LA LIBIA E LA GRANDE BUGIA: Usare le organizzazioni umanitarie per lanciare le guerre

La guerra contro la Libia è costruita sulla frode. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato due risoluzioni contro la Libia, sulla base di accuse non provate, in particolare che il colonnello Muammar Gheddafi avesse ucciso il proprio popolo a Bengasi. L’affermazione nella sua forma esatta è che Gheddafi aveva ordinato alle forze libiche di uccidere 6.000 persone a Bengasi. Tali affermazioni sono state ampiamente diffuse, ma sempre vagamente spiegate. Fu sulla base di questa affermazione che la Libia è stata deferita al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al Palazzo di Vetro di New York, e cacciata dal Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra.
Affermazioni false sugli eserciti mercenari africani in Libia e sugli attacchi di aerei a reazione contro i civili, sono state utilizzate anche in una vasta campagna mediatica contro la Libia. Queste due affermazioni sono state messe da parte e sono diventate sempre più torbide. Le rivendicazioni sui massacri, tuttavia, sono state utilizzate in un quadro giuridico, diplomatico e militare per giustificare la guerra della NATO ai libici.

Utilizzare i diritti umani come pretesto per la guerra: La LLHR e le sue accuse non provate
Una delle fonti principali sull’affermazione che Gheddafi stesse uccidendo il suo stesso popolo, è la Lega Libica per i Diritti Umani (LLHR). La LLHR è stata, in realtà, fondamentale per coinvolgere le Nazioni Unite attraverso le sue accuse specifiche a Ginevra. Il 21 febbraio 2011, la LLHR ha ottenuto che altre 70 organizzazioni non governative (ONG) inviassero delle lettere al presidente Obama, all’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton, e al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, che chiedevano un intervento internazionale contro la Libia, invocando la dottrina della “Responsabilità a proteggere“. Solo 25 membri di questa coalizione hanno effettivamente affermato di essere dei gruppi umanitari.
La lettera è la seguente:
Noi sottoscritte organizzazioni non governative, dei diritti umani e umanitarie, vi esortiamo a mobilitare le Nazioni Unite e la comunità internazionale e a intraprendere un’azione immediata per fermare le atrocità di massa, ora perpetrate dal governo libico contro il proprio popolo. Il silenzio imperdonabile non può continuare. 
Come sapete, nei giorni scorsi, si stima che le forze del colonnello Muammar Gheddafi abbiano deliberatamente ucciso centinaia di manifestanti pacifici e spettatori innocenti in tutto il paese. Nella sola città di Bengasi, un medico ha riferito di aver visto almeno 200 cadaveri. Testimoni riferiscono che un insieme di unità speciali, mercenari stranieri e fedelissimi del regime hanno attaccato i manifestanti con coltelli, fucili d’assalto e armi di grosso calibro. 
I cecchini hanno sparato a manifestanti pacifici. L’artiglieria e gli elicotteri sono stati usati contro una folla di manifestanti. Teppisti armati di martelli e spade hanno attaccato le famiglie nelle loro case. Fonti ospedaliere riferiscono di numerose vittime colpite alla testa e al torace, e una colpita alla testa da un missile antiaereo. Carri armati sono segnalati  essere per le strade, a schiacciare passanti innocenti. Testimoni riferiscono che mercenari stanno sparando indiscriminatamente da elicotteri e dai tetti. Donne e bambini sono stati visti saltare dal Ponte Giuliana, a Bengasi, per fuggire. Molti di loro sono stati uccisi nell’impatto con l’acqua, mentre altri ne furono inghiottiti.  Il regime libico sta cercando di nascondere tutti questi crimini chiudendo i contatti con il mondo esterno. I giornalisti stranieri sono stati respinti.  Internet e le linee telefoniche sono state tagliate o interrotto. 
Non vi è dubbio qui sugli intenti. I media governativi hanno pubblicato aperte minacce, promettendo che i manifestanti avrebbero incontrato “una risposta violenta e fragorosa.” 
Di conseguenza, il governo della Libia sta commettendo gravi e sistematiche violazioni del diritto alla vita, garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. Cittadini che cercano di esercitare i propri diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione vengono massacrati dal governo. 
Inoltre, il governo della Libia sta commettendo crimini contro l’umanità, come definito dalla relazione illustrativa dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. I massacri di civili innocenti del governo libico sono una quantità di reati particolarmente odiosi, che costituiscono un grave attacco alla dignità umana. Come confermato da numerose testimonianze orali e video, raccolte da organizzazioni dei diritti umani e dalle agenzie di stampa, l’assalto del governo libico alla sua popolazione civile non è un evento isolato o sporadico. Piuttosto, queste azioni costituiscono una politica diffusa e sistematica e la pratica delle atrocità, commesse intenzionalmente, tra cui omicidi, persecuzioni politiche e altri atti inumani che raggiungono la soglia dei crimini contro l’umanità.”

Responsabilità a proteggere
Con il documento finale del World Summit 2005, si ha una responsabilità chiara e univoca a proteggere la popolazione della Libia. “La comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, ha la responsabilità di un uso appropriato degli strumenti diplomatici, umanitari e altri pacifici, in conformità ai capitoli VI e VIII della Carta, per aiutare a proteggere la popolazione libica. Poiché le autorità libiche nazionali manifestamente non sono riuscire a proteggere la popolazione da crimini contro l’umanità, essendo inadeguati mezzi pacifici, gli Stati membri sono obbligati ad azioni collettive, in modo tempestivo e deciso, attraverso il Consiglio di sicurezza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, compreso il capitolo VII. 
Inoltre, vi esortiamo a convocare una sessione speciale d’emergenza del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, i cui membri hanno il dovere, sotto la risoluzione 60/251 dell’Assemblea generale dell’ONU, di affrontare le situazioni di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. La sessione dovrebbe: 
- Invitare l’Assemblea Generale a sospendere l’appartenenza al Consiglio della Libia, ai sensi dell’articolo 8 della risoluzione 60/251, che si applica agli Stati membri che commettono violazioni gravi e sistematiche ai diritti umani. 
- Condannare con forza, e chiedere la fine immediata del massacro dei propri cittadini della Libia. 
- Inviare immediatamente una missione internazionale di esperti indipendenti per raccogliere fatti e documenti sulle violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità, al fine di porre fine all’impunità del governo libico. La missione dovrebbe includere un’indagine medica indipendente sulle morti, e un’indagine sulla interferenza illecita da parte del governo libico all’accesso e al trattamento dei feriti. 
- Chiedere  al Commissario delle Nazioni Unite dei Diritti dell’Uomo e del Consiglio per i Procedimenti Speciali, di monitorare attentamente la situazione e di agire se necessario. 
- Chiedere al Consiglio di continuare ad occuparsi della questione e affrontare la situazione libica nella sua prossima sessione regolare, il 16 marzo. 
- Gli Stati membri e alti funzionari delle Nazioni Unite hanno la responsabilità di proteggere il popolo della Libia da ciò che sono crimini prevenibili. Vi invitiamo a utilizzare tutte le misure disponibili e le leve per porre fine atrocità in tutto il paese. 
Vi invitiamo collettivamente a mandare un messaggio chiaro che la comunità internazionale, il Consiglio di Sicurezza e il Consiglio dei diritti umani non saranno spettatori di queste atrocità di massa. La credibilità delle Nazioni Unite – e molte vite innocenti – sono in gioco. [1] 
Secondo Fisici per i Diritti Umani: “[Questa lettera è stata] preparata sotto la guida di Mohamed Eljahmi, il noto difensore libico dei diritti umani e fratello del dissidente Fathi Eljahmi, ed afferma che le diffuse atrocità commesse in Libia contro il proprio popolo, costituiscono dei crimini di guerra, impone agli Stati membri di agire attraverso il Consiglio di sicurezza sotto la dottrina della responsabilità a proteggere.”[2]
I firmatari delle lettere includono Francis Fukuyama, United Nations Watch (attenta agli interessi di Israele), la Commissione dei diritti umani del B’nai B’rith, la direzione cubana democratica, e un insieme di organizzazioni in contrasto con i governi di Nicaragua, Cuba, Sudan, Russia, Venezuela e Libia. Alcune di queste organizzazioni sono viste con ostilità come organizzazioni create per condurre campagne di demonizzazione contro i paesi in contrasto con Stati Uniti, Israele e Unione europea. Consultare l’allegato per l’elenco completo dei firmatari per la consultazione.
La LLHR è legato alla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), con sede in Francia e ha legami con il National Endowment for Democracy (NED). FIDH è attiva in molti luoghi in Africa e partecipa ad attività che coinvolgono il National Endowment for Democracy. Sia la FIDH che la LLHR hanno anche rilasciato un comunicato congiunto il 21 febbraio 2011. Nel comunicato le due organizzazioni hanno chiesto alla comunità internazionale di “mobilitarsi” e  menziona la Corte penale internazionale, mentre allo stesso tempo si contraddice sostenendo che da 400 a 600 persone sono morte dal 15 febbraio 2011. [3] Questo dato, naturalmente, era di circa 5.500 meno dall’affermazione che 6.000 persone erano state massacrate a Bengasi. La lettera congiunta ha anche promosso la falsa visione che l’80% del sostegno a Gheddafi provenisse da mercenari stranieri, affermazione che qualcosa come oltre mezzo anno di combattimenti  ha dimostrato essere falsa.
Secondo il segretario generale della LLHR, il Dr. Sliman Bouchuiguir,
le affermazioni sui massacri di Bengasi non potevano essere convalidato dalla LLHR, quando venivano contestate con della prove. Alla domanda su come un gruppo di 70 organizzazioni non governative, a Ginevra, potesse sostenere le rivendicazioni della LLHR, il Dott. Buchuiguir ha risposto che una rete di stretta relazioni ne era alla base. Questa è una beffa.
La speculazione non è né una prova né un motivo per iniziare una guerra con una campagna di bombardamenti che è durata circa mezzo anno, ed è costata la vita a molti civili innocenti, compresi bambini e anziani. Ciò che è importante da notare qui, è che il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha deciso di sanzionare la Libia sulla base di questa lettera e delle accuse del LLHR. Non una volta il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e gli Stati membri hanno fatto pressione per la guerra, una volta iniziate le indagini sulle accuse. In una sessione a New York, l’ambasciatore indiano presso le Nazioni Unite l’aveva effettivamente fatto presente, quando il suo paese si era astenuto alla votazione. Così, una cosiddetta “guerra umanitaria” è stata lanciata senza prove.

La relazione segreta tra la LLHR e il Consiglio di transizione
Le rivendicazioni della Lega libica per i diritti umani (LLHR) sono state coordinate con la formazione del Consiglio di transizione. Questo diventa chiaro quando la stretta e prudente relazione della LLHR e del Consiglio di transizione diventa evidente. Logicamente, l’amministrazione Obama e la NATO doveva esserne anche a parte.
Qualunque sia l’intento di alcuni dei sostenitori del Consiglio di transizione, è chiaro che viene usato come strumento dagli Stati Uniti e altri. Inoltre, cinque membri della LLHR erano o sarebbero diventati i membri del Consiglio di transizione quasi subito dopo che le affermazioni contro la Libia erano state diffuse. Secondo Bouchuguir ciò includeva Mahmoud Jibril e Ali Tarhouni.
Il Dr. Mahmoud Jibril è una figura del regime portato negli ambienti di governo libico da Saif Al-Islam Gheddafi. Avrebbe antidemocraticamente ottenuto la posizione di primo ministro del Consiglio di transizione. Il suo coinvolgimento con la LLHR solleva alcune questioni circa l’organizzazione vera e propria.
L’economista Ali Tarhouni, d’altra parte, sarebbe diventato il ministro per il petrolio e la finanza del Consiglio di transizione. Tarhouni è l’uomo di Washington in Libia. E’ stato allevato negli Stati Uniti ed è stato presente a tutte le riunioni più importanti sui piani per un cambio di regime in Libia. Come ministro del Petrolio e delle Finanze, i suoi primi atti sono stati la privatizzazione e praticamente la cessione delle risorse energetiche e dell’economia della Libia.
Il segretario generale della LLHR, Sliman Bouchuiguir, ha anche privatamente ammesso che molti membri influenti del Consiglio di transizione, sono i suoi amici. Un vero conflitto di interessi si configura. Eppure, la relazione segreta tra la LLHR e il Consiglio di transizione è molto più di una questione di conflitto di interessi. E’ una questione di giustizia e di manipolazione.

Chi è Sliman Bouchuiguir?
Sliman Bouchuguir è una figura sconosciuta alla maggioranza, ma  è autore di una tesi di dottorato che è stato ampiamente citata e utilizzata negli ambienti strategici negli Stati Uniti. Questa tesi è stata pubblicata nel 1979 come libro, l’uso del petrolio come arma politica: un caso di studio sull’embargo petrolifero arabo del 1973 (The Use of Oil as a Political Weapon: A Case Study of the 1973 Arab oil Embargo). La tesi riguarda l’uso del petrolio come arma economica da parte degli arabi, ma può essere facilmente applicata ai russi, agli iraniani, ai venezuelani e ad altri. Esamina lo sviluppo economico e la guerra economica, e può essere applicato anche a vaste regioni, tra cui tutta l’Africa.
Le tesi analitiche di Bouchuguir riflettono una importante linea di pensiero a Washington, così come Londra e Tel Aviv. E’ sia l’incarnazione di una preesistente mentalità, che comprende gli argomenti del Consigliere alla Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti George F. Kennan, nel mantenere una posizione di disparità attraverso una costante e multiforme guerra tra gli USA e i loro alleati da una parte, e il resto del mondo, dall’altro. La tesi può essere tracciata per impedire che gli arabi, o altri,  diventino una potenza economica o una minaccia. In termini strategici, le economie rivali sono dipinte come delle minacce e come “armi”. Questo ha connotazioni gravi.
Inoltre, Bouchuiguir ha svolto la sua tesi presso la George Washington University, sotto Bernard Reich. Reich è un politologo e professore di relazioni internazionali. Ha lavorato e ricoperto incarichi in posti come il Defense Intelligence College, la United States Air Force Special Operations School, il Marine Corps War College, e il CentroSiloe dell’Università di Tel Aviv. Viene consultato sul Medio Oriente dal Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato USA, e ha ricevuto borse di studio da Defense Research Academic Research Support Program e dal German Marshal Fund. Reich è stato anche, o è attualmente, nelle redazioni di riviste come Israel Affairs (dal 1994),Terrorism: An International Journal (1987-1994), e The New Middle East (1971-1973).
E’ anche chiaro che Reich è legato agli interessi israeliani. Ha anche scritto un libro sul rapporto speciale tra Stati Uniti e Israele. E’ stato anche un sostenitore del “Nuovo Medio Oriente”, che sarebbe favorevole a Israele. Questo include un’attenta valutazione del Nord Africa. Il suo lavoro si è concentrato anche sull’interfaccia strategico tra l’Unione Sovietica e il Medio Oriente, e anche sulla politica israeliana nel continente africano.
E’ chiaro il motivo per cui Bouchuiguir ha avuto Reich per la supervisione della sua tesi. Il 23 ottobre 1973, Reich testimoniò al Congresso degli Stati Uniti. La testimonianza è stata nominata “L’impatto della guerra d’ottobre in Medio Oriente” ed è chiaramente legata all’embargo del petrolio del 1973, e all’obiettivo di Washington di voler anticipare o gestire tutti gli eventi simili in futuro. C’è da chiedersi, quanto Bouchuiguir è influenzato da Reich, e quanto Bouchuiguir sposa le stesse idee strategiche di Reich?

Il “Nuovo Nord Africa” e la “Nuova Africa” – Più del solo “Nuovo Medio Oriente
Una “nuova Africa” è in preparazione, che avrà i suoi confini ulteriormente sottolineati nel sangue, come in passato. L’amministrazione Obama e i suoi alleati hanno aperto la porta per una nuova invasione dell’Africa. L’United States Africa Command (AFRICOM) ha aperto le salve della guerra attraverso Operazione Alba dell’Odissea, prima che la guerra in Libia fosse trasferita all’Operazione della NATO ‘Unified Protector‘.
Gli Stati Uniti hanno usato la NATO per continuare l’occupazione post-seconda guerra mondiale dell’Europa. Sarà ora possibile utilizzare AFRICOM per occupare l’Africa e creare una NATO africana. E’ chiaro che gli USA vogliono una estesa presenza militare in Libia e in Africa, sotto la maschera delle missioni di aiuto umanitario e della lotta al terrorismo – lo stesso terrorismo che alimenta in Libia e in Africa.
La via all’intervento in Africa è spianata con il pretesto della lotta al terrorismo. Il Generale Carter Ham ha dichiarato: “Se dovessimo lanciare un’operazione umanitaria, come possiamo farlo in modo efficace con il controllo del traffico aereo, gestendo gli aeroporti, [e] questo tipo di attività?” [4] La domanda del Generale Ham è in realtà un passo fatto per modellare la partnership e l’integrazione militari africane, così come le nuove basi, che potrebbero includere l’uso di più droni militari contro la Libia e altri paesi africani. The Washington Post e The Wall Street Journal (WSJ) hanno entrambi messo in chiaro che il Pentagono sta attivamente cercando di stabilire altre basi dei droni in Africa e nela penisola arabica per espandere le sue guerre. [WP] In questo contesto, il comandante di AFRICOM mantiene i legami tra al-Shabaab in Somalia, al-Qaeda nel Maghreb islamico in Nord Africa e il Boko Harem in Nigeria. [6]

La guerra in Libia è una frode
Il Generale Ham ha detto: “Io rimango convinto che se non l’ONU avesse preso questa decisione, gli Stati Uniti non avrebbe preso il comando con un grande supporto, io sono assolutamente convinto che ci sono molte, molte persone oggi a Bengasi, vive, che non lo sarebbero [vive].”[7] Questo non è vero ed è molto lontano dalla realtà. La guerra è costata più vite di quanto non ne avrebbe mai salvato. Ha rovinato un paese e aperto la porta dell’Africa a un progetto neo-coloniale.
Le rivendicazioni della Lega libica per i diritti umani (LLHR) non sono mai state sostenute o verificate da prove. La credibilità delle Nazioni Unite deve essere messa in discussione, così come molte organizzazioni umanitarie e dei diritti umani che hanno praticamente spinto per la guerra. Nella migliore delle ipotesi, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è un organo irresponsabile, ma ha chiaramente agito al di fuori del dovuto processo legale. Questo modello sembra ora ripetersi contro la Repubblica Araba Siriana, mentre sostiene accuse non verificate fatte da individui e organizzazioni sostenute dalle potenze straniere, cui non importa nulla delle autentiche riforme democratiche e della libertà.

NOTE
[1] United Nations Watch et al., “Urgent Appeal to Stop Atrocities in Libya: Sent by 70 NGOs to the US, EU, and UN”, 21 feb 2011
[2] Physicians for Human Rights, “PHR and Human Rights Groups Call for Immediate Action in Libya”, 22 febbraio 2011
[3] The International Federation for Human Rights (FIDH) and the Libyan League for Human Rights (LLHR), “Massacres in Libya: The international community must urgently,” respond, 21 febbraio 2011
[4] Jim Garamone, “Africa Command Learns from Libya Operations,” American Forces Press Service, 15 settembre 2011
[5] Gregory Miller and Craig Whitlock, “US assembling secret drone bases in Africa, Arabian Peninsula, officials say,” The Washington Post, 20 settembre 2011; Julian E. Barnes, “US Expands Drone Flights to Take Aim at East Africa,” The Wall Street Journal (WSJ), 21 settembre 2011.
[6] Garamone, “Africa Command Learns,” Op. cit.
[7] Ibidem.

ALLEGATO: firmatari della lettera per una urgente azione in Libia
12 febbraio 2011 – Ginevra, Svizzera

1. Hillel C. Neuer, United Nations Watch, Svizzera
2. Dr. Sliman Bouchuiguir, Libyan League for Human Rights, Svizzera
3. Mary Kay Stratis, Victims of Pan Am Flight 103, Inc., USA
4. Carl Gershman, Presidente del National Endowment for Democracy, USA
5. Yang Jianli, Initiatives for China, USA – ex prigioniero di coscienza e sopravvissuto del massacro di piazza Tiananmen
6. Yang Kuanxing, YIbao – scrittore cinese, primo firmatario di Carta 08, il manifesto chiede una riforma politica in Cina
7. Matteo Mecacci, deputato, Partito Radicale Nonviolento, Italia
8. Frank Donaghue, Physicians for Human Rights, USA
9. Nazanin Afshin-Jam, Stop Child Executions, Canada
10. Bhawani Shanker Kusum, Gram Bharati Samiti, India
11. G. Jasper Cummeh, III, Actions for Genuine Democratic Alternatives, Liberia
12. Michel Monod, International Fellowship of Reconciliation, Svizzera
13. Esohe Aghatise, Associazione Iroko Onlus, Italia
14. Harris O. Schoenberg, UN Reform Advocates, USA
15. 15. Myrna Lachenal, World Federation for Mental Health, Svizzera
16. 16. Nguyên Lê Nhân Quyên, Vietnamese League for Human Rights, Svizzera
17. 17. Sylvia G. Iriondo, Mothers and Women against Repression (MAR Por Cuba), USA
18. David Littman, World Union for Progressive Judaism, Svizzera
19. Barrister Festus Okoye, Human Rights Monitor, Nigeria
20. Theodor Rathgeber, Forum Human Rights, Germania
21. Derik Uya Alfred, Kwoto Cultural Center, Juba – Sud Sudan
22. Carlos E Tinoco, Consorcio Desarrollo y Justicia, AC, Venezuela
23. Abdurashid Abdulle Abikar, Center for Youth and Democracy, Somalia
24. Dr. Vanee Meisinger, Pan Pacific and South East Asia Women’s Association, Thailandia
25. Simone Abel, René Cassin, Regno Unito
26. Dr. Francois Ullmann, Ingenieurs du Monde, Svizzera
27. Sr Catherine Waters, Catholic International Education Office, USA
28. Gibreil Hamid, Darfur Peace and Development Centre, Svizzera
29. Nino Sergi, INTERSOS – Humanitarian Aid Organization, Italia
30. Daniel Feng, Foundation for China in the 21st Century
31. Ann Buwalda, Executive Director, Jubilee Campaign, USA
32. Leo Igwe, Nigerian Humanist Movement, Nigeria
33. Chandika Gautam, Nepal International Consumers Union, Nepal
34. Zohra Yusuf, Human Rights Commission of Pakistan, Pakistan
35. Sekou Doumbia, Femmes & Droits Humains, Mali
36. Cyrille Rolande Bechon, Nouveaux Droits de l’Homme, Camerun
37. Zainab Al-Suwaij, American Islamic Congress, USA
38. Valnora Edwin, Campaign for Good Governance, Sierra Leone
39. Patrick Mpedzisi, African Democracy Forum, Sud Africa
40. Phil ya Nangoloh, NamRights, Namibia
41. Jaime Vintimilla, Centro Sobre Derecho y Sociedad (CIDES), Ecuador
42. Tilder Kumichii Ndichia, Gender Empowerment and Development, Camerun
43. Amina Bouayach, Moroccan Organisation for Human Rights, Marocco
44. Abdullahi Mohamoud Nur, CEPID-Horn Africa, Somalia
45. Delly Mawazo Sesete, Resarch Center on Environment, Democracy & Human Rights, Repubblica Democratica del Congo
46. Joseph Rahall, Green Scenery, Sierra Leone
47. Arnold Djuma, Solidarité pour la Promotion Sociale et la Paix, Rwanda
48. Panayote Dimitras, Greek Helsinki Monitor,
49. Carlos E. Ponce, Latina American and Caribbean Network for Democracy, Venezuela
50. Fr. Paul Lansu, Pax Christi International, Belgio
51. Tharsika Pakeerathan, Swiss Council of Eelam Tamils, Svizzera
52. Ibrahima Niang, Commission des Droits Humains du Mouvement Citoyen, Senegal
53. Virginia Swain, Center for Global Community and World Law, USA
54. Dr Yael Danieli, International Society for Traumatic Stress Studies, USA 55. 55. Savita Gokhale, Loksadhana, India
56. Hasan Dheeree, Biland Awdal Organization, Somalia
57. Pacifique Nininahazwe, Forum pour le Renforcement de la Société Civile, Burundi
58. Derik Uya Alfred, Kwoto Cultural Center, Sud Sudan
59. Michel Golubnichy, International Association of Peace Foundations, Russia
60. Edward Ladu Terso, Multi Media Training Center, Sudan
61. Hafiz Mohammed, Justice Africa Sudan, Sudan
62. Sammy Eppel, B’nai B’rith Human Rights Commission, Venezuela
63. Jack Jeffery, International Humanist and Ethical Union, Regno Unito
64. Duy Hoang, Viet Tan, Vietnam
65. Promotion de la Democratie et Protection des Droits Humains, Repubblica Democratica del Congo
66. Radwan A. Masmoudi, Center for the Study of Islam & Democracy, USA
67. María José Zamora Solórzano, Movimiento por Nicaragua, Nicaragua
68. John Suarez, Cuban Democratic Directorate, USA
69. Mohamed Abdul Malek, Libya Watch, Regno Unito
70. Journalists Union of Russia, Russia
71. Sindi Medar-Gould, BAOBAB for Women’s Human Rights, Nigeria
72. Derik Uya Alfred, Kwoto Cultural Centre, Sudan
73. Suor Anne Shaym, Presentation Sisters, Australia
74. Joseph Rahad, Green Scenery, Sierra Leone
75. Fahma Yusuf Essa, Women in Journalism Association, Somalia
76. Hayder Ibrahim Ali, Sudanese Studies Center, Sudan
77. Marcel Claude Kabongo, Good Governance and Human Rights NGO, Repubblica Democratica del Congo
78. Frank Weston, International Multiracial Shared Cultural Organization (IMSCO), USA
79. Fatima Alaoui, Maghrebin Forum for environment and development, Marocco
80. Ted Brooks, Committee for Peace and Development Advocacy, Liberia
81. Felly Fwamba, Cerveau Chrétien, Repubblica Democratica del Congo
82. Jane Rutledge, CIVICUS: World Alliance of Citizen Participation, Sud Africa
83. Ali AlAhmed, The Institute for Gulf Affairs, USA
84. Daniel Ozoukou, Martin Luther King Center for Peace and Social Justice, Costa d’Avorio
85. Dan T. Saryee, Liberia Democratic Institute (LDI), Liberia

Individui
Dr. Frene Ginwala, ex portavoce della South African National Assembly
Filosofo Francis Fukuyama
Mohamed Eljahmi, attivista libico per i diritti umani
Glenn P. Johnson, Jr., Tesoriere, Victims of Pan Am Flight 103, Inc., padre di Beth Ann Johnson, vittima dell’attentato di Lockerbie

Fonte: UN Watch (vedere nota 1)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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