10 osservazioni geopolitiche sull’occupazione della Libia

di Luigi Ambrosi

L’ esecuzione di Gheddafi e l’occupazione della Libia ricorrendo al governo fantoccio del CNT chiudono, per ora, l’ennesima operazione imperialista delle principali potenze ex-coloniali. L’intero fronte dei vincitori occidentali della seconda guerra mondiale (USA, GB, Francia) si è ritrovato unito per banchettare sulle risorse di uno stato sovrano. Alcune osservazioni geopolitiche sono necessarie, intendendo per geopolitica l’analisi dei rapporti di forza internazionali, geopolitica ancora sottodimensionata nelle analisi nonostante i precedenti storici (dal Congresso di Vienna alla Conferenza di Yalta) debbano suggerire una attenzione prioritaria.

Prima osservazione: la “riconquista” della Libia rappresenta una vittoria internazionale della NATO e dell’imperialismo occidentale, che riafferma il proprio primato politico e militare sul pianeta. Essa è un monito per tutti gli Stati sovrani a non contrapporsi agli interessi economico-politici dei paesi dell’Alleanza occidentale che, se anche in crisi economica, conservano un arsenale di fuoco da renderle ancora superiori. Iran, Siria, Venezuela, Bolivia e soprattutto i paesi BRICS [1] sono avvertiti. Abbiamo assistito ad un puro atto di neo-colonialismo …

… da parte delle vecchie potenze coloniali; possiamo pensare che la Nato abbia vinto la prima battaglia della nuova guerra mondiale, quella contro i Brics, Cina in testa. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto che la morte di Gheddafi significa che “stiamo vedendo la potenza della leadership americana in tutto il mondo”. In aggiunta questa volta ha coinvolto pienamente nella guerra numerosi stati europei.

Seconda osservazione: la crescita dell’influenza politica (ed economica) dei Brics come alternativa all’Impero occidentale e alla Nato incontra una significativa battuta d’arresto: la gran parte dei Paesi del mondo potrà risultare intimidita da questa prova di forza, dalla liquidazione di uno Stato sovrano e dall’esecuzione di un capo di Stato, dalla distruzione delle infrastrutture e dal sequestro delle materie prime avvenuto grazie ad otto mesi di guerra. In questo contesto appare come un grave errore la scelta di Russia e Cina di non aver ricorso al veto in sede ONU, a fronte degli USA che vi ricorrono da decenni nei confronti delle risoluzioni sullo Stato Palestinese. A meno che non vi sia una strategia più sofisticata dietro a questa scelta; non vogliamo pensare che la Cina si sia accontentata delle dichiarazioni di un vicepresidente USA di riconoscimento della sovranità cinese su Taiwan e Tibet. Sicuramente la Cina ha bisogno di prendere tempo ed evita le trappole della ricerca di uno scontro frontale, mentre la Russia ha iniziato ora la campagna elettorale che dovrebbe vedere Putin sostituire un Medved più compromesso con l’Occidente. Fatto sta che entrambe hanno subito una battuta d’arresto e un significativo danno economico (30.000 operai cinesi evacuati dalla Libia, vaste forniture militari e sfruttamento di giacimenti gas/petroliferi annullati alla Russia ecc.).

Altrettanto grave per i Brics è il passaggio del territori libico sotto il controllo dell’imperialismo occidentale, nella prospettiva del controllo dell’Africa e del Mediterraneo: il possibile spostamento della sede dell’Africom (la Nato in Africa) dalla Germania alla Libia permetterà di operare con più efficienza in Africa, terra di materie prime, a ridosso di un Sudan cooperante con la Cina e più vicino a Congo ed Angola, dove da ben oltre un decennio le multinazionali finanziano separatismo e guerre feroci per riprenderne il pieno possesso; l’Africa è territorio di investimento di tutti gli altri paesi Brics, dall’India alla Russia al Sudafrica al Brasile. Per quanto riguarda il controllo del Mediterraneo, esso sarà completo se l’alleanza occidentale riuscirà a ripetere in Siria quanto fatto in Libia, ed espellere così dal questo mare la flotta russa, ultima presenza ingombrante.

Poichè viviamo in occidente, dove la propaganda a favore della guerra è stata martellante, questa osservazione sulla battuta d’arresto per i Brics e gli Stati sovrani del mondo può non trovare riscontro nel resto del mondo: dopotutto Cina, India, Russia, l’intera Unione Africana, buona parte della Lega araba, gran parte dell’America Latina hanno preso posizione fin dall’inizio contro l’intervento Nato ed il suo trascendere dai limiti della risoluzione ONU. In questo caso la Nato, anche se vittoriosa sul campo, risulterebbe ancor più isolata politicamente agli occhi del mondo.

Terza osservazione: la UE si divide politicamente nella guerra di Libia. Gli Usa sono riusciti a dividere politicamente l’Europa e ad isolare la Germania che non ha partecipato alla guerra: in questo senso sono riusciti per la prima volta a riproporre il fronte dei “vincitori” occidentali della seconda guerra mondiale. Un altro punto a favore degli USA nella sua guerra contro l’Unione Europea è l’euro; quanto questa divisione e isolamento della Germania influirà sulla tenuta dell’Unione Europea lo vedremo prossimamente. Lo schema seguito nella guerra pare questo: gli Usa promuovono l’attacco alla Libia insieme al Qatar e con l’appoggio dell’Arabia Saudita, e subappaltano la guerra alla Francia, alla quale saranno riconosciuti corposi interessi economici, da condividere con le imprese inglesi e americane. Agli Usa basta economicamente il rinnovo delle concessioni petrolifere a Chevron ed Exxon, perchè l’interesse è più politico: affermare la superiorità USA nel mondo, stabilire la base militare dell’Africom, creare divisioni in Europa. La Germania (e anche l’Italia) pagano i loro accordi diretti con la Russia per le forniture energetiche e vedono ridimensionati i propri investimenti in Libia.

Quarta osservazione: l’Italia ne esce malconcia. Insieme a Russia e Cina, l’Italia è il Paese che ne esce più ridimensionato: sia come immagine mondiale, Stato che tradisce un (oltretutto) recente Trattato di Alleanza con la Libia, stato ex-colonizzatore che, unico tra le ex-potenze coloniali, aveva da poco riconosciuto i propri crimini durante l’occupazione fascista ed aveva provveduto ad avviare un significativo risarcimento economico (anche se con denaro pubblico e in subappalto ad imprese dell’area berlusconiana), sia ridimensionato negli interessi e scambi economici. La Francia ha già avvisato l’Italia: non siete più i primi partner economici; appena morto Gheddafi, il Ministro della Difesa francese ha annunciato: “la Francia con la Libia… partner principale. Non ci siamo impegnati in modo tardivo, mediocre, incerto (nota: come invece l’Italia). La Libia ha bisogno di essere riequipaggiata e siamo ben capaci di farlo”. E’ il ministro che ha fatto firmare al CNT lo stesso accordo anti-immigrazione fatto firmare a suo tempo da Berlusconi. Air France sostituirà la flotta aerea libica distrutta, Total ha già firmato nuovi contratti di estrazione, la Confindustria francese stabilirà già a gennaio i propri uffici a Tripoli per intervenire su energia, sanità, sicurezza, infrastrutture; già firmato il contratto per una centrale elettrica a Sirte, per le reti di telecomunicazioni (Alcatel e France Telecom), per le linee dell’alta tensione e per lo sfruttamento degli immensi giacimenti di acqua potabile. Areva pretende l’esclusiva sui giacimenti di uranio. Azzerate le commesse militari russe a favore di quelle francesi. I gioelli del capitalismo italiano ne usciranno ridimensionati dalle aziende francesi ed angloamericane: Total, BP, Chevron prenderanno spazio all’ENI, l’industria militare francese sostituirà Finmeccanica, e quella delle infrastrutture scalzerà Impregilo ed aggregate. Da notare che ne escono ridimensionate proprio le grandi aziende italiane appetite e sotto attacco delle multinazionali americane (downgrade recente) e dell’Unione Europea (diventerebbero ostaggio e garanzia degli eurobond, insieme alle riserve aurifere, con placet di Draghi e Prodi). Questo rinnovato e vittorioso fronte atlantico può avere come conseguenze la caduta di Berlusconi (o meglio della maldestra terza via italiana di equidistanza con Russia e Paesi Arabi di memoria Eni-andreottiana-craxiana in politica estera), l’emarginazione dell’Italia e l’isolamento della Germania, con annessa disgregazione dell’area Euro.

Quinta osservazione: anche l’Europa si converte al keynesismo di guerra. Il ricorso alla guerra come volano dell’economia in questo nuovo millennio era una prerogativa degli USA: la guerra di distruzione dell’Irak ha dato fiato non solo all’industria militare (mentre i costi sono a carico del denaro pubblico) e a quella petrolifera (estrazione di un barile a 1-4 $), ma anche ha fatto da volano alle aziende delle infrastrutture e della sicurezza: in due parole, distruggere per ricostruire (Keynes) possibilmente un concorrente o un nemico. Con la guerra in Libia anche l’Europa adotta questa strategia economica: la Libia ha visto distruggere le proprie infrastrutture con 20.000 azioni di bombardamento, tornando indietro nelle infrastrutture di 20-30 anni, come l’Irak. Ora ci penseranno le aziende occidentali a ricostruire, con i fondi sovrani libici sequestrati e con le condizioni imposte di saccheggio delle materie prime. Se la Libia verrà pienamente pacificata (ma non diamolo per scontato), possiamo prevedere una mini-ripresa dell’economia francese e inglese. Ma come non è bastato il saccheggio dell’Irak per impedire agli USA la crisi economica del 2008, possiamo prevedere altrettanto per il capitalismo europeo coinvolto nella guerra. Dagli otto mesi ininterrotti di bombardamenti si comprende infine perchè da un decennio gli stati della Nato si stiano dotando di centinaia di cacciabombardieri: avevano già previsto uno scenario di guerra ai popoli del mondo di questo tipo: bombardamenti dall’alto, poche perdite proprie, affari per la ricostruzione, terrore fra le popolazioni non occidentali. I bombardamenti su Belgrado hanno fatto scuola.

Sesta osservazione: le nuove modalità di guerra dell’impero occidentale. È stato lo stratega di politica estera USA, il vicepresidente Joe Biden, a essere illuminante; “In questo caso, l’America ha speso due miliardi di dollari e non ha subito un solo decesso. Questa è un’indicazione su come trattare con il mondo nel futuro, diversamente dal passato.” Ovvero guerre si ma a costi imperiali ridotti. Nell’epoca in cui il capo dell’Impero è il premio nobel della pace Obama, eletto all’insegna del “Noi possiamo cambiare”, le guerre imperialiste non possono avere la grettezza delle giustificazioni ideologiche di Bush, del “nuovo secolo americano”, della “missione divina” o della più semplice “esportazione di democrazia” elaborate dagli intellettuali di destra. Le giustificazioni devono essere ideologicamente più sofisticate, ed ecco allora accorrere gli intellettuali “di sinistra”, primo fra tutti il francese Bernard Levy. La difesa dei diritti umani della popolazione locale violati da despoti o dittatori: questa motivazione, che già cominciava ad emergere nella guerra in Afghanistan (dalla vendetta contro Bin Laden si è passati alla difesa delle donne, contro i burka e per il loro diritto all’istruzione, nulla a che vedere col reale “grande gioco” asiatico), è la motivazione addotta per la guerra alla Libia e quella che potrà essere adottata per le future guerre dell’imperialismo occidentale. Un grande successo USA è stata farla adottare dall’Onu, in violazione del principio di sovranità degli stati nazionali. Naturalmente si è dimenticato di applicarla a tutto l’interminabile elenco che riguardava gli stati filo imperiali (la tragedia dei desaparicidos in tutta l’America Latina, per esempio, o dei palestinesi). Questa strategia della “difesa dei diritti umani” va poi accompagnata da un grande supporto mediatico, fatto anche o soprattutto di menzogne che nel caso libico sono state clamorose. Decisivo il supporto di Al Jazeera, tv in palese conflitto di interessi, visto il ruolo armato svolto dal suo proprietario, lo sceicco del Qatar. L’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione e di internet, abbinato all’uso massiccio dei droni, sono gli elementi nuovi di questa nuova metodologia di guerra, inclusa la notevole partecipazione attiva degli intellettuali della “sinistra” imperialista e dei pacifinti, che fanno ricordare quel graffito di Barcellona degli indignados (del resto troppo assenti al tema della guerra, esclusi quelli newyorkesi): “Dove è la sinistra? In fondo a destra”. Ma è storicamente noto che la sinistra nei paesi capitalisti si è sempre divisa quando sono in gioco gli interessi coloniali o imperiali nazionali.

Ciò che è più pericoloso di questa strategia è la creazione di un precedente: diritti umani + menzogne = confisca dei beni esteri + guerra. Questa procedura viene preparata fomentando divisioni nello Stato sovrano su basi etniche, religiose, su spinte autonomistiche: in Irak è stata la divisione religiosa tra sunniti, sciiti ed etnica coi curdi; in Libia la divisione determinata dalle spinte autonomistiche della Cirenaica. Sorprende che abbiano ancora successo nonostante la notorietà del detto “Dividi et impera”. Questa procedura, che prevede anche un uso spregiudicato delle ONG, può essere applicata in qualsiasi momento contro chiunque: il Darfur per attaccare il Sudan, la Cabinda per premere sull’Angola, il Kiwu per il Congo, la rivoluzione colorata verde e i Curdi per Iran (e Turchia), la repressione di una sospetta opposizione per la Siria, la protesta ecologica degli indios per Bolivia ed Equador, per finire col piatto più ghiotto, il Tibet per la Cina. Se questo non bastasse c’è sempre l’opzione golpe, come tentato in Venezuela. Naturalmente il separatismo è invece illecito nei paesi occidentali. L’operazione Libia è stata un confondere col gioco delle tre carte: proteste in Tunisia, Egitto, Cirenaica, l’Impero dove interverrà adesso? Avevamo dei dubbi? Ora la Libia è occupata, ed Egitto e Tunisia probabilmente finiranno sotto un controllo islamico telecomandato dall’alleato USA, l’Arabia Saudita; primavera araba = cambiare tutto perchè non cambi nulla se non quello che ci interessa (la Libia, appunto).

Settima osservazione: chi viene adesso? Il “grande gioco” insegna che chi controlla il centro dell’Asia controlla l’Asia, e chi controlla l’Asia controlla il mondo; l’imperialismo occidentale sta costruendo la sua pista, che lo porta a mettere il suo fiato mortifero addosso alla Cina, principale concorrente in questa epoca. L’Afghanistan è stato il primo indizio, l’invasione dell’Irak il secondo, le costanti pressioni e minacce all’Iran il terzo, l’estensione delle operazioni di guerra in Pakistan il quarto, l’occupazione della Libia fino all’incombere di una “no-fly zone” all’occidentale sulla Siria il quinto, nella rinnovata alleanza con l’Arabia Saudita per il controllo del Medio Oriente. Da aggiungere tutte le manovre più o meno celate nei diversi stati centroasiatici.

Ma poichè l’impero occidentale vuole essere mondiale, non trascurerà di difendere i diritti umani in Africa, grande giacimento di materie prime e di terreni agricoli, con Algeria, Sudan, Somalia, Congo e Angola primi della lista. E perchè lasciare senza diritti umani i paesi dell’Alba in Latino-America con primi della lista Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, ed Equador? Già le ONG si stanno attivando in Bolivia per preparare il terreno, alla faccia della cooperazione internazionale. Obiettivo finale dell’imperialismo occidentale: sbaragliare la presenza crescente dei Brics e di ogni stato che pretenda di essere sovrano.

Ottava osservazione: le alleanze inedite con l’integralismo islamico. La Libia ci ha offerto questa alleanza apparentemente inedita tra imperialismo occidentale e integralismo islamico, rispolverata dai tempi della lotta comune in Afghanistan contro la presenza dei sovietici. Non a caso Al Qaida era il nome del data-base della Cia in cui venivano registrati e reclutati i combattenti islamici in Afghanistan contro i sovietici. Mentre contemporaneamente l’Impero afferma di combattere in Afghanistan “contro l’integralismo islamico”, qui nel Mediterraneo si allea con esso (è dato di fatto che le milizie del CNT siano in gran parte formate da islamisti radicali) per rovesciare gli stati invisi: vale per la Libia e per la Siria. Da notare che questa alleanza permette agli islamisti radicali di procedere alla liquidazione degli ultimi Stati laici rimasti in queste aree: il primo è stato l’Irak, ora è il turno di Libia e Siria. Con la probabile vittoria dei Fratelli Musulmani (v. Arabia Saudita) in Egitto e similari in Tunisia, si profilerebbe un fronte islamico integralista lungo tutto il nordafrica che l’Occidente ha contribuito decisivamente a formare: apparenti paradossi della storia e delle ideologie, ma al capitalismo interessano solo potere e profitto…

E le donne sono le prime a farne le spese: il CNT ha già annunciato di voler applicare la legge islamica e rivedere la legislazione su matrimonio e divorzio.

Nona osservazione: la verifica dei motivi economici della guerra. La scuola marxista insegna a ricercare i motivi economici e di dominio di classe all’interno degli eventi storici. La guerra di Libia, annunciata per la difesa dei diritti umani di manifestanti a Bengasi, mostra subito i veri interessi, vedansi le dichiarazioni del ministro francese e l’esultanza della Clinton e di Obama.

Interessi per il petrolio, interessi per gli appalti di infrastrutture, interessi per l’acqua, interessi per impedire l’introduzione di una moneta aurifera in Africa in contrapposizione al dollaro, interessi politici imperiali di predominio. Tutto sembra sia stato scatenato dall’accordo tra ENI, governo italiano e libico: l’Eni accettava di vedersi ridurre le percentuali di pagamento del petrolio e gas estratti, percentuali che scendevano al 12,5 % invece del precedente 30-40%; in cambio l’Italia avrebbe avuto congrui appalti per le infrastrutture. Questo accordo suscitò la violenta reazione delle compagnie petrolifere francesi (Total), inglesi (BP) e americane (Chevron, Exxon), che temevano di veder applicata anche a loro la riduzione al 12.5 % sui barili estratti. Vedremo i nuovi accordi col governo fantoccio. Gli appalti per la costruzione di infrastrutture e per lo sfruttamento di nuovi giacimenti erano stati affidati dal governo libico di Gheddafi a italiani, russi e cinesi (in piccola parte anche ai tedeschi), tagliando fuori le potenze atlantiche: già ora il governo del CNT li sta consegnando alla Francia, che ha già presentato il conto, e che sta avocando a sè la ricostruzione delle infrastrutture e le forniture militari (precedentemente russe e italiane).

Per le ingenti risorse idriche sotto il Sahara che il Governo libico di Gheddafi aveva fatto incanalare nella più grande infrastruttura idrica mai costruita dall’uomo, ancora la Francia sta manifestando interesse. Per la moneta aurifera che doveva servire alle transazione dei popoli africani in sostituzione della cartaccia dollaro, naturalmente non se ne parlerà più. Una cosa che accomuna Gheddafi a Saddam è l’aver entrambi manifestato l’intenzione di non voler più accettare dollari come moneta unica di transazione delle proprie materie prime: possiamo pensare che gli Usa abbiano il terrore che gli Stati sovrani abbandonino il dollaro, ormai iper-stampato. Infine, avremo modo di verificare se gli USA intenderanno spostare la base dell’Africom in Libia, e se vi sarà un crescendo di scenari di guerra nel vicino Sudan ed Algeria. Sicuramente a breve avremo modo di assistere ai litigi degli avvoltoi atlantici su come spartirsi la salma libica.

Decima osservazione: la necessità per gli Stati Sovrani di possedere armi di deterrenza. Spiace constatare che, avendo la Libia rinunciato a dotarsi di armi nucleari e similari, sia stata attaccata e distrutta, mentre la Corea del Nord genera timori e titubanze all’Impero. Se Gheddafi avesse avuto l’atomica sarebbe ancora vivo e la Libia sarebbe sovrana. I Paesi fuori dal fronte occidentale possono solo dire: “Forza Iran”.

La difesa dei diritti umani in Libia e altrove la lascio agli ingenui o ai colti intellettuali neo-imperialisti.

Luigi Ambrosi

1 – Per paesi BRICS si intendono Brasile, Russia, India e Cina, che erano considerati paesi in via di forte industrializzazione nel 2001, quando la sigla fu coniata. (Alcune fonti considerano la “s” finale come semplice plurale del termine “BRIC”, altre la considerano come iniziale del Sud-Africa, quinto stato “brics”).

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