ALLE BANCHE CENTRALI DI STATO

La nuova tornata di sanzioni sempre più dure decretate dagli USA contro Teheran, perchè? Per obbligare il regime a rinunciare alla bomba atomica? Per proteggere Israele «minacciato nella sua esistenza»? Per mantenere aperto ai traffici lo stretto di Hormutz? Per debellare il «terrorismo» islamico? Per diffondere la democrazia?

La vera ragione l’ha detta di sfuggita, ai giornalisti della AFP, un alto esponente del governo americano sotto condizioni di anonimato: «Abbiamo assoluto bisogno di chiudere la Banca Centrale dellIran». (U.S. wants to ‘close down the Central Bank of Iran’ over nuclear concerns)

«Se una banca (estera) corrispondente di una banca USA vuole fare affari con noi, e fa affari con la Banca Centrale iraniana (per acquistare petrolio), si mette nei guai con noi», ha detto l’anonimo. In particolare, le Banche Centrali estere che trattano con la Banca Centrale iraniana in transazioni petrolifere, subiranno le stesse draconiane sanzioni varate dagli USA per Teheran.

Allora sarà il caso di rispolverare la più screditata delle teorie complottiste, già sollevata, e ridicolizzata e demonizzata nel 2003, quando gli USA hanno occupato l’Iraq?

Solo sei mesi prima, il cattivissimo Saddam Hussein aveva cominciato ad accettare euro, anzichè dollari, in cambio del suo greggio: una minaccia immanente per il dollaro come moneta di riserva globale.

Teheran ha già da tempo lanciato un simile tentativo, con una Borsa petrolifera dove si compra e vende senza dollari.

Gheddafi stava minacciando di fare lo stesso, lanciando uno sforzo per rifiutare il dollaro e l’euro, e chiamando le nazioni africane ed arabe a usare una moneta comune a copertura aurea, il gold dinar. Leggi il resto dell’articolo

Saccheggio di Stato

Non appena il capo dello Stato Giorgio Napolitano ebbe incaricato Mario Monti di formare il governo, Barack Obama telefonò immediatamente al nuovo inquilino di Palazzo Chigi per sbrigare i soliti convenevoli e, soprattutto, per caldeggiare la nomina a ministri di due personaggi strettamente collegati alle strutture atlantiche, ovvero il presidente del Comitato Militare della NATO, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola e l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Giulio Terzi di Sant’Agata.
In seguito, quando Monti ufficializzò la nomina di Di Paola come ministro della Difesa e di Giulio Terzi come ministro degli Esteri accogliendo le “raccomandazioni” di Obama, apparve immediatamente chiara la linea che avrebbe seguito il governo dei tecnici insediatosi a “furor di mercati”.
Una volta che questo governo ebbe varato la nota manovra finanziaria interamente incentrata sull’aumento delle imposte di base a carico di un tessuto produttivo composto essenzialmente da piccoli e medi imprenditori, alcuni osservatori esterni sollevarono la spinosa questione su come questa proclamata “austerità” finalizzata ufficialmente a raggiungere il pareggio di bilancio potesse sposarsi con l’erogazione di ben 16 miliardi di euro dei contribuenti per l’acquisto di 131 caccia F35 Joint strike Fighter prodotti dalla compagnia statunitense Lockheed Martin. Leggi il resto dell’articolo

ACTA-Anti-Counterfeiting Trade Agreement: l’usurpazione di Internet da parte delle Corporazioni

Sulla scia di una protesta pubblica contro alcuni disegni di legge per regolamentare Internet, come SOPA e PIPA, i rappresentanti della UE hanno firmato, ieri a Tokio,  una nuova legge molto più minacciosa. Guidate dai governi degli Stati Uniti e del Giappone e costruite in gran parte in assenza di consapevolezza pubblica, le misure dell’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA) alterano drammaticamente l’attuale quadro giuridico internazionale, introducendo i primi processi sostanziali di regolamentazione globale di internet. Con totale disprezzo verso il processo democratico, i negoziati del trattato si sono svolti esclusivamente tra rappresentanti dell’industria e funzionari di governo, escludendo dalle audizioni i rappresentanti eletti e i membri della stampa.

Con il pretesto di proteggere i diritti di proprietà intellettuale, il trattato introduce misure che consentono al settore privato di applicare un’ampia autorità centrale sui contenuti internet. L’ACTA abolisce tutta la supervisione legale che riguarda la rimozione di contenuti e consente ai titolari di copyright di costringere gli ISP a rimuovere il materiale da internet, qualcosa che attualmente richiede un ordine del tribunale. L’ISP si troverebbe quindi di fronte a responsabilità legali, se scegliesse di non rimuovere i contenuti. Teoricamente, i blog personali possono essere rimossi per l’utilizzo non autorizzato di loghi aziendali, o semplicemente perun collegamento a materiale scritto, gli utenti potrebbero essere criminalizzati, esclusi dall’accesso a Internet e finire anche in carcere per la condivisione di materiale protetto da copyright. In definitiva, queste implicazioni sarebbero fortemente dannose per internet come mezzo per la libertà di parola. Leggi il resto dell’articolo

A CHI LA NIGERIA? A GOLDMAN SACHS

 

Si è stabilita una nuova moda, per la quale ogni personalità politica o istituzionale deve condire i suoi discorsi con inesorabili denunce dello strapotere della finanza globale, che, da “servizio nei confronti della produzione”, è diventata scopo in sé e funzione primaria. Una volta pronunciata l’astratta denuncia, si può tornare tranquillamente ad obbedire alle banche.
Il caso più clamoroso di questa schizofrenia, è dato dalla questione dell’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione. Strano che nessun costituzionalista abbia sentito il bisogno di chiarire che una tale norma è di per sé incostituzionale, poiché uno Stato che accetti di trasformare il pareggio di bilancio da scelta politica in norma vincolante, si consegna in ostaggio ai propri creditori. Tanto vale affermare chiaramente che la sovranità appartiene alle banche.
Ma la contraddizione non è solo tra il dire ed il fare, è anche interna al discorso. Persino Mario Monti, durante la trasmissione “Che tempo che fa” ha recitato la sua litania sulla necessità di ridimensionare il potere della finanza, senza però chiarire come si sia stabilito questo potere, e che cosa abbia indotto i governi a compiere le scelte che hanno finanziarizzato tutte le relazioni economiche e sociali. Ma forse Monti non aveva bisogno di dirlo, dato che è proprio lui uno dei maggiori rappresentanti di quel lobbying bancario che si è insinuato in ogni ambito delle istituzioni. Non è affatto dimostrato che il governo del Tanghero di Arcore sia stato abbattuto da una trama della finanza globale, né si comprenderebbe il motivo di tanto sforzo; mentre è invece dimostrabilissimo che dal 1994 tutti i governi italiani siano stati sotto il controllo diretto di poteri finanziari internazionali. Ci si riferisce, tanto per iniziare, a Lamberto Dini, del Fondo Monetario Internazionale, che fu ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi, e poi egli stesso Presidente del Consiglio. Poi basta scorrere i nomi di Romano Prodi, Gianni Letta e Mario Monti, tutti e tre consulenti di Goldman Sachs; ancora si può ricordare Mario Draghi, anche lui di Goldman Sachs, nominato governatore della Banca d’Italia dal secondo governo Berlusconi. Ed infine una citazione anche per Giuliano Amato, il quale, a posteriori, ci ha rivelato il suo legame con Deutsche Bank.
La forza del lobbying delle multinazionali non consiste nella strategia, nella pianificazione o nella lungimiranza, ma semplicemente nella onnipresenza e sulla ripetitività dello schema, per cui può cambiare l’ordine dei fattori, ma il prodotto non cambia. Lo schema coloniale si applica indifferentemente a tutti i Paesi, e senza troppe varianti. Niente di strano quindi che anche uno Stato africano come la Nigeria, nel marzo del 2010, si sia adeguato alla disciplina lobbistica, inserendo nel governo un esponente di Goldman Sachs. La Nigeria è vicina.[1]
La notizia che Goldman Sachs abbia occupato anche il governo nigeriano, quindi non costituisce uno scoop; anzi sarebbe uno scoop la notizia contraria. Nulla di strano neppure nella notizia che Robert Zoellick, ex vicepresidente di Goldman Sachs, ex vicesegretario di Stato con Bush, ed attualmente presidente del Gruppo Banca Mondiale, abbia espresso apprezzamento per il fatto che, nel luglio 2011, la direttrice generale della Banca Mondiale, Ngozi Okonjo-Iweala, sia tornata a far parte del governo nigeriano in qualità di ministro delle Finanze. La notizia è sul sito della Banca Mondiale.[2]
Quindi non bastava Goldman Sachs, ci voleva anche quell’altra sua longa manus che è la Banca Mondiale. Appena arrivata, Okonjo-Iweala ha messo sotto ricatto il governo presentando una lettera di dimissioni, che poi deve essere stata ritirata, dato che risulta ancora lei il ministro delle Finanze in carica. Nella lettera Okonjo-Iweala consigliava al governo di raccomandarsi a Dio. Molto professionale.[3]
Oggi la Nigeria è sulle prime pagine dei quotidiani per la vicenda delle aggressioni islamiche nei confronti dei cristiani; ma nel 2008, la notizia era che la Nigeria si trovava nel pieno di un disastro ecologico nel delta del fiume Niger, provocato dalla multinazionale Exxon. Ma il Delta del Niger è una zona troppo ghiotta per le corporation e non manca nessuno: Total ed Eni, Exxon-Mobil, Shell, Chevron-Texaco, StatOil, e naturalmente BP. La maggior parte del petrolio nigeriano va a finire negli USA; le immense riserve di gas del paese sono state bruciate con trivellazioni maldestre ed esplosioni che hanno devastato il paese. Secondo stime approssimate per difetto, più di 400 milioni di litri di petrolio sono finiti nel delta. La manutenzione degli impianti è fatta in economia; così, quando ci sono delle perdite, le compagnie se la cavano parlando di sabotaggio. Tutte le corporation assoldano truppe paramilitari che, con la scusa di difendere gli impianti dai sabotaggi, aggrediscono la popolazione in modo sistematico; villaggi di migliaia di persone sono stati costretti alla fuga dai mercenari.[4]
La popolazione nigeriana, stimata in centocinquantacinque milioni di abitanti, è costretta a vivere nella miseria, mentre la Nigeria è l’ottavo o nono paese esportatore al mondo di petrolio. Uno dei disastri ambientali più recenti è stato provocato dalla Shell, i cui manager hanno attribuito la rottura di alcune tubature ai “ladri” (forse era un velato riferimento a se stessi).
L’altra notizia era che le autorità nigeriane non riuscivano ad assumere alcun provvedimento per controllare l’estrazione del petrolio, e ciò a causa dell’attività di lobbying della British Petroleum.[5]
Il governo nigeriano ha preso invece altri provvedimenti, oltre quelli di imbarcare Goldman Sachs e Banca Mondiale nel governo. Va registrata infatti l’istituzione di un fondo federale per far fronte alla volatilità dei prezzi del petrolio; attorno a queste risorse finanziarie si è scatenato il lobbying di Goldman Sachs e di JP Morgan per ottenere la concessione della gestione del fondo. La stampa africana ne ha diffuso con preoccupazione la notizia, sottolineando le resistenze che questa prospettiva aveva suscitato in Nigeria nell’ottobre dello scorso anno.[6]
L’altra misura assunta dal governo, anzi direttamente dal ministro delle Finanze Okonjo-Iweala, è molto “montiana”; riguarda infatti l’aumento del prezzo dei carburanti, che sta causando in Nigeria un movimento di protesta sindacale molto acceso ed esteso. Sulla questione il ministro delle Finanze ha concesso un’intervista ad Al Jazeera.[7]
Solo che adesso, a proposito della Nigeria, non si parla più di disastri ecologici causati dalla Exxon o dalla Shell, né del lobbying di BP, Goldman Sachs e JP Morgan, né del protettorato imposto dalla Banca Mondiale, e neppure del grande movimento di protesta sindacale, ma della guerra civile fra musulmani e cristiani, e di prospettiva di secessione del Paese tra sud cristiano e nord islamico. Tutto questo lobbying e l’invio di un’emissaria di Zoellick, chissà perché, non hanno portato bene alla Nigeria. Del resto, che c’è di meglio di un conflitto etnico-religioso per neutralizzare un movimento di protesta sindacale?
L’indispensabile complemento del lobbying è infatti la psywar, la guerra psicologica: non basta infiltrare un Paese, bisogna confondergli le idee creandogli falsi nemici. Guarda caso, la CIA aveva previsto che le cose non sarebbero andate bene per la Nigeria. Cinque anni fa, un rapporto della CIA profetizzava che la Nigeria non aveva più di dieci anni di vita come Stato unitario. Anche questa notizia è stata ripresa dalla stampa africana in questi giorni di guerra civile in Nigeria.[8]
Ovviamente il rapporto della CIA aveva un mero scopo scientifico, e non sarebbe lecito sospettare di nessuna azione della stessa CIA nel fomentare la guerra civile in Nigeria. Neppure è concesso ipotizzare che tutti quei mercenari al servizio delle multinazionali abbiano qualcosa a che vedere con le aggressioni.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.independent.co.uk/news/world/africa/goldman-sachs-chief-included-in-nigerias-new-cabinet-1927001.html&ei=MzMdT5DFK7GM4gSPwKGLDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=4&sqi=2&ved=0CEgQ7gEwAw&prev=/search%3Fq%3Dnigeria%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26biw%3D1280%26bih%3D606%26prmd%3Dimvns
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/NEWS/0,,contentMDK:22958186~pagePK:64257043~piPK:437376~theSitePK:4607,00.html&ei=kKQdT43DKa754QTpqfnMDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDoQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3DNigeria%2BWorld%2BBank%2Bzoellick%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.wazobiareport.com/reports/Ngozi-Okonjo-Iweala-resigns-after-inspecting-federation-accounts
[4] http://234next.com/csp/cms/sites/Next/Home/5258469-146/The_mercenaries_take_over__.csp
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2010/may/30/oil-spills-nigeria-niger-delta-shell&ei=Y0IcT8isAajd4QSkl7yFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDMQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dexxon%2Bbp%2Bnigeria%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[6] http://translate.googleusercontent.com/translate_c?hl=it&langpair=en%7Cit&rurl=translate.google.com&u=http://allafrica.com/stories/201110261085.html&usg=ALkJrhjh23E41pPOjG2-wFhirpQEBxdRDg
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://africaunchained.blogspot.com/2012/01/nigerias-finance-minister-ngozi-okonjo.html
[8] http://translate.googleusercontent.com/translate_c?hl=it&prev=/search%3Fq%3Dnigeria%2Bcia%2Ballafrica%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns&rurl=translate.google.it&sl=en&u=http://allafrica.com/stories/201201120484.html&usg=ALkJrhj57n0jBNGRd7f2nS6TFBCRl-4BqA

 

Fonte

Il flusso del potere

Prologo

Si immagini una proposta folle.
Una persona, non meglio identificata, offre una considerevole quantità di denaro –decine di milioni di euro – accompagnata dalla promessa di esaudire le proprie più grandi ambizioni: fama, successo, il raggiungimento di alte cariche di potere.
Tutto questo a patto di portare a compimento una missione: l’uccisione, per mezzo di un coltello, di tredici bambini di tredici mesi di età, raccolti all’interno di una stanza ben illuminata, dalle pareti bianche.
Vi è inoltre l’assoluta garanzia che nessuno verrà mai a conoscenza del gesto commesso, ad esclusione del committente stesso.

Come reagirebbe un essere umano di fronte ad una proposta simile?
Sicuramente vi sarebbero diverse reazioni.
Una buona parte delle persone, la maggioranza relativa, rifiuterebbe immediatamente con il massimo sdegno ed orrore l’idea di compiere un atto tanto efferato, quale che sia la ricompensa.
Un’altra considerevole percentuale invece resterebbe disorientata, rifletterebbe brevemente sui benefici ma in seguito rifiuterebbe, considerando il rito da compiere brutale e disumano.
Vi sarebbe poi una parte di persone che dopo lunga riflessione accetterebbe, ma giunta sul posto, col coltello in mano, non avrebbe la forza di procedere.
Un’altra parte ancora rifletterebbe a lungo sulla proposta, accetterebbe e porterebbe a termine il proprio compito, in uno stato di terribile turbamento, tormentandosi per la scelta fatta per il resto della propria vita. Leggi il resto dell’articolo

I Vari Modi di Pisciare

DI ARTHUR SILBER
Power of Narrative

Ecco come William Blum descrive la distruzione dell’Iraq ad opera degli Stati Uniti (citato da Chris Floyd in un post recente)

“La maggior parte della gente non capisce l’importanza di quello che abbiamo fatto qui”, ha detto il Sergente Maggiore Ron Kelley mentre assieme a altri militari si preparava a lasciare l’Iraq a metà dicembre: “Abbiamo fatto qualcosa di grande per questa nazione. Abbiamo liberato un popolo, abbiamo restituito loro il paese.”“È piuttosto eccitante”, è il commento di un altro giovane soldato americano: “Finiremo nei libri di storia, a quanto pare.” (Washington Post, 18 dicembre 2011)Ah, i libri di storia, sì, una bella collana di volumi rilegati in cuoio dal titolo “Le più grandi catastrofi inflitte da un Paese all’altro”. Nell’ultimo volume sarà possibile trovare tutta la documentazione con tanto di foto di come la moderna, raffinata, avanzata nazione irachena fu ridotto a uno stato semi-fallito; di come gli americani, per un motivo o l’altro (tutti pretestuosi) a partire dal 1991 bombardarono il Paese per dodici anni; invasero, occuparono, rovesciarono il governo, torturarono senza farsi scrupoli, uccisero di proposito… di come gli abitanti di quella terra martoriata persero tutto – le loro case, le scuole, l’elettricità, l’acqua potabile, i loro quartieri, le moschee, persero l’ambiente, il lavoro, le ricchezze archeologiche, persero la carriera, le competenze, le aziende pubbliche, la sanità fisica e quella mentale, la sanità pubblica, lo stato sociale, i diritti delle donne, la tolleranza religiosa, la sicurezza, la tranquillità, i figli, i genitori, il passato, il presente, il futuro, la vita… Più di metà della popolazione morta, ferita, traumatizzata, in prigione, evacuata o in esilio… L’aria, il suolo, l’acqua, il sangue e i geni contaminati dall’uranio impoverito…le più incredibili deformazioni alla nascita… ordigni inesplosi disseminati ovunque in attesa di essere raccolti da bambini … un fiume di sangue che scorre a fianco del Tigri e dell’Eufrate … attraverso un Paese fatto a pezzi per sempre …

I fatti descritti da Blum non sono altro che questo, appunto: fatti. Non questioni da discutere. Ci sono una quantità di articoli e di fonti che lo dimostrano. Nonostante questo Barack Obama – osserva Blum – vuole fare passare ancora una volta la distruzione di un intero paese come “uno straordinario risultato, che ha richiesto nove anni per essere realizzato”.

Questo completo stravolgimento della verità è il frutto di secoli di bugie ininterrotte. Il giorno mutato in notte, la vita in morte – e tutto ciò è, anzi deve essere il bene”. Queste sono le perverse distorsioni della mitopoiesi americana, come la descrivevo già nel luglio 2010 in “The Blood-Drenched Darkness of American Exceptionalism“:

L’invasione e l’occupazione americana non è stata altro che una serie ininterrotta di crimini di guerra. Ciò è fuori discussione. Siccome è fuori discussione, non se ne parla. E non solo non se ne parla, che già di per sé è un crimine. Il mito dell’eccezionalità americana ci racconta che gli Stati Uniti sono unici e unicamente buoni. Non basta ignorare le conseguenze negative delle nostre azioni: dobbiamo trasformarle tutte nel bene assoluto. Il processo è stato seguito alla lettera in ciascuno degli interventi bellici intrapresi dagli Stati Uniti (a partire dalle Filippine, passando per la prima Guerra Mondiale, la Seconda e i molti interventi successivi, fino all’Iraq e l’Afghanistan oggi) e lo stesso identico processo ha funzionato per anni con la guerra in Iraq. [...] Leggi il resto dell’articolo

Carceri Private: Il Modello a Stelle e Strisce

16 agosto 2010

 

Intro

Da qualche tempo i mass media italiani non perdono occasione per sottolineare quanto precarie, inumane ed insostenibili siano diventate le condizioni di vita dei detenuti.
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Abbiamo avuto sopralluoghi da parte di rappresentanti di diverso colore politico, dossier giornalistici, e le opinioni di esperti e sociologi.si sono sprecate. Il problema è il sovraffollamento, ripetono. Troppi detenuti stipati in spazi ridotti e inadeguati.

Tuttavia – dopo il sostanziale fallimento dell’ultimo indulto (perlomeno in funzione della sovrappopolazione carceraria) – nessuno dei signori politici ha ancora proposto una soluzione concreta al problema. Finora ci si è limitati a prendere atto della situazione, mandando in TV ogni tipo di notizia che fosse in grado di fortificare nel cittadino la consapevolezza del grave problema. La cosa strana è che nessuno – da destra a sinistra, dalla tv  alla radio, dalla Rai a Mediaset – abbia mai avanzato la ipotesi che le carceri italiane siano iperaffollate per il semplice motivo che un numero enorme di reati “minori” da noi venga sanzionato con pene detentive.
Possibile che nel nostro Paese esistano leggi come quella che prevede da uno a sei mesi di carcere per chi scriva su immobili, mezzi di trasporto e cassonetti della immondizia? Leggi che sanciscono da 6 a 20 anni di carcere per la detenzione di qualche spinello di cannabis? Carcere per chi involontariamente provochi valanghe di neve; carcere per chi esibisca un certificato di malattia falso; carcere per chi compia atti non violenti di stalking; carcere per chi pubblichi notizie coperte da segreto istruttorio … e via dicendo.
La situazione appare piuttosto paradossale. Da un lato vi è il problema e dall’altro vi è la soluzione più logica, ben visibile a chiunque non finga di essere cieco. Soluzione che tuttavia a quanto pare non viene minimamente presa in considerazione.
Giusto un paio di giorni fa si è consumato l’ennesimo suicidio carcerario. Qualcuno della maggioranza ha sancito che la situazione sia ormai  insostenibile, e che subito dopo la estate Governo e Parlamento dovranno necessariamente adoperarsi per porre definitivamente rimedio al problema.
Scommettiamo che gran parte della politica converrà che la soluzione sia quella di concedere ad  aziende private la delega a costruire e gestire nuove carceri, imitando così  il “modello” già in vigore negli Stati Uniti?
Occhio, perché quando si fa in modo che soggetti privati nutrano un interesse affaristico nel riempimento delle carceri, come niente ci si potrebbe ritrovare a fare i conti con una miriade di nuove “fattispecie” molto problematiche e preoccupanti.
Ci auguriamo con tutto il cuore di stare prendendo una clamorosa cantonata. In attesa che i nostri rappresentanti istituzionali ci rendano edotti sul modo con cui avrebbero intenzione di sanare il problema del sovraffollamento carcerario, proponiamo un interessante articolo uscito su Liberazione il 14 marzo del 2009 e riportato sul web dal sito Insorgenze.

 

Buona lettura.
di S. Cossu
C’è un business negli Stati Uniti che non dà segni di crisi. E’ l’incredibile affare che ruota attorno al complesso carcerario-industriale.
Non è legato ad aumenti di atti criminali e neanche ad un equo rapporto tra il delitto e il castigo. E’ il risultato di una alleanza di ferro tra grandi imprese, governo, istituti di pena e media che produce soldi a palate a discapito del principio di giustizia.
Negli Stati Uniti ci sono ad oggi quasi tre milioni di detenuti. Ospiti di carceri federali, statali e anche private sparse in tutto il paese.
Secondo la organizzazione californiana California Prison Focus “nessuna altra società nella storia umana ha imprigionato un così alto numero di suoi cittadini.” E i numeri sembrano confermarlo. Secondo le statistiche nelle prigioni americane è detenuto il 25% della popolazione carceraria mondiale, su soltanto il 5% della popolazione mondiale. Mezzo milione in più della Cina, che però ha una popolazione cinque volte più numerosa.
Viene spontaneo chiedersi: cosa ha determinato questa escalation di detenzioni?
Il tasso di criminalità stando alle statistiche è in discesa. Secondo il Bureau of Prisons, nel 2004 si è registato lo stesso tasso di ciminalità del 1974, mentre gli omicidi sono al loro minimo storico, pari a quello registrato nel 1965. Ma il dato più importante è che il tasso di criminalità si concentra in determinate aree: povere e principalmente abitate da afroamericani e ispanici.
Il 57% dei reati commessi sono legati a traffico di droga. Ma nonostante questo si è passati dalla popolazione carceraria di 300 mila detenuti del 1972, al milione del 1990 per arrivare ai quasi tre di oggi. Dieci anni fa esistevano negli Stati Uniti solo 5 carceri private, oggi ce ne sono 100.
E’ chiaro il come e il perché dell’enorme affare che ha dato vita a quello che viene definito il complesso industriale-carcerario. Immaginate di avere a disposizione un enorme bacino di forza lavoro che costa poco, non può protestare (chi protesta può essere messo in isolamento) e non richiede assicurazioni di sorta.
E’ questa la ricetta di quella che le organizzazioni umanitarie, così come quelle politiche e sociali, definiscono come una nuova forma di inumano sfruttamento. Una industria multimilionaria che ha proprie mostre commerciali, convention, website e punti vendita su internet. Inoltre ha campagne pubblicitarie dirette, studi di architettura, società di costruzioni, società di investimento a Wall Street, aziende di impiantistica, compagnie di distribuzione di generi alimentari, sicurezza armata, e celle.
Inoltre i contratti privati per il lavoro dei carcerati sono un incentivo per imprigionare sempre più gente. Le prigioni dipendono da questo reddito. Azionisti delle corporation che fanno i soldi grazie al lavoro dei carcerati fanno lobbing a favore di pene più lunghe, per espandere la loro mano d’opera. Un sistema che si autoalimenta.
Secondo una inchiesta del Left Business Observer, la industria federale carceraria produce il 100% di molti materiali militari: elmetti, cinture per le munizioni, maglie a prova di proiettile, placche di identificazione, camicie, pantaloni, tende, borse e spacci di bevande.
A parte i rifornimenti militari, gli operai della prigione forniscono il 98% dell’intero mercato per i servizi di assemblaggio di apparecchiature; il 93% delle vernici e dei pennelli; il 92% dell’assemblaggio di cucine; il 46% delle armature protettive; il 36% degli elettrodomestici; il 30% di cuffie/microfoni/altoparlanti; e il 21% delle forniture di ufficio. Parti di aeroplano, forniture mediche, e molto più: i prigionieri stanno persino allevando e addestrando cani-guida per ciechi.
Ma come si fa ad incarcerare sempre più persone? Negli Usa negli ultimi anni si è assistito ad una lunga serie di nuove leggi che allungano la pena.
L’esempio più ecclatante è la famosa “Three strikes law”, la legge “tre volte e sei eliminato” – termine preso in prestito dal baseball – che prevede pene fino allo ergastolo, senza possibilità di libertà condizionata, per chi si macchi di tre reati, anche minori. L’approvazione di questa norma in “soli” 13 Stati ha determinato la necessità di costruire nei prossimi 10 anni altre 20 carceri.
E qui arriva il grande affare della privatizzazione. Il boom è iniziato nel 1980 sotto le presidenze di Ronald Reagan e di Bush senior ma ha raggiunto il suo appice nel 1990 con Clinton. Le prigioni private sono l’affare più grande nel complesso dell’industria carceraria.
Le due più grandi società del settore sono la Correctional Corporation of America (Cca) e Wackenhut, le quali insieme controllano il 75% del mercato. Le prigioni private ricevono un importo garantito di denaro per ogni prigioniero, indipendentemente dal costo per mantenerlo. Secondo Russell Boraas, amministratore di una prigione privata in Virginia, “il segreto dei costi di gestione bassi sta nell’avere il numero minimo di guardie per il numero massimo di prigionieri.”
La Cca, per esempio, ha una prigione ultra-moderna a Lawrenceville, in Virginia, dove cinque guardie nel turno di giorno e due in quello di notte sorvegliano oltre 750 prigionieri. In queste prigioni, i carcerati possono ottenere la riduzione della pena per “buona condotta”, ma qualsiasi infrazione è punita con 30 giorni aggiuntivi – che significa più profitti per la Cca.
Una forza lavoro quella in carcere che ha rappresentato per molte multinazionali una manna dal cielo: costa poco, non protesta e non chiede tutele o assicurazioni. Almeno 37 stati hanno affidato per legge il lavoro dei detenuti a società private che organizzano le lavorazioni direttamente all’interno delle prigioni di Stato. nella lista di queste aziende si trova la crema delle corporazioni Usa: Ibm, Boeing, Motorola, Microsoft, At&t, Wireless, Texas Instrument, Dell, Compaq, Honeywell, Hewlett-Packard, Nortel, Lucent Technologies, 3Com, Intel, Northern Telecom, Twa, Nordstrom, Revlon, Macy, Pierre Cardin, Target Stores e molte altre.
I carcerati dei penitenziari di Stato di solito ricevono lo stipendio minimo per il loro lavoro, ma non tutti; in Colorado, per esempio, vengono pagati circa 2 dollari l’ora, ben al di sotto del minimo.
E nelle prigioni private ricevono solo 17 centesimi l’ora per un massimo di sei ore al giorno, l’equivalente di 20 dollari al mese. La prigione privata con le paghe migliori è la Cca del Tennessee, dove i prigionieri ricevono 50 centesimi all’ora per quelli che vengono definiti “impieghi altamente qualificati.”
Grazie al lavoro carcerario, gli Stati Uniti risultano ancora appetibili per investimenti originariamente progettati per il mercato del così detto “terzo mondo”. Una azienda che possedeva una maquiladora (impianto di assemblaggio) in Messico vicino al confine, per esempio, ha chiuso i suoi stabilimenti e li ha ricollocati nella famosa prigione di Stato di San Quentin, in California.
Per concludere, alcuni dati. Il 97% dei 125mila carcerati federali sono stati condannati per crimini non violenti. Si stima che più della metà dei 623mila carcerati delle prigioni comunali o di contea siano innocenti dei crimini di cui sono accusati. Di questi, la maggioranza sta attendendo il processo. Due terzi del milione di prigionieri statali hanno commesso crimini non violenti. Il sedici per cento dei quasi tre milioni di prigionieri del paese soffre di malattie mentali.

L’Unione Europea e l’embargo del petrolio iraniano

I paesi dell’UE hanno concordato ieri di portare avanti il piano d’embargo contro il greggio iraniano. Questa decisione riscalda ancora di più la situazione nella zona, dopo la minaccia militare di un possibile attacco all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti.

Le prime scaramucce intorno al petrolio persiano risalgono agli inizi del secolo scorso, momento in cui si scopre che l’Iran quasi galleggia in un mare di petrolio. Il magnate inglese William Knox d’Arcy  attraverso i diritti di sfruttamento,nel corso di 60 anni si appropriò di quasi tutto il sottosuolo del paese fondando, per questa missione, la Anglo-Persian Oil Company, l’attuale BP. Ma Mohammad Mosaddeq diede un forte impulso alla nazionalizzazione del greggio iraniano, approvato a fine del 1951 dal Majlis (Parlamento) e dal Senato.

Il Regno Unito, che era diventato il principale azionista della compagnia petrolifera nel periodo antecedente alla Prima Guerra Mondiale, non tardò a mettere in atto rappresaglie: approvazione di sanzioni sul greggio e alla banca, creazione di una rete di spionaggio contro leader politici e imprenditori locali, minaccia d’intervento militare, denuncia di Mosaddeq di fronte al Tribunale Internazionale e due colpi di Stato. Fu il secondo “golpe”, organizzato insieme agli USA e con l’appoggio del futuro Scià, Mohammed Reza Pahlavì, che finì con la reclusione domiciliare dell’ex Primo Ministro iraniano e l’esecuzione del Ministro degli Esteri- Hossein Fatemì- coinvolto anch’egli nella riforma di nazionalizzazione del petrolio.

In linea con le ostilità sviluppatesi dopo la “Crisi degli ostaggi” nell’autunno del 1979, Bill Clinton vietava alle compagnie statunitensi di importare petrolio. L’anno seguente approvava un pacchetto di penalizzazioni verso le aziende estere che investissero nello sviluppo delle risorse petrolifere in Iran, la cui presenza era allora a carico di Akbar Hasemi Rafsanjanì. Per alcune di queste, la sospensione della licenza di esportazione, il blocco delle importazioni, il diniego di sovvenzioni e il divieto di ricevere crediti bancari. Il motivo, recitano gli Ordini Esecutivi firmati da Washington, era lo sviluppo del programma nucleare iraniano e l’appoggio alle “organizzazioni terroriste”Hizbulà, Hamas e Yihad Islamica Palestinese. L’ordine statunitense si è rinnovato fino ad oggi.

Tensione in aumento

L’escalation delle ostilità tra l’Iran e i suoi supposti antagonisti occidentali ha raggiunto il picco massimo a fine dicembre dell’anno scorso. Pochi giorni dopo che l’Amministrazione Cameron accordasse di rompere ogni tipo di relazione finanziaria con la banca iraniana, un gruppo numeroso di sconosciuti fece irruzione nell’ambasciata britannica a Teheran. In conseguenza, il Ministro degli Esteri inglese, William Hague, si mise alla guida di un’offensiva diplomatica destinata a coinvolgere i soci dell’UE, in modo da estendere le sanzioni londinesi. E ancora di più, riuscire a far sì che i 27 chiudessero i rubinetti del petrolio e vietassero alle loro aziende d’importare greggio di provenienza iraniana.

Ma, le aspettative di Hague non si concretizzartono. Principalmente grazie alla Grecia che dal primo momento mise un veto su qualsiasi risoluzione comunitaria. Alain Juppè, ministro degli Esteri francese, paese che spalleggiò l’applicazione di tali sanzioni, insieme a Germania e Svizzera, giustificò  la decisione greca evocando le “condizioni vantaggiose” ottenute dagli ellenici negli accordi per l’importazione del greggio persiano.

Europa, cliente di riferimento

Dei 450.000 barili che l’UE importa dall’Iran ogni giorno(dati del direttore degli Affari Internazionali dell’Azienda Nazionale petrolifera iraniana), un 15,5 % finisce nelle raffinerie spagnole. Dato molto simile per l’Italia (13,1%), e la Grecia (14%). Non è meno alta la percentuale in Portogallo, e questo  fa sì che i PIIGS diventino le vittime più sensibili in caso di una destabilizzazione del mercato. E non solo nel caso di un’ipotetica guerra. Basta il clima pre-bellico caldeggiato dalla maggioranza dei leader politici occidentali e un deprezzamento dell’euro di fronte al dollaro perché il barile nel Brent raggiunga il picco storico.

L’allora ministro degli Esteri spagnolo(a dicembre), Trinidad Jimenez, aveva detto ai giornalisti “ da qui a che le restrizioni vengano adottate, la Spagna potrà cercare alternative”. Questa tesi fu sostenuta il 20 dicembre dal presidente di Repsol, Antoni Bufrau, “Non sarà difficile sostituire (le importazioni dall’Iran) con quelle dall’Arabia Saudita o dalla Russia”, dichiarazione resa a Mosca dopo aver firmato un accordo commerciale con le aziende petrolifere locali. L’Iran è il secondo fornitore della Spagna, con 196.000 barili giornalieri, secondo solo alla Russia.

Una regione geostrategica

Dallo stretto di Hormuz (la porta del Golfo Persico) circola giornalmente il 40% del rifornimento di greggio mondiale. Le acque più profonde di questa zona, le uniche atte per la navigazione delle petroliere, appartengono all’Iran. La possibilità di bloccare questa via fece parte del discorso del vicepresidente persiano, Mohamed Reza Rahimi, in risposta a quanto avvenuto nel seno dell’UE poche settimane prima. Intorno a capodanno le manovre militari Velayat 90 realizzate dalle Forze Navali iraniane nelle acque di Hormuz, confermarono a  Habibollà Sayarì  la possibilità di una simile azione.

Gennaio è cominciato tra ipotesi diplomatiche diplomatiche : l’approvazione delle sanzioni proposte da Londra (la Grecia ha dato il suo sostegno,ricevendo come contropartita un’alleviamento pressione finanziaria alla quale è sottoposta), e la chiamata del ministro degli Esteri, Alì Akbar Salehì, a riprendere in Turchia il tavolo delle negoziazioni del “G5+1” sul suo programma nucleare. Nel mezzo, le reazioni di altri paesi importatori. Il principale, la Cina (543.000 barili al giorno) si è opposto al blocco del greggio e allo stesso tempo ha richiamato alla negoziazione come soluzione al conflitto.

Sia l’India che il Giappone, secondo e terzo importatore di riferimento, si sono dimostrati contrari alle sanzioni. Nuova Delhi, cosciente delle conseguenze che questo piano avrà sul prezzo del carburante a livello mondiale, ha richiesto l’esenzione. I nipponici , da parte loro, hanno manifestato la preoccupazione di fronte al nuovo scenario energetico, aumentata anche a causa  della diminuzione della produzione nucleare del loro paese.

Un problema globale.

Nonostante l’ansia statunitense di cercare ad ogni costo l’ indipendenza energetica,che l’estrazione di idrocarburi stia vivendo i suoi ultimi “anni dorati” è un’evidenza. Sanzionare il petrolio iraniano provocherebbe, automaticamente, un problema di rifornimento per tutti i paesi consumatori. Il resto dei produttori si permetteranno il lusso di alzare i prezzi delle esportazioni, e gli attori cambieranno di ruolo nel mercato mondiale.

L’Iran che deve al greggio l’80% del suo volume di esportazioni (4.245.000 barili ogni giorno) non avrà altra soluzione che ribassare il prezzo del petrolio per riconfigurare la cartella degli acquirenti. Abbassando il valore degli idrocarburi si aggiungerebbe il problema dell’inflazione, endemico nel paese, e le conseguenze per la serie di sanzioni approvate di recente dagli USA e il Regno Unito alla Banca Centrale Persiana. Un panorama desolante e globale che un ipotetico conflitto bellico non farebbe altro che peggiorare. La situazione di un Occidente che paga il greggio a prezzi esorbitanti e uno dei maggiori produttori mondiali con una cartella di clienti ristretta risulta sotto qualunque aspetto contradditorio: diventerà a sua volta uno dei “clienti di riferimento” un nuovo “importatore di riferimento” per gli Stati firmatari delle sanzioni, se si arrivasse ad un accordo?

Fonte

Traduzione: FreeYourMind!

Decreto Liberalizzazioni, Clamoroso: art. 44, arrivano le carceri private

Carceri affidate ai privati, con obbligo di partecipazione delle banche. Ecco cosa si nasconde nell’art. 44. La mafia ringrazia: finalmente potranno gestirsi le carceri da soli.

Mentre eravamo tutti intenti a preoccuparci di tassisti, crociere e forconi, guarda guarda cosa ti infilano nel decreto “liberalizzazioni” i nostri amici seduti al governo. Una ventina di righe all’articolo 44, mica niente di che, che ancora nessuno ha letto e di cui nessun giornale ha fatto ancora parola.

Il provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed in sintesi realizza un sogno da tempo coltivato: quello di affidare le carceri ai privati. Si sa, le carceri son piene, mica vorremo un indulto al giorno con tutti i delinquenti che ci sono oggidì.

Leggetelo, lo trovate qui.

Non solo si permette ai privati costruire le carceri, ma si scrive nero su bianco che

al fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia.

Questo significa che la gestione carceraria, escluse le guardie, è affidata a privati imprenditori. Riuscite ad immaginare cosa significa ciò in Italia, con infiltrazioni mafiose a tutti i livelli ed in special modo nell’edilizia? Che le carceri saranno gestite dai delinquenti. Quelli di serie A, naturalmente, perché quelli di serie B saranno il “prodotto”, ovvero coloro su cui si farà business. Un tot a carcerato. E il carcere, naturalmente, dovrà essere sempre pieno altrimenti non conviene: non buttate più cartacce per terra, mi raccomando.

C’è dell’altro: Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento.

In soldoni, è fatto obbligo di far partecipare le banche alla spartizione della torta. Torta di denaro pubblico, perché è sempre lo Stato che paga. A meno che non si voglia far lavorare a gratis i detenuti, in concorrenza con le aziende, e con il compenso intascato dall'”imprenditore carcerario”. Funziona così, in USA. Siamo fiduciosi che, nel decreto “privatizzazioni”, si privatizzerà anche il lavoro schiavo dei carcerati.

Io credo che un provvedimento del genere avrebbe meritato un dibattito pubblico in un “Paese normale”. Che una simile cessione di democrazia, di controllo e di libertà da parte dello Stato dovrebbe essere ben conosciuta dai cittadini e dall’opinione pubblica, e non infilata di soppiatto tra gli articoli mentre il gregge è distratto a pensare ai taxi.

Debora Billi

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Privatizzazioni:le carceri nelle mani delle banche

Il provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed ha lo scopo di affidare le carceri ai privati con una partecipazione obbligatoria e rilevante delle banche.  Il decretoriconosce al concessionario , a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia (ovvero delle guardie carcerarie). In altre parole, lo Stato corrisponderà a soggetti privati una quota per ogni detenuto ospitato in apposite strutture ed obbliga i suddetti a coinvolgere le banche nel business.

Se da un lato questa pratica autorizza la mercificazione (o business fate voi) dei detenuti, dall’altro genera gravissime criticità inerenti la sicurezza nazionale:
  • cosa potrebbe accadere se la Mafia o la corruzione entrasse nel giro d’affari delle carceri d’oro ?
  • Chi ci garantirà che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed i diritti umani previsti dalla legge ?
  • trasformando la detenzione in business, chi garantirà che la “domanda” (ovvero la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori)  non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza, così come avviene oggi con lo spread? Siamo sicuri che, un giorno, non riceveremo ricatti del tipo: se non mi porti più detenuti, allento le maglie della sicurezza (quindi incentivo la fuga) ?
  • Chi sarà responsabile della fuga dei detenuti, il proprietario dell’infrastruttura o lo guardie carcerarie ?
Le Nazioni Unite se n’erano rese conto già nel 1988, quando avevano cercato di frenare le tendenze americane alla privatizzazione nel settore penitenziario; il rapporto della sotto-commissione per la lotta contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze aveva elencato una serie di argomenti contrari alla devoluzione dei poteri pubblici in campo di esecuzione della pena. In pratica il Rapporto sottolinea il fatto che solo allo Stato spettano i poteri e le funzioni disciplinari (compreso l’uso della forza), ma anche laresponsabilità per la protezione dei diritti umani.
il Rapporto specifica in modo chiaro che una gestione privata potrebbe opporre il segreto commerciale a eventuali richieste di chiarimenti esterni (come è accaduto in Australia e come si è tentato di fare nel processo per la rivolta di Campsfield), oltre all’innegabile fatto che “la giustizia non può essere condizionata da interessi privati“.
Inoltre, se l’ossessione securitaria, produce maggiore domanda di penalità, ossia più richiesta di carcere, l’ottica e la pratica del business penitenziario con l’entrata dell’interesse privato in un settore così delicato rischiano di gonfiare ulteriormente questa domanda. Basti pensare alla faccenda degli appalti, che possono scatenare appetiti mafiosi, pur essendo a tutt’oggi controllati dalla pubblica amministrazione. Con l’intervento dei capitali (e quindi degli interessi) privati, il giro d’affari crescerà non solo intorno alle mere strutture (aree di costruzione, edificazione, forniture di vario genere), ma anche intorno alla gestione stessa dell’esercizio della penalità.
Alle società private, come del resto già succede nei paesi di common law, può essere data in gestione la sorveglianza interna (o parte della sorveglianza) dei detenuti, ma anche “pezzi” di gestione (per esempio i tossicodipendenti, sul modello di San Patrignano) o l’esecuzione esterna della pena, ad esempio i controlli dei soggetti in misura cautelare o alternativa e la sorveglianza elettronica. È chiaro che a nessuna compagnia o multinazionale della sicurezza farebbe piacere una riduzione della pressione penale, con conseguente minor giro di affari.
Più gente va in carcere, più ci si potrà guadagnare. Anche se non è dimostrato un collegamento diretto tra privatizzazione e crescita della popolazione detenuta, tutto fa pensare che un nesso in effetti vi sia.

Nel 2009 quasi 5.000 bambini in Pensilvania sono stati giudicati colpevoli e 2.000 di loro sono stati incarcerati da due giudici corrotti che ricevevano tangenti da parte di imprese costruttrici e proprietarie di carceri privati, che si beneficiavano delle detenzioni. I due giudici si sono dichiarati colpevoli, in un sorprendente caso d’avarizia e corruzione che appena comincia a rivelarsi. I giudici Mark A. Ciavarella Jr. e Michael T. Conahan hanno intascato 2,6 milioni di dollari in tangenti per condannare al carcere bambini che, nella maggioranza dei casi, non avevano la possibilità di contrattare un avvocato. Il caso offre uno straordinario scorcio sulla vergognosa industria dei carceri privati che sta fiorendo negli Stati Uniti.

Quinto Potere

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Attrazione fatale tra gli USA e il Consiglio di Cooperazione del Golfo

Di Pepe Escobar 

Non c’è modo di comprendere lo psicodramma di dimensioni storiche tra gli USA e Iran, la spinta occidentale di cambiare il regime in Siria e in Iran, le vicissitudini delle primavere arabe – stagnate adesso in un perpetuo inverno- senza dare uno sguardo da vicino all’attrazione fatale tra Washington e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).

Il GCC è il club di sei potenti monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar, Omar, Kuwait, Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), fondato nel 1981 e trasformatosi velocemente nel principale cortile degli USA per le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e Iraq nel 2003, per la prolungata battaglia del Nuovo Gioco in Eurasia e come base per le operazioni di “contenimento” dell’Iran. Leggi il resto dell’articolo

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