Imbalsamarte

(di Roberto Duria) La mia professoressa di educazione artistica delle medie ci faceva portare in classe dei lombrichi, animaletti non difficili da reperire per noi ragazzini rurali che pescavamo con le canne di bambù. I vermi venivano lavati, uccisi in un bagno di alcol e messi a seccare. Indi incollati su supporto cartaceo così come morte li aveva colti, insieme ad altre macchie di colore, in quella che aveva la pretesa di essere una libera composizione artistica.

Se a quell’epoca quel genere di professoresse era frequente nelle scuole medie, nei licei artistici e magari anche nelle accademie di belle arti, non mi stupisco se nell’anno di grazia 2011 sedicenti artisti come Maurizio Cattelan espongono alla Biennale d’arte di Venezia duemila piccioni imbalsamati, immobili su cornicioni e sporgenze delle strutture espositive, quasi una specie di surreale spettacolo di artisti di strada, con statue viventi che viventi più non sono.

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=151713&sez=NORDEST

La mia professoressa mandante di vermicidi deve aver fatto scuola o essere stata almeno in numerosa compagnia, perché il maggior esponente vivente di tale branca necrofila dell’arte forse è Hermann Nitsch, che da più di cinquant’anni si vanta di fare arte usando sangue, frattaglie e addirittura, mescolando pittura e teatro, invitando gli spettatori a macellare povere creature incolpevoli finite nelle mani sbagliate.

http://it.wikipedia.org/wiki/Hermann_Nitsch

In una società sana, tali performances non sarebbero nemmeno concepibili. In una meno sana, se qualcuno dovesse concepirle, non sarebbero permesse e l’interessato verrebbe curato da esperti psichiatri. In una società malata quale è la nostra, non solo vengono permesse dalle autorità, malate quanto il resto della popolazione, ma vengono lodate e incensate da critici d’arte, malati pure loro tanto quanto le autorità e il pubblico spettatore. Ne consegue, per chi non se ne fosse ancora accorto, che viviamo in una società di pazzi. Vedere, al proposito, “I cosiddetti sani”, di Erich Fromm. O magari anche “Psicopatologia della vita quotidiana”, di Sigmund Freud.

Su un’isola di ciechi, uno a cui la vista funziona perfettamente è un mostro, un deviante, come nel racconto di H. G. Wells. E infatti, benché non fossi presente, m’immagino che così devono esser stati visti gli animalisti che hanno protestato davanti alla Biennale: mostri devianti.

http://www.corriere.it/cultura/11_giugno_06/panza-biennale-protesta-animalisti_b7c4bdf6-9034-11e0-bd7e-24c232303fed.shtm

http://www.centopercentoanimalisti.com/phpBB2/venezia-blitz-diurno-alla-biennale-vt46903.html

Mettiamoci vicino anche altri epiteti come talebani e oscurantisti e avremo un quadro completo di come la gente, suggestionata da autorità ed “esperti”, viene condizionata a pensare in un certo modo, eclissando e sopprimendo anche quel barlume di coscienza e di buon senso che dovesse essere sopravvissuto ai numerosi attacchi edonistico-materialisti già abbondantemente portati, da più parti, all’individuo.

A poco serve sbraitare che la violenza sugli animali è propedeutica alla violenza sull’uomo, dato che, in questo caso, scatta la sindrome di Bertold Brecht: quando arrestarono i sindacalisti mi voltai dall’altra parte perché non ero sindacalista, quando arrestarono i comunisti mi voltai dall’altra parte perché non ero comunista. Ora che hanno arrestato me non c’è nessuno che mi venga in aiuto.

Analogamente, quando imbalsamarono piccioni per la Biennale mi voltai dall’altra parte perché non ero un piccione, quando macellarono vecchi ronzini per rendere famoso Nitsch mi voltai dall’altra parte perché non ero un vecchio ronzino. Ora che stanno per macellare me non c’è nessuno che mi venga in aiuto.

Voltarsi dall’altra parte per non vedere è vezzo diffuso non solo fra i cattolici, che se non si tratta di embrioni o di casi umani come quello della povera Eluana non si muovono, ma anche presso laici e liberi pensatori. E’, al limite, anche una forma di autodifesa, tanto che lo pratico spesso anch’io per non dover arrivare a decidere di spararmi un colpo. Tuttavia, quando è troppo è troppo e ci sono casi in cui la gente si ribella, come è successo a Milano quando un signore che passava di lì per caso, vedendo fantocci a forma di bambino appesi ai rami di un albero, si arrampicò per tirarli giù, cadendo pure e ferendosi malamente. Il Comune di Milano gli fece causa per aver danneggiato delle opere d’arte, ma poi il giudice saggiamente lasciò perdere. Io avrei fatto causa all’assessore alla cultura del Comune, specie per come viene sperperato il denaro del contribuente. Anche in quel caso, il diciamo così famoso artista era il padovano Cattelan che, vista la mala parata milanese, andò a riproporre la stessa “opera” a Siviglia, in Spagna, dove fu accolga nella locale mostra d’arte.

In quel caso si trattava di manichini, eppure, a Milano, diedero fastidio a più di qualcuno. Nel caso di Venezia, si tratta di piccioni in carne e piume, benché sottoposti a trattamento imbalsamatorio. Come mai una folla furente non invade i giardini e le pertinenze della Biennale per strappare dai muri, a furor di popolo, quei corpicini impagliati?

L’ho già detto: è la sindrome di Brecht all’opera: tanto sono solo piccioni! Il razzista, quando sente notizie di negri, froci ed ebrei perseguitati e oppressi (vedere Gian Antonio Stella), dice: “Tanto sono solo negri, froci ed ebrei!”. Non si scappa: razzismo e specismo hanno una stessa matrice. E sarebbero entrambi condannabili, se solo avessimo una coscienza educata a rispettare ogni forma di vita, ma purtroppo la religione antropocentrica, oltre che monoteista, ci ha insegnato che solo la vita umana è sacra. Sì, figuriamoci! Magari la gente prendesse sul serio almeno quel principio! Il fatto è che la gente non considera sacra né la vita umana, né quella animale, perché introducendo la deroga fondamentale che le bestie non sono degne di rispetto, si è dato via libera ad altre infinite deroghe, tutte a uso e consumo di categorie privilegiate.

Lo specismo è la madre di tutti i razzismi. E il bello è che la gente non lo sa. Non se ne rende conto, forse perché alle religioni fa comodo così: avere dei fedeli scarsamente dotati di senso della giustizia. In caso contrario, con persone che non accettano le ingiustizie, le stesse gerarchie ecclesiastiche correrebbero brutti rischi. Nella mente delle persone non esiste ingiustizia se, prima, non c’è la percezione dell’ingiustizia. Tutto nasce dalle definizioni. La definizione, come diceva Salvatore Mongiardo, è la matrice di ogni male.

Sembra che Cattelan si sia procurato i piccioni all’estero, dove vigono leggi razziali di genocidio dei piccioni, considerati invadenti usurai diffusori di guano e malattie, e che abbia voluto applicare una forma di gestione creativa delle carcasse, che altrimenti sarebbero state incenerite. Sarebbe questa la botta di genio? Usare i corpi dei piccioni piuttosto che lasciarli andare in discarica? Cattelan, una specie di Schindler al contrario, invece di salvarli ne ha riscattato i corpi. Il sinedrio dei volatili lo metterà nell’elenco degli ingiusti. O forse in quello dei deficienti.

Che ci siano paesi più o meno barbari dell’Italia ci può stare, ma farne anche pubblicità, ammiccando alle loro nefandezze e rivestendo d’importanza sedicente artistica quello che è solo vile genocidio, mi sembra il massimo della complicità e della collusione. La prossima volta mi aspetto una prestazione in lode della corrida.

Perché, nella prossima Biennale, Cattelan e altri sedicenti artisti come lui non si fanno consegnare da Israele i cadaveri dei palestinesi massacrati a Gaza, li imbalsamano e li espongono nei padiglioni della mostra? Sai che affluenza di pubblico pagante! Un vero successone! Cattelan & soci hanno potuto fare ciò perché sono immersi fino al collo nello specismo antropocentrico, che pone le bestie in un gradino più basso degli uomini. Anzi, che pone gli uomini nel ruolo di tiranni rispetto agli altri animali. Dobbiamo ringraziare la Chiesa, per questo. Ma non solo lei. Qualcuno ha posto una barriera fittizia tra l’uomo e gli animali, un pretesto psicologico per fare di loro ciò che più ci aggrada. Forse, dopo aver letto le prime righe del Genesi, dobbiamo andare a cercare quel qualcuno nella struttura più intima del nostro cervello rettiliano, quell’antichissima parte di noi che, illo tempore, cacciava e massacrava e combatteva per sopravvivere. Peccato che siano passati i secoli e i millenni e per qualcuno, purtroppo, siano passati invano.

Nel momento in cui si prende coscienza del nostro crudele passato di scimmie cacciatrici, si dovrebbe anche dire basta. E invece molti continuano a sguazzarci dentro, in questa melma preistorica fatta di comportamenti atavici. Homo homini lupus è legge universale ineludibile o se ne può fare anche a meno? Possiamo rinunciarvi? Nitsch dice anzi che imbrattarsi di sangue e viscere è catartico e porta alla spiritualità: si può essere più scemi? Marinetti diceva che la guerra è l’igiene del mondo: si può essere più idioti?

Fino a che punto è lecito, in nome della tolleranza voltairiana, lasciare che simili idiozie abbiano campo libero di scorrazzare come cavalli imbizzarriti nei verdi pascoli della coscienza e della conoscenza collettiva? Poi, se poniamo censure a certi libri, ci chiamano intolleranti! Se diciamo che queste forme di sedicente arte fanno schifo, ci chiamano antidemocratici! A me ricorda quando parliamo male del governo americano e della sua onnipotente CIA e c’è sempre qualche anima candida che ci chiama antiamericani. Eppure, il premio nobel per la letteratura Gunther Grass diceva: “Sono le idee ad annunciare la violenza; resistere loro è possibile. Dunque la resistenza deve cominciare prima che le idee si armino di violenza”.

Com’è stato possibile arrivare a questo? I principi della massima libertà di pensiero ed espressione sarebbero validi in una società di gente sana, ma abbiamo già visto – e lo vediamo quotidianamente – che sana, questa società, non lo è per niente. Voltaire aveva in mente una società ideale, composta di uomini rispettosi, e forse lo si può accostare a un Campanella, con la sua “Città del sole”, o ad altri utopisti come Cabet, Fourier e Morris. Tutte insulsaggini, le definisce Cioran nel suo “Storia e utopia”, le loro descrizioni di una società perfetta.

Esporre piccioni assassinati, indipendentemente dal fatto che sarebbero stati uccisi ugualmente, e pretendere di farlo passare per arte, è semplicemente assurdo, per non dire macabro, volgare e disonesto. Un’insulsaggine, direbbe Cioran. Anche i fautori della corrida cercano di contrabbandarla per arte. Anche i cacciatori cercano di trasmettere al pubblico la loro passione sanguinaria per qualcosa d’altro, le passeggiate all’alba, i canti degli uccelli, i profumi dei fiori.  E così i vivisettori, che si presentano come salvatori dell’umanità. Che disgusto!

Almeno i nostri antenati che dipinsero i bisonti sulle pareti delle grotte di Altamira provavano forse una sorta di ammirazione per quegli animali che poi andavano a cacciare, una forma di rispetto che si ritrova secoli dopo nei nativi americani, nei cui confronti molti di noi provano simpatia. Ammirare i bisonti, dipingerli sulla roccia e andare a cacciarli sperando magari di aver preventivamente catturato la loro anima, forse è la scintilla che fece scoccare il sentimento religioso. Forse è così che è nata la religione, da un sentimento di attrazione e rispetto per quella che veniva riconosciuta come fonte di cibo che permetteva la sopravvivenza durante le ere glaciali. E quindi di gratitudine. Ma quale gratitudine e rispetto prova un Cattelan o un Nitsch? Quanto gli rende massacrare e far massacrare animali innocenti?

Questi artisti sono il non plus ultra del bieco specismo industriale moderno e vogliono imporcelo come arte e addirittura come strumento di ascesi spirituale!

Non vi è differenza tra esporre animali imbalsamati in una mostra d’arte ed esporre le teste del nemico ucciso sulle picche o sui merli dei bastioni in spregio agli assedianti. I cacciatori inchiodano corvi e cornacchie su piccole croci piantate nei campi, in spregio ad animalisti e guardiacaccia. L’entomologo Henry Fabre criticava il vizio di Jean il Guercio che inchiodava gufi e barbagianni sui portoni dei granai, un modo apotropaico di tenere lontano il demonio. O gli altri strigiformi, considerati suoi famigli. E sempre per paura del demonio, agli angoli delle strade di campagna, nel medioevo si arrostivano gatti vivi dentro pentole di metallo chiuse ermeticamente.

Il medioevo, ci è stato insegnato, è finito da un pezzo. Chi glielo dirà a Cattelan? Chi fermerà le folli rappresentazioni di Hermann Nitsch?

(Link all’articolo originale: http://www.stampalibera.com/?p=27487)

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One Response to Imbalsamarte

  1. Anton scrive:

    Caro Roberto, è sempre importante denunciare i crimini dello specismo, comunque lo si faccia, perché più siamo a farlo più gente raggiungiamo. Ma, da parte di chi lo fa, è altettanto importante essere rigorosi nell’analisi, ovverosia non recedere mai dal rigore del pensiero. Pena creare altri mitologemi, altre mitopoiesi di comunità integre fondate e “fuse” intorno ad un identità – appunto integra e quindi chiusa su se stessa, pronta a immolare il proprio capro espiatorio, cioè a sopprimere il “diverso”, il dissidente, il “deviante” (è esattamenete la parola che usi tu), di, per così dire, “propria competenza” (ovvero: in base alle proprie Leggi di appartenenza). Qui il capro espiatorio è esattamente il “deviante”, in quanto socio-patico, a finire nel mirino della “purificazione” comunitaria. Fin da subito, non fraintendiamoci: non sto difendendo Cattelan in quanto tassidermista. Sto criticando il concetto di “arte deviante”, che, non a caso, tu riporti, con una certa disinvoltura, alla “psiche deviata” di un certo individuo. Ecco, Roberto: questo è di nuovo specismo. Te lo dico senza alcuni intento “polemico”, nel senso di guerresco, ma neanche rancoroso. Lo dico, piuttosto, in tutta franchezza e onestà intellettuale. Ciò di cui meno si è occupato il movimento antispecista, e tanto più animalista, dalla sua nascita, è esattamente della discriminazione del “folle”. Non solo: bisognerà pure ammettere finalmente, che in modo diretto (la richiesta della reclusione per il maltrattatore, richiesta di reclusione in modalità o termini “psichiatrici”), o indiretto (la trasformazione del maltrattatore, ma anche dello specista in generale, in “mostro” o “malato”, laddove i due termini entrano in uno spazio di indistinzione, con tutti i cascami di un età del controllo della devianza “mentale” di cui non ci si riesce proprio a liberare) che il movimento antispecista, e ancora più quello genericamente “animalista”, lavora con uno certo zelo alla riproduzione di tali stigmi. In questo senso, laddove non tematizza la questione, l’antispecismo non cessa di covare in sé un nucleo specista sia nel senso più ampio (discriminazione infraspecifica) sie in quello più ristretto (pensiero metafisico, “differenzialista”, disciplinare, biopolitico, comunitarista) del termine. Tu fai notare giustamente come la soglia del “meno” (o “niente affatto”) degno di vivere, sia per un potere antropocentrico e specista una soglia sempre mobile, al di sotto della quali sono suscettibili di franare di volta in volta l’”ebreo”, il “negro” lo “straniero”, il “migrante” (e l’”omosessuale”, mettiamoci pure la “donna” e il “povero”), e lo poni in relazione con l’”animalizzazione” sempre in potenza di queste categorie di esistenti. Il referente negativo a cui legare il sub-umano di volta in volta discriminato, sfruttato, perseguitato, sterminato, è il non-umano. Dimentichi però che il referente negativo più affine al non-umano, proprio per le sue caratteristiche in- o dis- umane, non è, dall’alba della modernità in poi (ma anche questa sincronia andrebbe indagata a lungo, perché, non è, evidentemente, monolitica), proprio il “mostro” in quanto “malato di mente”. In particolare quello che, secondo una geometria variabile regolata dall’identità della comunità, cioè società, di appartenenza, proprio il sociopatico, in quanto deviante dalle norme morali di base e dalla forma antopologica essenziale di quella comunità/società. Questo dispositivo di separazione e discriminazione è quello che permette la segregazione e la tortura (senza virgolette: ma mettici pure sterminio) dei folli. Non solo: essendo un referente negativo di eccellenza, è lo stesso che regola separazione, discriminazione (e così via fino allo sterminio) di tutti i devianti: siano essi biologico-razziali, di genere, di orientamento sessuale, culturali, religiosi, e così via. Dalla modernità il poi il “negro” non è soltanto un “animale”, ma anche un “mostro”, la donna una “isterica”, l’omosessuale un “invertito”, l’islamico propriamente un “pazzo”, e così via. Il dispositivo che regola la separazione, dal corpo sano (aggettivo che non a caso usi tu) della comunità è la malattia. Almeno dall’età moderna, la malattia psichica.
    C’è quindi non tanto una falla nella tua argomentazione, quanto piuttosto un nucleo duro “specista” nella tua critica antispecista dell’utilizzo degli animali come oggetti, da parte di un’arte criminale sì, ma non mostruosa, né tantomeno deviante. Fare appello, nell’immaginarsi una società antispecista, alla “salute mentale” e ai suoi custodi (il codazzo di psichiatri e subufficiali vari della psichiatria) è un po’ come proporre la clonazione di Hitler per il governo di una società multirazziale e multiculturale, se mi passi la metafora un po’ brusca.
    Infine, il punto è filo più in là ancora, ma non c’è lo spazio qui per aprire una questione simile. La indico perciò soltanto: un “mondo” antispecista non si può proprio immaginare come una comunità (in senso esteso: di’ pure società) che fa di un principio (fosse pure quello “purissimo” dell’antispecismo) il proprio *fondamento*, proprio perché è la “fondazione”, il “dar fondamento” a implicare un principio di autorità che gerarchizza i viventi intorno alla vicinanza a quel principio: e gerarchia implica già separazione, discriminazione e tutta la congerie di crimini che la nostra storia ha conosciuto svariate volte. che si è detto sopra. Di più: un “mondo” nuovo, anche se nobilmente antispecista, è il caso di smettere di progettarlo. La palingenesi implica processi inevitabili di violenza che l’antispecismo dovrebbe rifiutare. Il mondo è questo, farne tabula rasa, anche idealmente, anche con calma, programma il totalitarismo (a cui, non mi si fraintenda, le nostre democrazie – appunto – totalitarie, non sfuggono affatto). Si tratta si spostare la partita dalla guerra al gioco, cioè di trasformare le regole (che sono sempre regole di guerra) nel giocare stesso. Il che implica di per sé il passaggio da un mondo di guerra a un mondo di gioco: ovvero concepire l’esistenza come gioco, lasciando all’autocorrosione la guerra, l’autorità, la gerarchia, la salute, ecc ecc…

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