BREVE VADEMECUM ALLA CORBELLERIA SCIENTIFICA

Negli ultimi tempi, l’ormai ventennale fanfaluca del cambiamento climatico e del riscaldamento globale sembra essersi sgonfiata e aver lasciato il posto ad un imbarazzato semi-silenzio, che prelude (speriamo) ad un prossimo suo smaltimento nel gigantesco cimitero delle fandonie scientifiche; il quale già si onora di ospitare una vasta progenie di pinzillacchere che, nei verdi anni della loro gioventù, fecero strage di cuori, di cervelli e di titoli a otto colonne. Come possiamo dimenticare fregnacce di straordinario spessore artistico quali il Buco nell’Ozono, la SARS, il Millennium Bug, il Declino delle Api, la Mucca Pazza, la Fine del Petrolio, le febbrili gemelle  Aviaria e Suina, lo Stronzio di Chernobyl nell’Insalata, che ci hanno intrattenuto e divertito negli anni dell’adolescenza, che sono state la colonna sonora dei nostri giorni di scuola, dei nostri primi amori?Oggi esse dormono sulla collina. A ciascun esponente di questa grande famiglia di minchiate stampate, teletrasmesse e accompagnate dal coro a bocca chiusa d’insigni scienziati salmodianti, è dedicato un grande mausoleo terrazzato in granito bocciardato e pietra saponaria nell’infinito camposanto della pecorile dabbenaggine umana. Altri attori, altri pregevoli teatranti c’intrattengono oggi dalle sollazzevoli pagine delle riviste scientifiche, in un incessante ricambio generazionale il cui vivaio i nostri dominanti non dimenticano mai di ripopolare con nuove, piacenti trovate. Il grande cimitero è lì, austero e capiente, pronto ad accogliere, nel prossimo futuro, le spoglie mortali dell’Uomo sulla Luna, del Darwinismo Evolutivo, del Big Bang e di tutti i grandi istrioni che, dopo decenni di pubbliche acclamazioni e di sfavillante carriera, attendono anch’essi, nella sobria pacatezza della vecchiaia, il momento dell’agognato e sempiterno riposo.Purtuttavia non era mai avvenuto, a memoria d’uomo, che l’imminente passaggio a miglior vita di una castroneria scientifica d’incalcolabile rilievo culturale, qual è stata l’indimenticabile grulleria della Terra Bollita, avvenisse con tanto disdoro, con così grande strascico di polemiche, con veglie preagoniche funestate dal lancio di scarole e pomodori costoluti, anziché nell’attonito silenzio d’ossequio ch’è dovuto ai grandi.La celebre performer, già in avanzato declino senile, prese la sua stecca fatale nell’imbarazzante incidente del Climategate, che dimostrò come la sua squillante vocalità sopranile non fosse spontanea, bensì malamente doppiata in playback da dilettanti che armeggiavano con modelli digitali preregistrati e bastoni da hockey. Il suo canto del cigno avvenne nel corso del fatale Summit di Copenaghen, del dicembre 2009, in cui ogni sforzo di imporre al mondo (e soprattutto alla Cina) una parziale rinuncia all’intrapresa industriale, che riportasse in auge, per abbandono dell’avversario, le passate glorie dell’imprenditoria statunitense, si rivelò vano. Da quel momento, il declino si è fatto doloroso, inarrestabile e reso più straziante dalla furente delusione degli antichi ammiratori, che hanno sfogato contro l’attempata soubrette tutta l’amarezza della credulità tradita.Eppure il lascito artistico della tramontante showgirl è stato d’enorme rilevanza metodologica. Grazie al flop della Terra Bollita, possediamo oggi un importante metro di misura per valutare il livello d’attendibilità delle numerose “verità scientifiche indiscutibili” che il cabaret del potere allestisce senza sosta sulla ribalta del pianeta. Nell’articolo che segue, Jay Richards ha tratto dalla vita della compianta Sollevatrice di Livelli Marini un indispensabile decalogo che ci consentirà di identificare la bufala scientifica e il suo gradiente di penetrazione nelle menti bovine dell’elettorato millenarista con ragionevole e illuminante approssimazione.(GF)

QUANDO DUBITARE DEL “CONSENSO” SCIENTIFICO

di Jay Richardsdal sito The American

traduzione di Gianluca Freda

Chiunque abbia studiato la storia della scienza sa bene che gli scienziati non sono immuni alle irrazionali dinamiche del gregge.

Un sondaggio del Washington Post del 18 dicembre [2009, NdT], pubblicato nell’ultima giornata dello sfortunato summit sul clima di Copenaghen, rivela che “ormai quattro americani su dieci affermano di nutrire poca o nessuna fiducia riguardo a ciò che gli scienziati dicono dell’ambiente”. Tale sondaggio non è una novità. Molti sondaggi recenti hanno evidenziato che lo scetticismo sul “cambiamento climatico” sta crescendo più rapidamente del livello del mare sul Pianeta Algore (da non confondere col Pianeta Terra, su cui il livello del mare è rimasto relativamente stabile).Molti tra gli inattendibili scienziati del clima e tra i loro accoliti della stampa attribuiscono quest’incremento dello scetticismo alla stupidità degli americani, poveri filistei incapaci di comprendere che esiste un “consenso scientifico intorno al cambiamento climatico”.

Uno dei lati positivi del recente scandalo del Climategate, che ha sorpreso i più celebri scienziati del clima nell’atto di manipolare dati, metodi e “peer review” per amplificare le prove dell’esistenza di un riscaldamento globale degno di nota, è quello di aver sgonfiato una volta per tutte la valenza retorica dell’espressione “consenso scientifico”.Ma anche a prescindere dallo scandalo, il concetto stesso di “consenso scientifico” dovrebbe farci riflettere. “Consenso”, secondo il dizionario Merriam-Webster, significa allo stesso tempo “condivisione generale” e “solidarietà di gruppo intorno a sentimenti e convinzioni”. Il che riassume a puntino il problema. Noi vogliamo sapere se la base del consenso scientifico è rappresentata da solide prove e fondati ragionamenti, oppure dalla pressione sociale e dal pensiero di gruppo.Chiunque abbia studiato la storia della scienza sa bene che gli scienziati non sono immuni alle irrazionali dinamiche del gregge. Molte idee sbagliate hanno raccolto consenso, in un momento o in un altro. Accade spesso, infatti, che la “forza del paradigma” influenzi il pensiero degli scienziati in modo così potente che essi divengono incapaci di recepire, per non dire di valutare, con la dovuta attenzione le alternative radicali. Mettete in dubbio il paradigma e molti vi risponderanno con fanatismo dogmatico.Naturalmente, non dobbiamo dimenticare l’altra faccia della medaglia. Esistono anche gli stupidi e i teorici del complotto. A prescindere da quanto sia solidamente fondato il consenso scientifico su un dato argomento, da qualche parte ci sarà sempre qualcuno – facilmente raggiungibile tramite internet – convinto che si tratti di una bufala.

Qualche volta si scopre che costoro hanno ragione. Ma in molti casi si tratta solo di scemi alle cui opinioni non conviene dar peso.Quindi, cos’è che deve fare un cittadino che non sia uno scienziato e non abbia il tempo di studiarsi tutti i dettagli scientifici? Come può il comune cittadino distinguere, per dirla conAndrew Coyne“tra la reale autorevolezza e la mera saggezza presa a prestito? E all’inverso, come si fa a distinguere la stolida refrattarietà all’evidenza dal legittimo scetticismo?” Siamo forse obbligati a credere che tutto ciò che ci viene detto sia fondato su un consenso scientifico, salvo decidere di studiare la scienza per conto nostro? Quand’è che si può dubitare del consenso? E quando si deve dubitarne?La miglior cosa da fare è considerare il procedimento con cui si è generato, si è affermato e si è comunicato il consenso percepibile. Non sono in grado di fornire una lista esaustiva di “segnali d’allarme”, ma utilizzando il cambiamento climatico come caso di studio, propongo il seguente decalogo come prontuario di segnali che dovrebbero spingerci a mettere in dubbio il “consenso” scientifico, su qualsiasi argomento. Anche l’esistenza di uno solo di questi segnali è sufficiente per farci fermare a riflettere. Se essi iniziano a moltiplicarsi, allora è saggio essere diffidenti.

1) Quando si mescolano insieme affermazioni diverse.
Di norma, nelle dispute scientifiche, si discute più di una singola affermazione. Ad esempio, nel caso del riscaldamento globale, c’è l’affermazione che il nostro pianeta stia diventando, in media, più caldo. C’è anche l’affermazione secondo la quale le emissioni umane sarebbero la principale causa del fenomeno, quella secondo la quale gli effetti saranno catastrofici e quella secondo la quale dovremmo modificare la nostra civiltà per affrontare il problema. Si tratta di asserzioni differenti, fondate su differenti elementi di prova. Ad esempio, le prove che esista un riscaldamento non sono prove della causa di tale riscaldamento. Se anche tutti gli orsi polari annegassero, i ghiacciai si sciogliessero, il livello dei mari si alzasse di 20 metri e Newfoundland diventasse un luogo rinomato per l’abbronzatura, tutto questo non ci direbbe nulla su quale sia stata la causa di questo riscaldamento. E’ una questione di logica, non di evidenza scientifica. L’effetto e la causa sono due cose diverse.Vi è maggiore identità di vedute rispetto alla (1) esistenza di un modesto trend d’incremento della temperatura a partire dal 1850, di quanta ve ne sia riguardo alla (2) causa di questo trend. Vi è ancor meno concordanza riguardo ai (3) rischi di tale trend o ai (4) rimedi da adottare. Ma queste quattro diverse proposizioni vengono spesso mescolate insieme, in modo tale che se si dubita di una di esse, si viene immediatamente etichettati come “scettici” o “negazionisti” del cambiamento climatico. Si tratta di palese disonestà intellettuale. Quando affermazioni ben confermate si fondono con affermazioni differenti e più controverse e al conglomerato risultante si affibbia l’etichetta “consenso”, allora avete ottime ragioni per nutrire dubbi.

2) Quando contro i dissenzienti predomina l’attacco ad hominem.Gli attacchi personali sono comuni in qualunque disputa per il semplice fatto che siamo esseri umani. E’ più facile insultare che seguire il filo di un’argomentazione. Il semplice fatto che una persona utilizzi un argomento ad hominem, non implica che le sue conclusioni siano errate. Ma quando gli attacchi personali sono i primi ad essere utilizzati e quando li si vede crescere in intensità e frequenza, allora è bene che indossiate il vostro berretto da scettici e che osserviate le prove con maggiore attenzione.Nel caso del cambiamento climatico, gli attacchi ad hominem sono dappertutto. Sono perfino divenuti parte integrante dell’impostazione stessa del dibattito. Un esempio è la diffusa etichetta di “negazionista”. Senza proporre nessuna argomentazione concreta, tale etichetta intende richiamare l’affermazione della “grande studiosa del clima” Ellen Goodman:“Vorrei dire che siamo arrivati ad un punto in cui il riscaldamento globale è impossibile da negare. Diciamo che i negazionisti del riscaldamento globale sono oggi paragonabili ai negazionisti dell’Olocausto”.C’è un vecchio proverbio giudiziario: Se i fatti sono dalla tua parte, appoggiati ai fatti; se la legge è dalla tua parte, appoggiati alla legge; se nessuna delle due cose è dalla tua parte, attacca il testimone. Quando i propugnatori del consenso scientifico partono subito con l’attacco ai testimoni, anziché con le argomentazioni, siate sospettosi.

3) Quando si fa pressione perché gli scienziati aderiscano ad una linea politica.Il celebre “affare Lysenko” nell’ex Unione Sovietica viene spesso citato come esempio di ciò che avviene quando la politica calpesta la scienza genuina. E’ un buon esempio, ma viene spesso utilizzato per sottintendere che una cosa del genere può accadere soltanto in un regime totalitario, cioè quando potenti elite controllano il flusso delle informazioni. In tal modo, però, si sottovaluta l’altrettanto potente cospirazione del conformismo, in cui una congettura e gli interessi che le sono correlati si combinano insieme per creare l’apparenza dell’obiettività dove non ve n’è alcuna. Per i fini della propaganda, questo tipo di cospirazione è perfino più pericolosa della cospirazione operata da un potere dittatoriale, proprio perché dà l’impressione che le persone siano giunte a sostenere la propria posizione attraverso una corretta ed indipendente valutazione delle prove.Incarichi di prestigio, promozioni lavorative, finanziamenti governativi, acclamazioni mediatiche, rispettabilità sociale, citazioni su Wikipedia e vanità riescono a svolgere benissimo la stessa funzione dei gulag, sebbene in modo più sottile. Alexis de Tocqueville, studiando la società americana, aveva messo in guardia contro il potere della maggioranza di erigere “formidabili barriere attorno alla libertà d’opinione; all’interno di tali barriere, un autore può scrivere ciò che vuole, ma guai a lui se osa spingersi oltre”. Avrebbe dovuto occuparsi di scienza del clima.Il Climategate e le risposte vergognose che le istituzioni scientifiche ufficiali hanno fornito alle sue rivelazioni, rendono evidente che gli scienziati sono oggi sotto pressione affinché aderiscano all’ortodossia politica del cambiamento climatico, ricevendone in cambio moltibenefici. Questo è un ulteriore motivo di sospetto.

4) Quando pubblicazioni e peer review su un dato argomento sono fatti in combriccola.Sebbene abbia i suoi limiti, il procedimento di peer review ha la funzione di fornire elementi di controllo e di valutazione, allo scopo di escludere i lavori scadenti o fuorvianti e offrire un metro di giudizio obiettivo per la ricerca scientifica. Quando funziona bene, è uno strumento efficace. Ma quando poche persone riunite in uno stesso gruppo controllano e approvano vicendevolmente l’una il lavoro dell’altra, allora si generano inevitabilmente dei conflitti d’interessi. Ciò indebolisce il valore del presunto consenso e crea, al contrario, un’ulteriore ragione per essere diffidenti. Coloro che per diletto hanno seguito sulla blogosfera il dibattito sul clima, sanno ormai da anni che, in tema di scienza climatica, pubblicazioni e peer reviewvengono fatti in combriccola (si veda ad esempio QUI).

5) Quando le opinioni dissenzienti vengono escluse dalla letteratura scientifica sottoposta a peer review, non per inconsistenza degli elementi probanti o per cattiva argomentazione, ma come strategia per marginalizzare il dissenso.A parte le complicità nella revisione, il processo di peer review nella scienza climatica è stato, in alcuni casi, dolosamente e deliberatamente stravolto allo scopo di impedire la pubblicazione delle opinioni dissenzienti. Anche in questo caso, gli avversatori delle teorie climatiche nella blogosfera sono consapevoli da anni di questi problemi, ma il Climategate ha rivelato al grande pubblico alcuni orripilanti dettagli di questa faccenda. E anche in questo caso, ciò offre al vasto pubblico un motivo in più per dubitare del consenso.

6) Quando si fornisce una falsa immagine della letteratura già sottoposta a peer review.Data la forza retorica insita nell’idea di peer review, vi è sempre la tentazione di offrire di essa un’immagine fasulla. Ci hanno raccontato per anni che la letteratura già sottoposta apeer review era unanimemente favorevole all’idea di un cambiamento climatico indotto dall’uomo. Sulla rivista Science, Naomi Oreskes ha perfino pubblicato uno “studio” sulla letteratura scientifica di rilievo che evidenzierebbe “Il Consenso Scientifico sul Cambiamento Climatico”. In realtà, in letteratura esiste una pletora di articoli dissenzienti, e questo nonostante le prove sempre più consistenti che il sistema del peer review sia stato stravolto a loro danno. Lo scandalo del Climategate ha portato alla luce anche questo: gli studiosi del clima al centro della controversia, si lamentavano nelle loro e-mail degli articoli di dissenso riusciti a sopravvivere alla trappola del peer review che loro stessi avevano teso e fantasticavano di lanciare un missile contro una rispettabile rivista scientifica che aveva avuto la temerarietà di pubblicare un articolo dissenziente.

7) Quando il consenso viene dichiarato con troppa fretta e perfino prima che esista realmente.Un consenso scientifico ben radicato, come una quercia matura, solitamente ha bisogno di tempo per emergere. Gli scienziati sparsi per il mondo devono poter fare ricerche, pubblicare articoli, leggere ricerche di altri studiosi, ripetere gli esperimenti (quando è possibile), tenere pubbliche conferenze, rendere disponibili i propri dati e i metodi di ricerca utilizzati, valutare le argomentazioni, osservare il trend, e così via, prima di poter finalmente giungere ad un accordo. Quando gli scienziati si affrettano a dichiarare l’esistenza di un consenso, e in particolare quando vantano un consenso che deve ancora formarsi, ciò dovrebbe spingere ogni persona ragionevole a fermarsi a riflettere.Nel 1992, l’ex vicepresidente Al Gore rassicurò così i suoi ascoltatori: “Solo una frazione insignificante degli scienziati nega la crisi del riscaldamento globale. Il tempo dei dibattiti è finito. La scienza è concorde”. Tuttavia, nello stesso 1992, la Gallup “riferiva che il 53% degli scienziati attivamente coinvolti nelle ricerche sul clima non credeva al riscaldamento globale; il 30% era incerto; solo il 17% credeva che il riscaldamento globale fosse già iniziato. Perfino un sondaggio di Greenpeace evidenziava che il 47% dei climatologi non riteneva imminente un effetto serra fuori controllo; solo il 36% lo riteneva possibile e un mero 13% lo reputava probabile”. Diciassette anni dopo, nel 2009, Gore ha evidentemente deciso che era necessario revisionare la sua stessa storia revisionista e ha asserito che il dibattito scientifico sul cambiamento climatico indotto dall’uomo era proseguito fino alla fine del 1999, ma che adesso esisteva un reale consenso. Ovviamente, il 2009 è stato l’anno in cui è esploso il Climategate, ricordando a tutti noi che ciò che un tempo profumava di semplice divertimento conteneva probabilmente anche una parte di marcio.

8) Quando l’argomento della discussione appare, per sua stessa natura, refrattario al consenso.Può aver senso che gli studiosi di chimica, col passare del tempo, raggiungano conclusioni unanimi riguardo agli effetti di una data reazione chimica, visto che possono replicarne all’infinito i risultati nei propri laboratori. Possono osservare la relazione tra l’esistenza di certe condizioni e i loro effetti. In casi del genere, la sperimentazione è semplice. Ma molti degli elementi che sono oggetto della scienza del clima non hanno simili caratteristiche. Le prove sono sparse e difficili da reperire; spesso sono indirette, incastonate nel corpo della storia e abbisognanti di ogni genere di speculazioni. Non si può riprogrammare il clima del passato per metterle alla prova, come si farebbe con degli esperimenti chimici. E le conclusioni degli scienziati del clima che hanno conquistato le prime pagine dei giornali, si basano su complessi modelli computerizzati che gli stessi scienziati ammettono non essere un modello accurato della realtà cui fanno riferimento; e che ricevono i propri input non dai dati, ma dall’interpretazione dei dati effettuata dagli scienziati. Non è il tipo d’indagine scientifica su cui sia facile raggiungere un consenso ampio e ben definito. In effetti, se davvero vi fosse consenso su tutte le svariate asserzioni che riguardano la scienza climatica, ciò sarebbe veramente sospetto. A fortiori, gli stessi proclami relativi al consenso sono ragione di diffidenza.

9) Quando “gli scienziati dicono” o “la scienza dice” diventano locuzioni comuni.Su Newsweek del 28 aprile 1975, il responsabile della sezione scientifica, Peter Gwynne, affermava che gli scienziati erano “quasi unanimi” nel sostenere che era in arrivo una glaciazione globale. Oggi ci dicono: “Gli scienziati dicono che il riscaldamento globale porterà all’estinzione delle specie vegetali e animali, all’inondazione delle zone costiere a causa dell’innalzamento del livello dei mari, a fenomeni meteorologici estremi, alla più ampia diffusione di siccità e malattie”. “Gli scienziati dicono” è un’espressione disperatamente ambigua. Di fronte ad essa, la vostra mente dovrebbe immediatamente domandarsi: “Quali scienziati?”.In altri casi, quest’indefinita accolita di scienziati viene promossa a “SCIENZA”, come quando ci viene detto“Ciò che la scienza afferma mira ad impedire un cambiamento climatico catastrofico”. “La scienza afferma” è un’espressione intrinsecamente subdola. “Scienza”, dopo tutto, è un nome astratto. Non può affermare un bel niente. Ogni volta che trovate questa locuzione utilizzata allo scopo di sottintendere l’esistenza di un consenso, il vostro rilevatore di bufale dovrebbe attivarsi all’istante.

10) Quando viene utilizzato per giustificare provvedimenti politici ed economici di grave rilevanza.Immaginate centinaia di leader mondiali e di organizzazioni non governative, gruppi scientifici e funzionari delle Nazioni Unite, riuniti insieme per un incontro sbandierato come la più importante conferenza dopo la II Guerra Mondiale, nel corso della quale “si decide il futuro del mondo”. Questi funzionari sembrano concordare sulla necessità di creare istituzioni di “governo globale” per riordinare l’economia mondiale e limitare in modo massiccio l’utilizzo delle risorse energetiche. Gran parte di loro applaude a scena aperta le denunce contro il capitalismo presentate da dittatori socialisti. Uno strano attivismo dal sapore filosofico e metafisico circonda il raduno. E il nostro stesso presidente viene a dirci che tutto questo si fonda non sulla fantascienza, ma sulla scienza. Cioè sul consenso scientifico che le attività umane, in particolare le emissioni di gas serra, ci stanno conducendo verso un catastrofico cambiamento climatico.Naturalmente non abbiamo bisogno dell’immaginazione per visualizzare questo scenario. E’ quel che è successo a Copenaghen, lo scorso dicembre. Ora, tutto questo non esclude l’ipotesi che sia davvero in atto un catastrofico cambiamento climatico indotto dall’uomo. Descrive però un’atmosfera tale da prestare il fianco in modo assai rilevante ad una falsa rappresentazione dei fatti. E come minimo, quando le conseguenze politiche, che si dicono fondate sulla scienza, sono così profonde, le prove scientifiche devono essere solide come roccia. “Affermazioni straordinarie”, ripeteva spesso l’ultimo Carl Sagan, “richiedono prove straordinarie”. Quando i megafoni del consenso insistono col dire che non c’è più tempo, che dobbiamo muoverci, MUOVERCI, MUOVERCI!, allora avete il diritto di diventare sospettosi.

11) Quando il “consenso” viene tenuto in vita da un esercito di giornalisti portaborse, che lo difendono con zelo acritico e partigiano e sembrano più impegnati ad aiutare alcuni specifici scienziati a diffondere il loro messaggio che a raccogliere informazioni sul campo il più possibile obiettive.
Devo davvero approfondire questo punto?

12) Quando continuano a ripeterci che esiste un consenso scientifico.Un consenso scientifico dovrebbe essere fondato su prove scientifiche. Ma il consenso non è di per sé una prova. Quando una teoria scientifica è davvero solida, non sentirete mai parlare di consenso. Nessuno parla di consenso sul fatto che i pianeti orbitino intorno al sole, che la molecola dell’idrogeno sia più leggera di quella dell’ossigeno, che il sale sia cloruro di sodio, che la luce viaggi nel vuoto a circa 300.000 chilometri al secondo, che i batteri provochino a volte malattie o che il sangue trasporti ossigeno ai nostri organi. Il fatto stesso che si senta parlare così di frequente del consenso intorno ad un catastrofico cambiamento climatico indotto dall’uomo, è forse già di per sé sufficiente a giustificare i sospetti.Parafrasando il vecchio aforisma giudiziario, quando si hanno prove scientifiche decisive, ci si appoggia alle prove. Quando si hanno buone argomentazioni, ci si appoggia alle argomentazioni. Quando non si possiedono né prove decisive né buone argomentazioni, allora si invoca il consenso.

Fonte: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=832:gianluca-freda&catid=30:scienza-bufale&Itemid=44#comments

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