Seguendo la flotta

HILLARY CLINTON DA’ LUCE VERDE PER L’ATTACCO ALLA FLOTTIGLIA DIRETTA A GAZA

di Ali Abunimah

dal blog The Electronic Intifada

traduzione di Gianluca Freda

Nei suoi commenti di ieri [del 23 giugno scorso, NdT], Hillary Clinton sembra aver spianato la strada – o perlomeno dato la luce verde – ad un attacco militare israeliano contro la Freedom Flotilla in arrivo a Gaza, compresa la nave statunitense che prende parte alla spedizione.

Tra i passeggeri a bordo della nave americana vi è l’87enne Hedy Epstein, sopravvissuta alla persecuzione tedesca grazie ai Kindertransport, nonché la scrittrice e poetessa Alice Walker. Si prevede che alla spedizione prenderanno parte circa 10 navi, con a bordo 1000 persone provenienti da oltre 20 paesi.

Ecco ciò che la Clinton ha detto al Dipartimento di Stato lo scorso 23 giugno:

Noi non crediamo che la flotilla rappresenti un atto utile o necessario a favore del popolo di Gaza. Proprio questa settimana, il governo israeliano ha approvato un significativo provvedimento per la costruzione di abitazioni a Gaza. A Gaza saranno fatti entrare materiali per l’edilizia e noi non crediamo sia d’aiuto la presenza di flottiglie che tentino di provocare reazioni entrando nelle acque israeliane e creando una situazione nella quale gli israeliani avranno poi il diritto di difendersi.

La Clinton sa certamente che nessuna nazione al mondo riconosce Gaza, né tantomeno le sue acque territoriali, come parte del territorio “sovrano” di Israele. Una nave che entri nelle acque di Gaza, non entrerebbe affatto in “acque israeliane”, come va dicendo la Clinton. Inoltre la Clinton, supponendo che stia ripetendo ciò che le è stato detto nei briefing e non sia semplicemente in errore, deve anche sapere che l’anno scorso Israele ha attaccato la Freedom Flotilla diretta a Gaza mentre si trovava in acque internazionali e i dati GPS evidenziano che si stava, in realtà, allontanando da Israele.

Quando invoca il presunto “diritto all’autodifesa” di Israele contro imbarcazioni civili che tentano di raggiungere Gaza, la Clinton sta dicendo a Israele che gli Stati Uniti non si opporranno ad un nuovo attacco militare.

E parlando dell’autorizzazione concessa da Israele a far entrare a Gaza materiale da costruzione, sottintendendo che la flottiglia “non è necessaria” in quanto degli “aiuti” raggiungeranno comunque la popolazione palestinese di Gaza, la Clinton sta tentando di offuscare la realtà delle cose.

La gente di Gaza è stata ridotta in miseria e resa dipendente dagli aiuti a causa di decenni di occupazione, assedio e attacchi militari israeliani. Il punto non è consegnare gli aiuti, ma liberare la popolazione spezzando l’assedio. E’ una posizione abominevole quella di suggerire – come sembra fare la Clinton – che se il popolo di Gaza riceve abbastanza calorie e un po’ di forniture edilizie, allora nessuno deve più preoccuparsi dell’assedio israeliano. I palestinesi di Gaza non sono animali in gabbia, per assistere i quali ci si possa limitare a spingere razioni di cibo tra le sbarre della loro prigione.

L’assedio israeliano è da intendersi come una forma di punizione collettiva ed è stato dichiarato illegale dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Israele, come Electronic Intifada ha già riportato, sta tenendo esercitazioni militari per intercettare questa flotta di civili disarmati. Dopo le esternazioni della Clinton, se del sangue sarà versato, esso non ricadrà soltanto sulle mani di Israele, ma anche su quelle dell’America.

Incriminare i passeggeri della flottiglia per “supporto materiale” al terrorismo

Non contento di incoraggiare indirettamente la violenza di Israele, il Dipartimento di Stato, in un nuovo allarmante sviluppo, ha minacciato gli americani che viaggiano sulle navi dirette a Gaza di arresto o di sanzioni pecuniarie per sostegno al terrorismo. Haaretz riferisce:

Venerdì scorso, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i tentativi di spezzare il blocco sono “irresponsabili e provocatori” e che Israele possiede già mezzi ben specifici per portare assistenza ai palestinesi residenti a Gaza. Ha anche notato che la zona è governata dal gruppo militante di Hamas, designato dagli USA come organizzazione terroristica, e che gli americani che ad esso porteranno sostegno sono soggetti a multe o alla pena del carcere.

In effetti, gli USA sembrano ormai definire qualunque aiuto, portato a qualunque palestinese, inclusa una popolazione civile sotto assedio, come sostegno ad Hamas, e dunque sostegno al “terrorismo”.

Ciò rispecchia la volontà di utilizzare le leggi contro il “supporto materiale” al terrorismo come pretesto per indagare e perseguire gli attivisti per la solidarietà alla Palestina, nonché quelli che si oppongono alla guerra e che lottano per i diritti sindacali esercitando in patria i diritti loro garantiti dal Primo Emendamento.

Fonte : http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=836:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47

TAV in Val di Susa, facciamo chiarezza: intervista a Marco Cedolin

Intervista di Fabio Polese a Marco Cedolin per il quotidiano Rinascita. I recenti avvisi di garanzia che in questo periodo sono stati recapitati ad una sessantina di persone che si battono contro il Treno ad Alta Velocità in Val di Susa, unitamente agli annunci concernenti la prossima apertura del cantiere di Chiomonte, hanno riacceso i riflettori sulla questione. Per discutere su una battaglia che stanno portando avanti – ormai da quasi 20 anni – molti abitanti della zona, abbiamo incontrato Marco Cedolin, autore di “T.A.V. in Val di Susa – Un buio tunnel nella democrazia”, edito da Arianna Editrice e parte integrante del movimento denominato “No T.A.V.”.

Cedolin, ci spieghi le motivazioni che vi spingono quotidianamente a scendere nei boschi e a bloccare fisicamente i lavori per la costruzione del Treno ad Alta Velocità con il rischio dell’incolumità fisica e penale…

La Val di Susa è una valle alpina larga mediamente 1,5 km, all’interno della quale corrono una ferrovia internazionale a doppio binario, il cui ammodernamento è terminato un anno fa, un’autostrada, la cui costruzione è stata completata nel 2000, due statali, alcune strade provinciali e un fiume. Il fondovalle è già oggi simile ad una colata di cementosenza soluzione di continuità e immaginare la presenza di una nuova infrastruttura delle dimensioni e degli impatti di una linea ad alta velocità sarebbe semplicemente pura follia…..

Negli anni 90 i cittadini sono stati costretti a sopportare, obtorto collo, la profonda devastazione del territorio conseguente alla costruzione di una nuova autostrada, con la motivazione che l’infrastruttura fosse giustificata dal proponimento di “togliere” i TIR dai paesi.
La costruzione dell’autostrada non era ancora terminata e già la “banda del tondino e del cemento” aveva iniziato a progettare il TAV che avrebbe dovuto togliere quegli stessi TIR dall’autostrada appena costruita, per metterli sui treni. La popolazione ha subito percepito il profondo cortocircuito logico e dopo essere stata presa per il naso una volta ha deciso di non porgere l’altra guancia.
Ma è possibile che un movimento popolare come il “No T.A.V.” non abbia aiuti e pressioni da parte di partiti o singoli politici italiani? Come è organizzato questo movimento?
Il movimento NO TAV è composto da migliaia di cittadini, di ogni estrazione sociale e dalle simpatie politiche più svariate. I cittadini sono organizzati in Comitati, in linea generale uno per ogni paese. Le decisioni vengono prese nel corso di coordinamenti ai quali partecipano esponenti di tutti i comitati e poi, qualora si tratti di decisioni di una certa importanza, portate in un’assemblea popolare alla quale può partecipare chiunque, dove verranno approvate o bocciate.
I partiti, da sempre, tentano di mettere il cappello su qualunque lotta popolare possegga una qualche potenzialità di visibilità mediatica. Nel caso di quella contro il TAV in Val di Susa, rimasta a lungo sulle prime pagine dei giornali, si è trattato senza dubbio di una “torta” quanto mai ambita. Ci hanno provato soprattutto i partiti della cosiddetta sinistra radicale, che nel 2005 hanno sostenuto, mai manovrato perché i cittadini gli hanno sempre impedito di farlo, la lotta della popolazione. Raccogliendo poi una valanga di voti alle elezioni del 2006, su programmi elettorali rigorosamente contrari all’alta velocità. Una volta saliti al governo hanno poi disatteso il mandato degli elettori, arrivando a firmare il dodecalogo di Prodi che di fatto sponsorizzava il TAV. E alla tornata elettorale successiva sono stati pesantemente puniti, mentre è stato premiato il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, oggetto di un voto plebiscitario ed attualmente parte integrante del movimento NO TAV alla stregua di qualsiasi altro comitato, senza però alcuna velleità di governarne le decisioni.
Dietro al movimento NO TAV, se la cosa non fosse chiara, ci sono i cittadini della Val di Susa.

L’ingegneria sociale e i movimenti “rivoluzionari”.

“Solo una crisi, reale o percepita, porta a cambiamenti reali”. (Milton Friedman, padre intellettuale del neoliberismo)

“Ho imparato che le vecchie abitudini possono spezzarsi attraverso  stimoli drammatizzati, disseminati da una rete di comunicazioni”. (E. L. Bernays, padre dell’ingegneria sociale al servizio del neoliberlismo)

Nelle società con un’economia capitalista o economia di libera azienda, dove il denaro è il regolatore delle relazioni sociali (sistema monetario), l’unico obiettivo di chi ostenta il potere reale che non sono precisamente i leader politici o governanti ma quelli che detengono il potere economico, è il raggiungimento, sempre di più, di maggiori margini di guadagno, attraverso un maggior sfruttamento delle maggioranze (riduzione degli stipendi, aumenti dei prezzi dei beni basici, mancanza di protezione sociale …) indipendentemente che questo possa essere negativo per il benessere di queste(delle maggioranze). Lo scopo ultimo è quello di aumentare il potere e di consolidare la loro posizione dominante. Se non si ha ben in chiaro questa ossessione malata delle elite dominanti di un’incessante accumulo di potere, non potremo mai realizzare un’analisi corretta della società capitalista.

Per ottenere questi obiettivi, il potere si è reso conto che il solo uso della forza non era sufficiente e che doveva ricorrere a tecniche di persuasione di massa, in modo che queste accettassero volontariamente la loro condizione di dominati e la posizione dominante di un’elite minoritaria. Lo stesso Napoleone è arrivato a dire: “Sai cosa mi diverte più di tutto? L’impotenza della forza per organizzare le cose” . In questo senso, la religione, che tanto utile era stata durante tanti anni a re e aristocratici per sottomettere la volontà dei loro sudditi, non era più sufficiente (anche se continuava ad essere di grande aiuto) per edificare le moderne società schiaviste, e, quindi, erano necessarie altre tecniche di persuasione o manipolazione delle coscienze.

Così è nata l’ingegneria sociale come l’“intento di ottenere l’appoggio del pubblico per un’attività, causa o movimento attraverso l’approssimazione, la persuasione e l’informazione”. Una scienza, nella quale il potere ha investito multimilionari sforzi per il suo sviluppo e perfezionamento, dato che in gioco c’era molto, niente meno che il controllo di tutta l’umanità e del mondo.

L’ingegneria sociale ha avuto ed ha come obiettivo principale quello di convincere le grandi maggioranze della popolazione sul bisogno di adottare abitudini e forme di vita che, indipendentemente che possano essere nocive per loro (trasferimento delle popolazioni nelle grandi città per essere sfruttate e allontanamento degli esseri umani dalle forme di vita più naturali e sani) sono altamente proficue perché un piccolo gruppo eserciti un potere assoluto e capriccioso su tali maggioranze e sull’insieme del pianeta. Leggi il resto dell’articolo

Narcisismo di massa e comunicazione

I NUOVI GIOVANI E IL NARCISISMO DI MASSA

Giulio Trapanese

I. Anzitutto, scrivere di giovani e di narcisismo per una sezione Americanismo oggi, per un primo numero d’una rivista ancora non edita non è semplice. Ci leggeranno giovani? E in che senso questi giovani potranno intendere d’essere nuovi rispetto alle generazioni precedenti? Il rischio maggiore risiede soprattutto nel non conoscere ancora chi possa leggere questa rivista e questa sezione, con l’interesse di provare a comprendere il groviglio del nostro presente; in più la difficoltà è che alcune considerazioni che qui seguono potrebbero portare a credere che proprio i giovani oggi non esistono più nella nostra società.

II. Quando Adorno ha provato a descrivere le nuove società di massa, il loro sistema onnipervasivo, e le trasformazioni nello scontro fra le classi con la nuova forma di conflitto fra omologazione e resistenza al sistema, il blocco di poteri economici, politici e culturali che oggi si presenta imponente, era appena ai suoi inizi. Gli inizi del cinema, gli inizi della radio, l’inizio della diffusione di massa dei giornali e delle riviste. E’ interessante che già la radio per Adorno si presentava come un passo in avanti verso la spersonalizzazione, in particolare rispetto al telefono, appartenente agli strumenti della generazione precedente. Se il telefono infatti era ancora democratico, e democratico nel senso che ciascuno aveva i propri numeri di telefono, decideva da sé le persone da chiamare e con cui parlare e il potere del sistema così non entrava ancora nelle rubriche telefoniche private, non così iniziò ad essere per la radio. La radio trasmetteva allora e trasmette adesso infatti a senso unico: c’è chi la ascolta e chi la fa, e chi la ascolta, ha assunto un ruolo nuovo rispetto a chi parla al telefono. Ha assunto cioè una posizione potenzialmente passiva. Le stazioni radio possono essere più o meno tante, ma certo ciascun individuo non ha la possibilità di fare la propria, esiste cioè quindi un numero limitato di emittenti ed un numero alto di ascoltatori, che per lo più ascoltano certe trasmissioni e non altre, e stabiliscono così via via un pubblico di massa con le sue tendenze e i suoi gusti. Leggi il resto dell’articolo

CENSURA IN RETE!

I tre principali provider internet in Australia,Telstra, Optus e Primus, cominceranno a censurare l’accesso alla rete dal prossimo mese, “filtrando” più di 500 pagine tra le quali si trovano principalmente quelle che secondo l’Autorità Australiana di Media e Comunicazione (ACMA sigla in inglese) contengOno pornografia infantile. 

Nacion Red

Tuttavia, il contenuto di questa lista nera di siti web sarà completamente segreto, cosa che da una parte lascia all’ACMA totale libertà di includere qualunque pagina che consideri inappropriata, e, dall’altra d’impedire ai suoi utenti internet di conoscere quali sono i siti web a cui viene impedito l’accesso in modo unilaterale e irrevocabile. Secondo il portavoce di Stephen Conroy, ministro delle comunicazioni australiano, in questa lista saranno incluse anche “organizzazioni reputate internazionali” anche se non chiarisce la natura delle stesse.

Anche se il Ministero delle Comunicazioni ha promosso di un filtro simile a quello annunciato da parte di operatori, questo ha subito un ritardo durante l’ultimo periodo vedendo costretti gli stessi provider ad agire di propria iniziativa. Con questa mossa, per altro, la pratica totale degli utenti australiani resta in mano alla volontà dell’ACMA che limita l’accesso per il quale stanno pagando.
Come fa notare l’Electronic Frontier Foundation (EFF), la creazione di una lista nera controllata e guidata da un unico organismo sul quale l’utente non ha né voce né voto, comporta una serie di problemi che mettono un freno alla libertà in internet.
“Il problema con un piano come questo è molteplice: in primo luogo, non esiste trasparenza nella selezione degli URLs della lista nera né responsabilità da parte delle agenzie di regolamentazione. Si sconosce il nome di quelle “reputate organizzazioni internazionali” che facilitano Urls con pornografia infantile, ma potranno includere all’Internet Watch Foundation, un’organizzazione con sede nel Regno Unito che nel 2008 raccomandò ai provider britannici di bloccare una pagina di Wikipedia che conteneva la copertina di un album degli anni 70 che loro ritenevano essere illegale”. 
L’assenza di trasparenza e di responsabilità porta direttamente all’impunità e al blocco selettivo di pagine che poco o niente hanno a che fare con il contenuto dal quale si vuole proteggere l’utente. Senza andare tanto lontano, in un’occasione l’ACMA ha incluso nella sua lista nera la pagina web di un dentista che non c’entrava nulla con la pornografia infantile.
Come dice l’EFF, cosa succede se l’ACMA ritiene necessario bloccare pagine “indecenti” o “controverse”? Chi potrebbe evitarlo quando le liste nere sono totalmente confidenziali?
Cosa impedisce che questa misura sia utilizzata per ottenere profitti commerciali o annullare il diritto all’accesso dell’informazione?

Fonte: Voci Dalla Strada

Leggi anche:

I guerrieri della valle dimenticata

 

 

 

 

 

 

DI GIANLUCA FREDA blogghete.altervista.org

 

Con un certo trionfalismo e la consueta passione per le cazzate, che sulle sue colonne non mancano mai, questa mattina il sito di “Repubblica” ha dato notizia del nuovo assalto delle forze dell’ordine al presidio No Tav in Val di Susa. I toni utilizzati dal fogliaccio debenedettico richiamano, per l’orgoglio spirante dalla narrazione, altre memorabili conquiste dell’umanità, quali le quote rosa, i diritti dei gay, la vittoria dell’antiberlusconismo strepitante (ormai nessuno se la sente più di chiamarlo “centrosinistra”) alle ultime/penultime/quintultime comunali e l’esecuzione dell’inno nazionale italiano a rutti operata nel 1991 da Eugenio Scalfari nel corso di una degustazione enogastronomica a Fonterutoli. Apprendiamo, ammirati ed increduli, che “oltre 2000 uomini” hanno partecipato alla titanica impresa dello sfollamento a suon di lacrimogeni e manganellate di un presidio di cittadini della zona. Hernán Cortés, per conquistare l’impero azteco, aveva utilizzato appena 508 soldati. Scopriamo che i manifestanti si sono dati “alla fuga nei boschi”, quali trucidi briganti braccati da pizzardoni implacabili, reimpostando i ranghi in una borbonica clandestinità che le autorità sabaude si preparano a stroncare con le proprie guarnigioni. Per l’occasione, e approfittando della ricorrenza dei 150 anni dall’Unità Nazionale, la salma del generale Enrico Cialdini verrà riesumata ed esposta alla pubblica devozione presso il Museo del Risorgimento di Palazzo Carignano. Leggiamo con inquietudine che 32 eroici poliziotti sono rimasti feriti nel corso della battaglia (immagino calpestati dal branco dei banditi in fuga), a fronte di appena 5 manifestanti contusi, il che offre uno spaccato raccapricciante sulla soverchiante sproporzione delle forze nemiche (6 a 1! Pensate, amici telespettatori!) che i nostri generosi soldati hanno dovuto fronteggiare per conseguire la vittoria. Per la verità le cifre sono buttate lì un po’ a cazzo, come sempre si usa in queste circostanze. Il salace Emanuele Fiano del PD, travolto dalla viva emozione del momento, parla di “venticinque operatori di pubblica sicurezza feriti”, cui ovviamente va la sua solidarietà. Curioso, da parte di Fiano, quest’inopportuno ridimensionamento dello sforzo compiuto dai nostri audaci combattenti. Forse 32 visite all’ospedale e 32 scatole di cioccolatini erano troppo onerose per i suoi impegni. Gl’imbrattacarte debenedettici c’informano che i biechi avversatori della Modernità e dell’Innovazione hanno osato lanciare sassi (quale ovvove!) contro i celerini inermi, oltre a perpetrare esecrabili atti vandalici contro il municipio di Torino, immacolato sacrario della verginità fassinica. Ciò a dimostrazione della loro cieca “violensa”, tanto più inopportuna in quanto posta in atto con strumenti rudimentali, anziché con i moderni apparati d’artiglieria, di cui si spera i manifestanti provvedano a dotarsi al più presto. Com’è d’uso, “Repubblica” riporta una ricca crestomazia di ponderati interventi d’auguste personalità della politica e dello spettacolo; tutte parimenti sconcertate dalla “violensa”, tutte rammaricate per le “vittime della violensa”, tutte con le boccucce a “o”, tutte all’affannosa ricerca di quella certificazione ontologica che solo la ciarla inconcludente è in grado di elargire all’uomo. Non ne cito neppure uno, perché non me ne fotte niente del loro dramma esistenziale, né dei gargarismi al microfono con cui si straziano per sottrarsi, fosse pure per un attimo, al limbo dell’invisibilità mediatica. Che vadano pure, cortesemente, ad esistere da un’altra parte, fuori dal mio blog. Il pregevole reportage si conclude, com’è d’uopo, con il tripudio del trionfo: “Abbiamo fatto rispettare la legge con la giusta fermezza!”; “Via ai lavori!”; “Un plauso alle forze dell’ordine”; “Su Facebook nasce il gruppo Sì alla TAV!” (immagino aperto dagli stessi giornalisti di Repubblica, su gentile richiesta del direttore). Ed è chiosato dall’epiteto “no-global”, che affiora qua e là nell’articolo a bollare i manifestanti valsusini con un indelebile marchio d’infamia. Ora, non vorrei dare ai solerti scribacchini marcegaglici una delusione troppo cocente, ma i manifestanti della Val di Susa, quale che sia la loro composizione politica, con i No Global non hanno nulla a che vedere. Non sono una massa di giovinastri e/o nostalgici della contestazione che sia possibile inebetire con gli anatemi antiberlusconici, con la divinizzazione della carta costituzionale o con la fola paradisiaca del “nuovo scenario di libertà” scaturito dalle rivolte nei paesi arabi. Non incendiano motorini a comando, né iniziano a sfasciare bancomat e vetrine quando gli organi dell’informazione e del sindacalismo di stato lanciano l’ordine di attacco. Sono lì da dieci anni e tutte le campagne giornalistiche, gli attacchi coi lacrimogeni, i rivolgimenti politici, i bandi e le grida severissime dei conestabili locali e nazionali, non sono riusciti ad avere ragione di loro. Essi sono l’incubo più segreto di ogni pataccaro dell’informazione: sono ciò che le forze popolari potrebbero diventare se iniziassero ad organizzarsi e ad agire in modo similare, anziché come branchi di scimmie ammaestrate, trasportate in torpedone agli appuntamenti con il “dissenso”. Sono una forza di resistenza compatta, autonoma ed efficace, che si distingue nettamente dai No-Global comuni per le seguenti caratteristiche: – Apoliticità: i cittadini della Val di Susa non si illudono di poter modificare il proprio destino per via elettorale. Sanno bene che il teatrino destra-sinistra, cui la stampa incessantemente li invita a partecipare, è una truffa allestita per fotterli e non si fanno fregare. Sanno bene che non è da un cambio della guardia negli assessorati o nei ministeri che dipendono le sorti della loro battaglia, ma dalle azioni e dalle strategie che essi stessi saranno in grado di mettere in campo. Sono refrattari alla propaganda “democratica”, perché vivono tutti i giorni, sulla propria pelle, il portato e i benefici della celebre “democrazia” che si tenta di imporgli. Con loro le campagne di stampa sul legittimo impedimento, gli anatemi contro il “bunga-bunga”, il lavaggio del cervello sui sacri-valori-della repubblica-nata-dalla-resistenza, servono a poco. – Interesse concreto: i manifestanti valsusini non organizzano i propri presidi in nome di qualche fumoso principio costituzionale o di qualche decotta teoria liberista o marxista o voltairiana. Lo fanno per tutelare l’ambiente in cui vivono, le proprie case, il proprio territorio, i propri congiunti, dalla devastazione concreta che, sotto forma di esercito di caterpillar, incombe quotidianamente su di loro. Nessuno lotta in modo efficace quando lotta per un’ideologia. Le ideologie servono a chi ha pochi grilli per la testa ed è alla ricerca di un hobby per ammazzare la noia. Devi minacciare un uomo, non un “diritto umano”, se vuoi ottenere una reazione apprezzabile. – Rete locale: nonostante gli apporti e il sostegno ricevuto dalle altre regioni e perfino dall’estero, i No TAV restano pur sempre un’organizzazione locale, fortemente radicata sul territorio. Non perdono tempo prezioso con “visitatori” che non conoscono, che vivono e lavorano altrove e a cui, in fondo e nel concreto, importa relativamente poco dei loro problemi. Le loro manifestazioni, i loro “blocchi”, sono organizzati da persone che si conoscono, che possono vedersi, incontrarsi e coordinarsi quotidianamente per decidere le azioni da intraprendere. Con gran scorno degli scribacchini della stampa, le loro manifestazioni non sono (se non incidentalmente e inintenzionalmente) “allegre”, “colorate”, “variopinte” e “all’insegna della multietnicità”. Sono manifestazioni incazzate, tetre, minacciose e caratterizzate dalla partecipazione preponderante degli abitanti della zona. Possiedono cioè quell’efficacia che le ribellioni popolari avevano prima dell’avvento del “multiculturalismo” imbecille, che le ha annacquate e ridotte a parate da circo ad uso e consumo dei notiziari della sera. – Conoscenza del territorio: i No TAV non sono un’orda di gitanti sindacali, trascinati in torpedone tra le strade di una città straniera. Conoscono a menadito il proprio territorio. Sanno quali vie d’accesso, quali punti nevralgici, quali arterie stradali è opportuno bloccare o occupare per ottenere gli effetti desiderati. Possono attaccare o ritirarsi sfruttando boschi, costoni o strade sterrate che ad uno straniero sarebbero ignoti. Possono sfruttare la conoscenza della conformazione ambientale e geologica dei luoghi per ottimizzare le proprie azioni di lotta. In ciò somigliano davvero, un po’, ai briganti della resistenza postunitaria. Che Dio li benedica per questo. – Conoscenza approfondita delle problematiche in gioco: ci avevano provato, poco più di un anno fa, a prendere in giro il gruppo No TAV di Chiomonte: un “esperto” in tenuta d’ordinanza, invitato dal sindaco Pinard, aveva cercato di vendere agli abitanti della valle il progetto del tunnel esplorativo della Maddalena, esaltandone la natura discreta e l’irrilevante impatto ambientale. Ma i cittadini di Chiomonte hanno svelato imediatamente l’inganno, dimostrando una competenza tecnico-scientifica degna di un ricercatore specializzato e facendo rimediare al sedicente “esperto” una delle figure più barbine mai filmate da una videocamera. Non si ha a che fare con generici “contestatori” da centro sociale, imbottiti di dozzinale retorica comarile sulla “libertà”, sull’”eguaglianza” e sulla “democrazia”, ma con uomini e donne che, attraverso la lotta, hanno acquisito una padronanza dettagliata e multisettoriale delle questioni su cui verte la loro azione. Il che significa anche sapere quali scelte tecnico-ambientali sono le più rischiose (e dunque le più urgenti da scongiurare), quali atti amministrativi occorre bloccare, quali compromessi con le autorità possono essere accettabili e quali sono invece irricevibili, e così via. Sembrerà banale dirlo, ma si combatte meglio quando si sa con esattezza ciò che si vuole e quali tasti specifici occorre premere per ottenerlo, piuttosto che quando ci si limita a lanciare proclami sulla moralità universale. – Autonomia: gli abitanti della Val di Susa non aspettano che siano le organizzazioni sindacali e partitiche a fissare le date gloriose della contestazione telecomandata. Le decidono da soli. Se possibile, le decidono con breve anticipo, coordinandosi tra loro, determinando le zone in cui organizzare i presidi, infischiandosene della programmazione preventiva e contando sull’effetto sorpresa. Possono organizzare raccolte di fondi per finanziare in piena autonomia le proprie iniziative di lotta. A che diavolo serve una “manifestazione” organizzata con un mese d’anticipo, dalle stesse organizzazioni che ti succhiano il sangue, condotta sotto l’occhio vigile di poliziotti paterni e sorridenti, lungo un percorso programmato, in cui il clou della giornata è rappresentato dall’insostenibile comizio in politichese tenuto da qualche faccia da culo dei sindacati confederali? Ciò che i giornali sono soliti definire “manifestazioni di protesta” sono in realtà penose sfilate di sguatteri che esibiscono la propria impotenza, riempiendo i loro manovratori di legittima soddisfazione. Una manifestazione deve essere imprevista, imprevedibile ed autogestita se vuole distinguersi da una processione in onore del santo patrono. – Strategia: in occasione delle parate sindacali di particolare rilievo, i valorosi combattenti No-Global dei centri sociali sono soliti prodursi in periodici atti di teppismo e guerriglia metropolitana, cui attribuiscono il titolo altisonante di “azione di lotta”. Con l’approvazione più o meno tacita degli organi di controllo mediatico, essi incendiano e rovesciano vetture in sosta, danno fuoco ai cassonetti dell’immondizia, ribaltano tavolini, sedie e altre suppellettili dei locali pubblici, sfasciano vetrine, svellono la segnaletica stradale. In tal modo non ottengono un tubo, salvo beccarsi una gragnuola di meritate legnate, non solo dai celerini, ma dagli stessi abitanti dei quartieri su cui hanno scatenato il loro nebuloso quattordici di luglio. Senza contare la facilità con cui tali imbecillissime esplosioni di frustrazione repressa vengono infiltrate e manipolate dalle autorità costituite per i loro fini. I No TAV si tengono alla larga da queste piazzate. Attaccano solo dove e quando è necessario, evitando – com’è ovvio – di mettere a ferro e fuoco i centri abitati in cui essi stessi vivono. Sanno ritirarsi, quando è necessario, per progettare con calma e al momento opportuno nuovi attacchi mirati. Utilizzano la tattica del temporeggiamento, senza esagerare con le dimostrazioni di forza, che vanno invece progettate a tavolino, attuate in condizioni favorevoli e gestite con la dovuta preparazione. Evitano accuratamente di inimicarsi i concittadini facendo a pezzi i loro beni di proprietà. Sanno distinguere tra un nemico e un semplice non-sostenitore, il che è ciò che fa la differenza tra un rivoluzionario dotato di strategia e un semplice fallito in lotta contro il mondo. Il vicino di casa che lavora come capostazione o che è proprietario di un Tir, può essere più utile alla causa di dieci minuti di celebrità sui notiziari regionali, per quanto spettacolari. – Raccordo con le autorità politiche locali: uno dei segni più evidenti dell’intelligenza e dell’efficacia dei No TAV sta nel loro rifiuto ad atteggiarsi a “duri e puri”. Quando è necessario, essi sanno coordinarsi con le autorità politiche locali, sanno tessere relazioni, sanno parlamentare, sanno gestire i rapporti con sindaci, assessori, presidenti di regione e di provincia. Sanno fare pressione sulle autorità politiche sfruttando i rapporti personali e la rete di relazioni economiche, anziché attraverso gli slogan, gli scioperi della fame e gli strepiti sguaiati. Essendo parte di una collettività ristretta, le relazioni con gli esponenti politici locali sono non di rado amicali o parentali, il che agevola la penetrazione nei gangli amministrativi di rilievo. Non esiste nessuna rivoluzione che non passi per il compromesso e la trattativa con chi detiene il potere concreto. Una lezione di cui gli stessi progettisti di “rivoluzioni” con più estese velleità di cambiamento dovrebbero fare tesoro. Quello che mi sembra mancare ai manifestanti No TAV (ma posso sbagliarmi, non avendo che una conoscenza indiretta delle loro forme di organizzazione) è una struttura fortemente gerarchica, sul modello militare, che fornisca un maggior grado di incisività e di compattezza alle loro incursioni. Appaiono ancora troppo legati al triste modello del “coordinamento anarchico” sessantottardo, da cui mi auguro riescano a svincolarsi al più presto per trasformarsi in una forza di resistenza dotata di ordinamento verticistico, in grado di utilizzare più efficaci tattiche di guerra asimmetrica, anziché di pura e semplice guerriglia. In ogni caso, anche tenendoli così come sono, la similitudine tra No TAV e No Global è qualcosa che solo un giornalista orbo o pagato per esserlo può essere così fesso da immaginare. E l’immaginazione senza freni rischia di essere, per De Benedetti e i suoi coatti della ciarla inconcludente, nonché per tutti gli eunuchi della stampa che oggi intonano peana alla gloria della Ruspa Liberata, una fonte di cocenti e incessanti delusioni.

Gianluca Freda Fonte: http://blogghete.altervista.org

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Il manuale degli Stati Uniti per la rivoluzione colorata in Egitto

Gli Stati Uniti attendevano da molto una rivoluzione in Egitto, anche se ha causato solo la fine del loro fantoccio Hosni Mubarak. Di conseguenza, erano pronti ad intervenire.

Dalla prima settimana di manifestazioni al Cairo, Washington ha inviato gruppi dell’Albert Einstein Institute. Un manuale, già utilizzato in altri paesi, è stato adattato e tradotto in arabo. E’ stato distribuito per intruppare i manifestanti. Rinviava ai servizi di Facebook e Twitter istituiti dal Dipartimento di Stato e la CIA.

Questo manuale fornisce indicazioni precise sul percorso delle manifestazioni. Contiene disegni e vedute aeree, mentre gli egiziani hanno una diversa percezione spaziale e raramente usano mappe. Le foto aeree sono accreditate per rispettare i diritti di copyright, cosa ignorata in Egitto. Il manuale consiglia l’abbigliamento per proteggersi dai gas lacrimogeni, riproducendo un’illustrazione occidentale, senza tener conto delle modalità di abbigliamento locale.

Un esempio, la figura sulla destra è stato ridisegnato per mostrare una donna velata. Il personaggio centrale è un poliziotto e non un soldato. Il cartello recita: “La polizia e il popolo contro l’ingiustizia. Viva l’Egitto”. Questo allo scopo di trasmettere un messaggio di unità e fratellanza popolare con la polizia, ma la fraternizzazione al Cairo ha avuto luogo con l’esercito. Il riciclaggio del disegno illustra involontariamente la rapidità e l’impreparazione con cui il manuale è stato adattato all’Egitto.

Il manuale formula ciò che gli Stati Uniti volevano imporre come obiettivi al movimento: rovesciare Mubarak e un buon governo civile. Mira ad escludere qualsiasi slogan contro l’imperialismo e il sionismo e per la liberazione della Palestina.

Questa manipolazione, in ultima analisi, è completamente fallita.

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Manuale della Albert Einstein Institution per una rivoluzione colorata in Egitto. 26 pp. 2,6 Mb.

Fonte : http://www.voltairenet.org/Il-manuale-degli-Stati-Uniti-per

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