Seguendo la flotta

HILLARY CLINTON DA’ LUCE VERDE PER L’ATTACCO ALLA FLOTTIGLIA DIRETTA A GAZA

di Ali Abunimah

dal blog The Electronic Intifada

traduzione di Gianluca Freda

Nei suoi commenti di ieri [del 23 giugno scorso, NdT], Hillary Clinton sembra aver spianato la strada – o perlomeno dato la luce verde – ad un attacco militare israeliano contro la Freedom Flotilla in arrivo a Gaza, compresa la nave statunitense che prende parte alla spedizione.

Tra i passeggeri a bordo della nave americana vi è l’87enne Hedy Epstein, sopravvissuta alla persecuzione tedesca grazie ai Kindertransport, nonché la scrittrice e poetessa Alice Walker. Si prevede che alla spedizione prenderanno parte circa 10 navi, con a bordo 1000 persone provenienti da oltre 20 paesi.

Ecco ciò che la Clinton ha detto al Dipartimento di Stato lo scorso 23 giugno:

Noi non crediamo che la flotilla rappresenti un atto utile o necessario a favore del popolo di Gaza. Proprio questa settimana, il governo israeliano ha approvato un significativo provvedimento per la costruzione di abitazioni a Gaza. A Gaza saranno fatti entrare materiali per l’edilizia e noi non crediamo sia d’aiuto la presenza di flottiglie che tentino di provocare reazioni entrando nelle acque israeliane e creando una situazione nella quale gli israeliani avranno poi il diritto di difendersi.

La Clinton sa certamente che nessuna nazione al mondo riconosce Gaza, né tantomeno le sue acque territoriali, come parte del territorio “sovrano” di Israele. Una nave che entri nelle acque di Gaza, non entrerebbe affatto in “acque israeliane”, come va dicendo la Clinton. Inoltre la Clinton, supponendo che stia ripetendo ciò che le è stato detto nei briefing e non sia semplicemente in errore, deve anche sapere che l’anno scorso Israele ha attaccato la Freedom Flotilla diretta a Gaza mentre si trovava in acque internazionali e i dati GPS evidenziano che si stava, in realtà, allontanando da Israele.

Quando invoca il presunto “diritto all’autodifesa” di Israele contro imbarcazioni civili che tentano di raggiungere Gaza, la Clinton sta dicendo a Israele che gli Stati Uniti non si opporranno ad un nuovo attacco militare.

E parlando dell’autorizzazione concessa da Israele a far entrare a Gaza materiale da costruzione, sottintendendo che la flottiglia “non è necessaria” in quanto degli “aiuti” raggiungeranno comunque la popolazione palestinese di Gaza, la Clinton sta tentando di offuscare la realtà delle cose.

La gente di Gaza è stata ridotta in miseria e resa dipendente dagli aiuti a causa di decenni di occupazione, assedio e attacchi militari israeliani. Il punto non è consegnare gli aiuti, ma liberare la popolazione spezzando l’assedio. E’ una posizione abominevole quella di suggerire – come sembra fare la Clinton – che se il popolo di Gaza riceve abbastanza calorie e un po’ di forniture edilizie, allora nessuno deve più preoccuparsi dell’assedio israeliano. I palestinesi di Gaza non sono animali in gabbia, per assistere i quali ci si possa limitare a spingere razioni di cibo tra le sbarre della loro prigione.

L’assedio israeliano è da intendersi come una forma di punizione collettiva ed è stato dichiarato illegale dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Israele, come Electronic Intifada ha già riportato, sta tenendo esercitazioni militari per intercettare questa flotta di civili disarmati. Dopo le esternazioni della Clinton, se del sangue sarà versato, esso non ricadrà soltanto sulle mani di Israele, ma anche su quelle dell’America.

Incriminare i passeggeri della flottiglia per “supporto materiale” al terrorismo

Non contento di incoraggiare indirettamente la violenza di Israele, il Dipartimento di Stato, in un nuovo allarmante sviluppo, ha minacciato gli americani che viaggiano sulle navi dirette a Gaza di arresto o di sanzioni pecuniarie per sostegno al terrorismo. Haaretz riferisce:

Venerdì scorso, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i tentativi di spezzare il blocco sono “irresponsabili e provocatori” e che Israele possiede già mezzi ben specifici per portare assistenza ai palestinesi residenti a Gaza. Ha anche notato che la zona è governata dal gruppo militante di Hamas, designato dagli USA come organizzazione terroristica, e che gli americani che ad esso porteranno sostegno sono soggetti a multe o alla pena del carcere.

In effetti, gli USA sembrano ormai definire qualunque aiuto, portato a qualunque palestinese, inclusa una popolazione civile sotto assedio, come sostegno ad Hamas, e dunque sostegno al “terrorismo”.

Ciò rispecchia la volontà di utilizzare le leggi contro il “supporto materiale” al terrorismo come pretesto per indagare e perseguire gli attivisti per la solidarietà alla Palestina, nonché quelli che si oppongono alla guerra e che lottano per i diritti sindacali esercitando in patria i diritti loro garantiti dal Primo Emendamento.

Fonte : http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=836:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47

TAV in Val di Susa, facciamo chiarezza: intervista a Marco Cedolin

Intervista di Fabio Polese a Marco Cedolin per il quotidiano Rinascita. I recenti avvisi di garanzia che in questo periodo sono stati recapitati ad una sessantina di persone che si battono contro il Treno ad Alta Velocità in Val di Susa, unitamente agli annunci concernenti la prossima apertura del cantiere di Chiomonte, hanno riacceso i riflettori sulla questione. Per discutere su una battaglia che stanno portando avanti – ormai da quasi 20 anni – molti abitanti della zona, abbiamo incontrato Marco Cedolin, autore di “T.A.V. in Val di Susa – Un buio tunnel nella democrazia”, edito da Arianna Editrice e parte integrante del movimento denominato “No T.A.V.”.

Cedolin, ci spieghi le motivazioni che vi spingono quotidianamente a scendere nei boschi e a bloccare fisicamente i lavori per la costruzione del Treno ad Alta Velocità con il rischio dell’incolumità fisica e penale…

La Val di Susa è una valle alpina larga mediamente 1,5 km, all’interno della quale corrono una ferrovia internazionale a doppio binario, il cui ammodernamento è terminato un anno fa, un’autostrada, la cui costruzione è stata completata nel 2000, due statali, alcune strade provinciali e un fiume. Il fondovalle è già oggi simile ad una colata di cementosenza soluzione di continuità e immaginare la presenza di una nuova infrastruttura delle dimensioni e degli impatti di una linea ad alta velocità sarebbe semplicemente pura follia…..

Negli anni 90 i cittadini sono stati costretti a sopportare, obtorto collo, la profonda devastazione del territorio conseguente alla costruzione di una nuova autostrada, con la motivazione che l’infrastruttura fosse giustificata dal proponimento di “togliere” i TIR dai paesi.
La costruzione dell’autostrada non era ancora terminata e già la “banda del tondino e del cemento” aveva iniziato a progettare il TAV che avrebbe dovuto togliere quegli stessi TIR dall’autostrada appena costruita, per metterli sui treni. La popolazione ha subito percepito il profondo cortocircuito logico e dopo essere stata presa per il naso una volta ha deciso di non porgere l’altra guancia.
Ma è possibile che un movimento popolare come il “No T.A.V.” non abbia aiuti e pressioni da parte di partiti o singoli politici italiani? Come è organizzato questo movimento?
Il movimento NO TAV è composto da migliaia di cittadini, di ogni estrazione sociale e dalle simpatie politiche più svariate. I cittadini sono organizzati in Comitati, in linea generale uno per ogni paese. Le decisioni vengono prese nel corso di coordinamenti ai quali partecipano esponenti di tutti i comitati e poi, qualora si tratti di decisioni di una certa importanza, portate in un’assemblea popolare alla quale può partecipare chiunque, dove verranno approvate o bocciate.
I partiti, da sempre, tentano di mettere il cappello su qualunque lotta popolare possegga una qualche potenzialità di visibilità mediatica. Nel caso di quella contro il TAV in Val di Susa, rimasta a lungo sulle prime pagine dei giornali, si è trattato senza dubbio di una “torta” quanto mai ambita. Ci hanno provato soprattutto i partiti della cosiddetta sinistra radicale, che nel 2005 hanno sostenuto, mai manovrato perché i cittadini gli hanno sempre impedito di farlo, la lotta della popolazione. Raccogliendo poi una valanga di voti alle elezioni del 2006, su programmi elettorali rigorosamente contrari all’alta velocità. Una volta saliti al governo hanno poi disatteso il mandato degli elettori, arrivando a firmare il dodecalogo di Prodi che di fatto sponsorizzava il TAV. E alla tornata elettorale successiva sono stati pesantemente puniti, mentre è stato premiato il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, oggetto di un voto plebiscitario ed attualmente parte integrante del movimento NO TAV alla stregua di qualsiasi altro comitato, senza però alcuna velleità di governarne le decisioni.
Dietro al movimento NO TAV, se la cosa non fosse chiara, ci sono i cittadini della Val di Susa.

L’ingegneria sociale e i movimenti “rivoluzionari”.

“Solo una crisi, reale o percepita, porta a cambiamenti reali”. (Milton Friedman, padre intellettuale del neoliberismo)

“Ho imparato che le vecchie abitudini possono spezzarsi attraverso  stimoli drammatizzati, disseminati da una rete di comunicazioni”. (E. L. Bernays, padre dell’ingegneria sociale al servizio del neoliberlismo)

Nelle società con un’economia capitalista o economia di libera azienda, dove il denaro è il regolatore delle relazioni sociali (sistema monetario), l’unico obiettivo di chi ostenta il potere reale che non sono precisamente i leader politici o governanti ma quelli che detengono il potere economico, è il raggiungimento, sempre di più, di maggiori margini di guadagno, attraverso un maggior sfruttamento delle maggioranze (riduzione degli stipendi, aumenti dei prezzi dei beni basici, mancanza di protezione sociale …) indipendentemente che questo possa essere negativo per il benessere di queste(delle maggioranze). Lo scopo ultimo è quello di aumentare il potere e di consolidare la loro posizione dominante. Se non si ha ben in chiaro questa ossessione malata delle elite dominanti di un’incessante accumulo di potere, non potremo mai realizzare un’analisi corretta della società capitalista.

Per ottenere questi obiettivi, il potere si è reso conto che il solo uso della forza non era sufficiente e che doveva ricorrere a tecniche di persuasione di massa, in modo che queste accettassero volontariamente la loro condizione di dominati e la posizione dominante di un’elite minoritaria. Lo stesso Napoleone è arrivato a dire: “Sai cosa mi diverte più di tutto? L’impotenza della forza per organizzare le cose” . In questo senso, la religione, che tanto utile era stata durante tanti anni a re e aristocratici per sottomettere la volontà dei loro sudditi, non era più sufficiente (anche se continuava ad essere di grande aiuto) per edificare le moderne società schiaviste, e, quindi, erano necessarie altre tecniche di persuasione o manipolazione delle coscienze.

Così è nata l’ingegneria sociale come l’“intento di ottenere l’appoggio del pubblico per un’attività, causa o movimento attraverso l’approssimazione, la persuasione e l’informazione”. Una scienza, nella quale il potere ha investito multimilionari sforzi per il suo sviluppo e perfezionamento, dato che in gioco c’era molto, niente meno che il controllo di tutta l’umanità e del mondo.

L’ingegneria sociale ha avuto ed ha come obiettivo principale quello di convincere le grandi maggioranze della popolazione sul bisogno di adottare abitudini e forme di vita che, indipendentemente che possano essere nocive per loro (trasferimento delle popolazioni nelle grandi città per essere sfruttate e allontanamento degli esseri umani dalle forme di vita più naturali e sani) sono altamente proficue perché un piccolo gruppo eserciti un potere assoluto e capriccioso su tali maggioranze e sull’insieme del pianeta. Leggi il resto dell’articolo

Narcisismo di massa e comunicazione

I NUOVI GIOVANI E IL NARCISISMO DI MASSA

Giulio Trapanese

I. Anzitutto, scrivere di giovani e di narcisismo per una sezione Americanismo oggi, per un primo numero d’una rivista ancora non edita non è semplice. Ci leggeranno giovani? E in che senso questi giovani potranno intendere d’essere nuovi rispetto alle generazioni precedenti? Il rischio maggiore risiede soprattutto nel non conoscere ancora chi possa leggere questa rivista e questa sezione, con l’interesse di provare a comprendere il groviglio del nostro presente; in più la difficoltà è che alcune considerazioni che qui seguono potrebbero portare a credere che proprio i giovani oggi non esistono più nella nostra società.

II. Quando Adorno ha provato a descrivere le nuove società di massa, il loro sistema onnipervasivo, e le trasformazioni nello scontro fra le classi con la nuova forma di conflitto fra omologazione e resistenza al sistema, il blocco di poteri economici, politici e culturali che oggi si presenta imponente, era appena ai suoi inizi. Gli inizi del cinema, gli inizi della radio, l’inizio della diffusione di massa dei giornali e delle riviste. E’ interessante che già la radio per Adorno si presentava come un passo in avanti verso la spersonalizzazione, in particolare rispetto al telefono, appartenente agli strumenti della generazione precedente. Se il telefono infatti era ancora democratico, e democratico nel senso che ciascuno aveva i propri numeri di telefono, decideva da sé le persone da chiamare e con cui parlare e il potere del sistema così non entrava ancora nelle rubriche telefoniche private, non così iniziò ad essere per la radio. La radio trasmetteva allora e trasmette adesso infatti a senso unico: c’è chi la ascolta e chi la fa, e chi la ascolta, ha assunto un ruolo nuovo rispetto a chi parla al telefono. Ha assunto cioè una posizione potenzialmente passiva. Le stazioni radio possono essere più o meno tante, ma certo ciascun individuo non ha la possibilità di fare la propria, esiste cioè quindi un numero limitato di emittenti ed un numero alto di ascoltatori, che per lo più ascoltano certe trasmissioni e non altre, e stabiliscono così via via un pubblico di massa con le sue tendenze e i suoi gusti. Leggi il resto dell’articolo

CENSURA IN RETE!

I tre principali provider internet in Australia,Telstra, Optus e Primus, cominceranno a censurare l’accesso alla rete dal prossimo mese, “filtrando” più di 500 pagine tra le quali si trovano principalmente quelle che secondo l’Autorità Australiana di Media e Comunicazione (ACMA sigla in inglese) contengOno pornografia infantile. 

Nacion Red

Tuttavia, il contenuto di questa lista nera di siti web sarà completamente segreto, cosa che da una parte lascia all’ACMA totale libertà di includere qualunque pagina che consideri inappropriata, e, dall’altra d’impedire ai suoi utenti internet di conoscere quali sono i siti web a cui viene impedito l’accesso in modo unilaterale e irrevocabile. Secondo il portavoce di Stephen Conroy, ministro delle comunicazioni australiano, in questa lista saranno incluse anche “organizzazioni reputate internazionali” anche se non chiarisce la natura delle stesse.

Anche se il Ministero delle Comunicazioni ha promosso di un filtro simile a quello annunciato da parte di operatori, questo ha subito un ritardo durante l’ultimo periodo vedendo costretti gli stessi provider ad agire di propria iniziativa. Con questa mossa, per altro, la pratica totale degli utenti australiani resta in mano alla volontà dell’ACMA che limita l’accesso per il quale stanno pagando.
Come fa notare l’Electronic Frontier Foundation (EFF), la creazione di una lista nera controllata e guidata da un unico organismo sul quale l’utente non ha né voce né voto, comporta una serie di problemi che mettono un freno alla libertà in internet.
“Il problema con un piano come questo è molteplice: in primo luogo, non esiste trasparenza nella selezione degli URLs della lista nera né responsabilità da parte delle agenzie di regolamentazione. Si sconosce il nome di quelle “reputate organizzazioni internazionali” che facilitano Urls con pornografia infantile, ma potranno includere all’Internet Watch Foundation, un’organizzazione con sede nel Regno Unito che nel 2008 raccomandò ai provider britannici di bloccare una pagina di Wikipedia che conteneva la copertina di un album degli anni 70 che loro ritenevano essere illegale”. 
L’assenza di trasparenza e di responsabilità porta direttamente all’impunità e al blocco selettivo di pagine che poco o niente hanno a che fare con il contenuto dal quale si vuole proteggere l’utente. Senza andare tanto lontano, in un’occasione l’ACMA ha incluso nella sua lista nera la pagina web di un dentista che non c’entrava nulla con la pornografia infantile.
Come dice l’EFF, cosa succede se l’ACMA ritiene necessario bloccare pagine “indecenti” o “controverse”? Chi potrebbe evitarlo quando le liste nere sono totalmente confidenziali?
Cosa impedisce che questa misura sia utilizzata per ottenere profitti commerciali o annullare il diritto all’accesso dell’informazione?

Fonte: Voci Dalla Strada

Leggi anche:

I guerrieri della valle dimenticata

 

 

 

 

 

 

DI GIANLUCA FREDA blogghete.altervista.org

 

Con un certo trionfalismo e la consueta passione per le cazzate, che sulle sue colonne non mancano mai, questa mattina il sito di “Repubblica” ha dato notizia del nuovo assalto delle forze dell’ordine al presidio No Tav in Val di Susa. I toni utilizzati dal fogliaccio debenedettico richiamano, per l’orgoglio spirante dalla narrazione, altre memorabili conquiste dell’umanità, quali le quote rosa, i diritti dei gay, la vittoria dell’antiberlusconismo strepitante (ormai nessuno se la sente più di chiamarlo “centrosinistra”) alle ultime/penultime/quintultime comunali e l’esecuzione dell’inno nazionale italiano a rutti operata nel 1991 da Eugenio Scalfari nel corso di una degustazione enogastronomica a Fonterutoli. Apprendiamo, ammirati ed increduli, che “oltre 2000 uomini” hanno partecipato alla titanica impresa dello sfollamento a suon di lacrimogeni e manganellate di un presidio di cittadini della zona. Hernán Cortés, per conquistare l’impero azteco, aveva utilizzato appena 508 soldati. Scopriamo che i manifestanti si sono dati “alla fuga nei boschi”, quali trucidi briganti braccati da pizzardoni implacabili, reimpostando i ranghi in una borbonica clandestinità che le autorità sabaude si preparano a stroncare con le proprie guarnigioni. Per l’occasione, e approfittando della ricorrenza dei 150 anni dall’Unità Nazionale, la salma del generale Enrico Cialdini verrà riesumata ed esposta alla pubblica devozione presso il Museo del Risorgimento di Palazzo Carignano. Leggiamo con inquietudine che 32 eroici poliziotti sono rimasti feriti nel corso della battaglia (immagino calpestati dal branco dei banditi in fuga), a fronte di appena 5 manifestanti contusi, il che offre uno spaccato raccapricciante sulla soverchiante sproporzione delle forze nemiche (6 a 1! Pensate, amici telespettatori!) che i nostri generosi soldati hanno dovuto fronteggiare per conseguire la vittoria. Per la verità le cifre sono buttate lì un po’ a cazzo, come sempre si usa in queste circostanze. Il salace Emanuele Fiano del PD, travolto dalla viva emozione del momento, parla di “venticinque operatori di pubblica sicurezza feriti”, cui ovviamente va la sua solidarietà. Curioso, da parte di Fiano, quest’inopportuno ridimensionamento dello sforzo compiuto dai nostri audaci combattenti. Forse 32 visite all’ospedale e 32 scatole di cioccolatini erano troppo onerose per i suoi impegni. Gl’imbrattacarte debenedettici c’informano che i biechi avversatori della Modernità e dell’Innovazione hanno osato lanciare sassi (quale ovvove!) contro i celerini inermi, oltre a perpetrare esecrabili atti vandalici contro il municipio di Torino, immacolato sacrario della verginità fassinica. Ciò a dimostrazione della loro cieca “violensa”, tanto più inopportuna in quanto posta in atto con strumenti rudimentali, anziché con i moderni apparati d’artiglieria, di cui si spera i manifestanti provvedano a dotarsi al più presto. Com’è d’uso, “Repubblica” riporta una ricca crestomazia di ponderati interventi d’auguste personalità della politica e dello spettacolo; tutte parimenti sconcertate dalla “violensa”, tutte rammaricate per le “vittime della violensa”, tutte con le boccucce a “o”, tutte all’affannosa ricerca di quella certificazione ontologica che solo la ciarla inconcludente è in grado di elargire all’uomo. Non ne cito neppure uno, perché non me ne fotte niente del loro dramma esistenziale, né dei gargarismi al microfono con cui si straziano per sottrarsi, fosse pure per un attimo, al limbo dell’invisibilità mediatica. Che vadano pure, cortesemente, ad esistere da un’altra parte, fuori dal mio blog. Il pregevole reportage si conclude, com’è d’uopo, con il tripudio del trionfo: “Abbiamo fatto rispettare la legge con la giusta fermezza!”; “Via ai lavori!”; “Un plauso alle forze dell’ordine”; “Su Facebook nasce il gruppo Sì alla TAV!” (immagino aperto dagli stessi giornalisti di Repubblica, su gentile richiesta del direttore). Ed è chiosato dall’epiteto “no-global”, che affiora qua e là nell’articolo a bollare i manifestanti valsusini con un indelebile marchio d’infamia. Ora, non vorrei dare ai solerti scribacchini marcegaglici una delusione troppo cocente, ma i manifestanti della Val di Susa, quale che sia la loro composizione politica, con i No Global non hanno nulla a che vedere. Non sono una massa di giovinastri e/o nostalgici della contestazione che sia possibile inebetire con gli anatemi antiberlusconici, con la divinizzazione della carta costituzionale o con la fola paradisiaca del “nuovo scenario di libertà” scaturito dalle rivolte nei paesi arabi. Non incendiano motorini a comando, né iniziano a sfasciare bancomat e vetrine quando gli organi dell’informazione e del sindacalismo di stato lanciano l’ordine di attacco. Sono lì da dieci anni e tutte le campagne giornalistiche, gli attacchi coi lacrimogeni, i rivolgimenti politici, i bandi e le grida severissime dei conestabili locali e nazionali, non sono riusciti ad avere ragione di loro. Essi sono l’incubo più segreto di ogni pataccaro dell’informazione: sono ciò che le forze popolari potrebbero diventare se iniziassero ad organizzarsi e ad agire in modo similare, anziché come branchi di scimmie ammaestrate, trasportate in torpedone agli appuntamenti con il “dissenso”. Sono una forza di resistenza compatta, autonoma ed efficace, che si distingue nettamente dai No-Global comuni per le seguenti caratteristiche: – Apoliticità: i cittadini della Val di Susa non si illudono di poter modificare il proprio destino per via elettorale. Sanno bene che il teatrino destra-sinistra, cui la stampa incessantemente li invita a partecipare, è una truffa allestita per fotterli e non si fanno fregare. Sanno bene che non è da un cambio della guardia negli assessorati o nei ministeri che dipendono le sorti della loro battaglia, ma dalle azioni e dalle strategie che essi stessi saranno in grado di mettere in campo. Sono refrattari alla propaganda “democratica”, perché vivono tutti i giorni, sulla propria pelle, il portato e i benefici della celebre “democrazia” che si tenta di imporgli. Con loro le campagne di stampa sul legittimo impedimento, gli anatemi contro il “bunga-bunga”, il lavaggio del cervello sui sacri-valori-della repubblica-nata-dalla-resistenza, servono a poco. – Interesse concreto: i manifestanti valsusini non organizzano i propri presidi in nome di qualche fumoso principio costituzionale o di qualche decotta teoria liberista o marxista o voltairiana. Lo fanno per tutelare l’ambiente in cui vivono, le proprie case, il proprio territorio, i propri congiunti, dalla devastazione concreta che, sotto forma di esercito di caterpillar, incombe quotidianamente su di loro. Nessuno lotta in modo efficace quando lotta per un’ideologia. Le ideologie servono a chi ha pochi grilli per la testa ed è alla ricerca di un hobby per ammazzare la noia. Devi minacciare un uomo, non un “diritto umano”, se vuoi ottenere una reazione apprezzabile. – Rete locale: nonostante gli apporti e il sostegno ricevuto dalle altre regioni e perfino dall’estero, i No TAV restano pur sempre un’organizzazione locale, fortemente radicata sul territorio. Non perdono tempo prezioso con “visitatori” che non conoscono, che vivono e lavorano altrove e a cui, in fondo e nel concreto, importa relativamente poco dei loro problemi. Le loro manifestazioni, i loro “blocchi”, sono organizzati da persone che si conoscono, che possono vedersi, incontrarsi e coordinarsi quotidianamente per decidere le azioni da intraprendere. Con gran scorno degli scribacchini della stampa, le loro manifestazioni non sono (se non incidentalmente e inintenzionalmente) “allegre”, “colorate”, “variopinte” e “all’insegna della multietnicità”. Sono manifestazioni incazzate, tetre, minacciose e caratterizzate dalla partecipazione preponderante degli abitanti della zona. Possiedono cioè quell’efficacia che le ribellioni popolari avevano prima dell’avvento del “multiculturalismo” imbecille, che le ha annacquate e ridotte a parate da circo ad uso e consumo dei notiziari della sera. – Conoscenza del territorio: i No TAV non sono un’orda di gitanti sindacali, trascinati in torpedone tra le strade di una città straniera. Conoscono a menadito il proprio territorio. Sanno quali vie d’accesso, quali punti nevralgici, quali arterie stradali è opportuno bloccare o occupare per ottenere gli effetti desiderati. Possono attaccare o ritirarsi sfruttando boschi, costoni o strade sterrate che ad uno straniero sarebbero ignoti. Possono sfruttare la conoscenza della conformazione ambientale e geologica dei luoghi per ottimizzare le proprie azioni di lotta. In ciò somigliano davvero, un po’, ai briganti della resistenza postunitaria. Che Dio li benedica per questo. – Conoscenza approfondita delle problematiche in gioco: ci avevano provato, poco più di un anno fa, a prendere in giro il gruppo No TAV di Chiomonte: un “esperto” in tenuta d’ordinanza, invitato dal sindaco Pinard, aveva cercato di vendere agli abitanti della valle il progetto del tunnel esplorativo della Maddalena, esaltandone la natura discreta e l’irrilevante impatto ambientale. Ma i cittadini di Chiomonte hanno svelato imediatamente l’inganno, dimostrando una competenza tecnico-scientifica degna di un ricercatore specializzato e facendo rimediare al sedicente “esperto” una delle figure più barbine mai filmate da una videocamera. Non si ha a che fare con generici “contestatori” da centro sociale, imbottiti di dozzinale retorica comarile sulla “libertà”, sull’”eguaglianza” e sulla “democrazia”, ma con uomini e donne che, attraverso la lotta, hanno acquisito una padronanza dettagliata e multisettoriale delle questioni su cui verte la loro azione. Il che significa anche sapere quali scelte tecnico-ambientali sono le più rischiose (e dunque le più urgenti da scongiurare), quali atti amministrativi occorre bloccare, quali compromessi con le autorità possono essere accettabili e quali sono invece irricevibili, e così via. Sembrerà banale dirlo, ma si combatte meglio quando si sa con esattezza ciò che si vuole e quali tasti specifici occorre premere per ottenerlo, piuttosto che quando ci si limita a lanciare proclami sulla moralità universale. – Autonomia: gli abitanti della Val di Susa non aspettano che siano le organizzazioni sindacali e partitiche a fissare le date gloriose della contestazione telecomandata. Le decidono da soli. Se possibile, le decidono con breve anticipo, coordinandosi tra loro, determinando le zone in cui organizzare i presidi, infischiandosene della programmazione preventiva e contando sull’effetto sorpresa. Possono organizzare raccolte di fondi per finanziare in piena autonomia le proprie iniziative di lotta. A che diavolo serve una “manifestazione” organizzata con un mese d’anticipo, dalle stesse organizzazioni che ti succhiano il sangue, condotta sotto l’occhio vigile di poliziotti paterni e sorridenti, lungo un percorso programmato, in cui il clou della giornata è rappresentato dall’insostenibile comizio in politichese tenuto da qualche faccia da culo dei sindacati confederali? Ciò che i giornali sono soliti definire “manifestazioni di protesta” sono in realtà penose sfilate di sguatteri che esibiscono la propria impotenza, riempiendo i loro manovratori di legittima soddisfazione. Una manifestazione deve essere imprevista, imprevedibile ed autogestita se vuole distinguersi da una processione in onore del santo patrono. – Strategia: in occasione delle parate sindacali di particolare rilievo, i valorosi combattenti No-Global dei centri sociali sono soliti prodursi in periodici atti di teppismo e guerriglia metropolitana, cui attribuiscono il titolo altisonante di “azione di lotta”. Con l’approvazione più o meno tacita degli organi di controllo mediatico, essi incendiano e rovesciano vetture in sosta, danno fuoco ai cassonetti dell’immondizia, ribaltano tavolini, sedie e altre suppellettili dei locali pubblici, sfasciano vetrine, svellono la segnaletica stradale. In tal modo non ottengono un tubo, salvo beccarsi una gragnuola di meritate legnate, non solo dai celerini, ma dagli stessi abitanti dei quartieri su cui hanno scatenato il loro nebuloso quattordici di luglio. Senza contare la facilità con cui tali imbecillissime esplosioni di frustrazione repressa vengono infiltrate e manipolate dalle autorità costituite per i loro fini. I No TAV si tengono alla larga da queste piazzate. Attaccano solo dove e quando è necessario, evitando – com’è ovvio – di mettere a ferro e fuoco i centri abitati in cui essi stessi vivono. Sanno ritirarsi, quando è necessario, per progettare con calma e al momento opportuno nuovi attacchi mirati. Utilizzano la tattica del temporeggiamento, senza esagerare con le dimostrazioni di forza, che vanno invece progettate a tavolino, attuate in condizioni favorevoli e gestite con la dovuta preparazione. Evitano accuratamente di inimicarsi i concittadini facendo a pezzi i loro beni di proprietà. Sanno distinguere tra un nemico e un semplice non-sostenitore, il che è ciò che fa la differenza tra un rivoluzionario dotato di strategia e un semplice fallito in lotta contro il mondo. Il vicino di casa che lavora come capostazione o che è proprietario di un Tir, può essere più utile alla causa di dieci minuti di celebrità sui notiziari regionali, per quanto spettacolari. – Raccordo con le autorità politiche locali: uno dei segni più evidenti dell’intelligenza e dell’efficacia dei No TAV sta nel loro rifiuto ad atteggiarsi a “duri e puri”. Quando è necessario, essi sanno coordinarsi con le autorità politiche locali, sanno tessere relazioni, sanno parlamentare, sanno gestire i rapporti con sindaci, assessori, presidenti di regione e di provincia. Sanno fare pressione sulle autorità politiche sfruttando i rapporti personali e la rete di relazioni economiche, anziché attraverso gli slogan, gli scioperi della fame e gli strepiti sguaiati. Essendo parte di una collettività ristretta, le relazioni con gli esponenti politici locali sono non di rado amicali o parentali, il che agevola la penetrazione nei gangli amministrativi di rilievo. Non esiste nessuna rivoluzione che non passi per il compromesso e la trattativa con chi detiene il potere concreto. Una lezione di cui gli stessi progettisti di “rivoluzioni” con più estese velleità di cambiamento dovrebbero fare tesoro. Quello che mi sembra mancare ai manifestanti No TAV (ma posso sbagliarmi, non avendo che una conoscenza indiretta delle loro forme di organizzazione) è una struttura fortemente gerarchica, sul modello militare, che fornisca un maggior grado di incisività e di compattezza alle loro incursioni. Appaiono ancora troppo legati al triste modello del “coordinamento anarchico” sessantottardo, da cui mi auguro riescano a svincolarsi al più presto per trasformarsi in una forza di resistenza dotata di ordinamento verticistico, in grado di utilizzare più efficaci tattiche di guerra asimmetrica, anziché di pura e semplice guerriglia. In ogni caso, anche tenendoli così come sono, la similitudine tra No TAV e No Global è qualcosa che solo un giornalista orbo o pagato per esserlo può essere così fesso da immaginare. E l’immaginazione senza freni rischia di essere, per De Benedetti e i suoi coatti della ciarla inconcludente, nonché per tutti gli eunuchi della stampa che oggi intonano peana alla gloria della Ruspa Liberata, una fonte di cocenti e incessanti delusioni.

Gianluca Freda Fonte: http://blogghete.altervista.org

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Il manuale degli Stati Uniti per la rivoluzione colorata in Egitto

Gli Stati Uniti attendevano da molto una rivoluzione in Egitto, anche se ha causato solo la fine del loro fantoccio Hosni Mubarak. Di conseguenza, erano pronti ad intervenire.

Dalla prima settimana di manifestazioni al Cairo, Washington ha inviato gruppi dell’Albert Einstein Institute. Un manuale, già utilizzato in altri paesi, è stato adattato e tradotto in arabo. E’ stato distribuito per intruppare i manifestanti. Rinviava ai servizi di Facebook e Twitter istituiti dal Dipartimento di Stato e la CIA.

Questo manuale fornisce indicazioni precise sul percorso delle manifestazioni. Contiene disegni e vedute aeree, mentre gli egiziani hanno una diversa percezione spaziale e raramente usano mappe. Le foto aeree sono accreditate per rispettare i diritti di copyright, cosa ignorata in Egitto. Il manuale consiglia l’abbigliamento per proteggersi dai gas lacrimogeni, riproducendo un’illustrazione occidentale, senza tener conto delle modalità di abbigliamento locale.

Un esempio, la figura sulla destra è stato ridisegnato per mostrare una donna velata. Il personaggio centrale è un poliziotto e non un soldato. Il cartello recita: “La polizia e il popolo contro l’ingiustizia. Viva l’Egitto”. Questo allo scopo di trasmettere un messaggio di unità e fratellanza popolare con la polizia, ma la fraternizzazione al Cairo ha avuto luogo con l’esercito. Il riciclaggio del disegno illustra involontariamente la rapidità e l’impreparazione con cui il manuale è stato adattato all’Egitto.

Il manuale formula ciò che gli Stati Uniti volevano imporre come obiettivi al movimento: rovesciare Mubarak e un buon governo civile. Mira ad escludere qualsiasi slogan contro l’imperialismo e il sionismo e per la liberazione della Palestina.

Questa manipolazione, in ultima analisi, è completamente fallita.

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Manuale della Albert Einstein Institution per una rivoluzione colorata in Egitto. 26 pp. 2,6 Mb.

Fonte : http://www.voltairenet.org/Il-manuale-degli-Stati-Uniti-per

COME SI FABBRICANO I BULLI E I CRIMINALI

donkey school

articolo di Paolo De Bernardi

 

Un tempo esistettero gli uomini, nutriti di grano autentico; essi bevevano vini schietti che degnamente sostituirono il latte generoso delle madri; e quegli uomini erano saldi nel fisico, stabili nello psichico, fermi nella parola e quindi, perlopiù, affidabili come delle rocce. Poi sono arrivate la tecnologia e la medicina occidentali e con esse son comparsi gli omuncoli (non che si voglia porre un sicuro rapporto di causa ed effetto tra le due cose, ma ci si conceda il beneficio del dubbio). Si comincia così con gli innumerevoli vaccini per l’infanzia, che inquinano il sistema nervoso del neonato col thimerosal (sali di mercurio, altamente neurotossici); i metalli pesanti vanno a depositarsi presso i centri nervosi e ne conseguono malattie autoimmuni, ritardi mentali, irrequietezza… (per gli increduli c’è circa un migliaio di titoli della letteratura medico-scientifica, che ormai provano irrefutabilmente la dannosità delle vaccinazioni di massa. Chi scrive quei titoli può produrli a richiesta). Le premesse sono quasi poste. Al resto pensa l’alimentazione moderna, attraverso omogeneizzati e preparati “scientifici” (chi ne dubita) che lo riforniscono di ormoni e chimica: dal cloro delle acque “potabili”, al fluoro dei dentifrici; dall’aspartame (riconosciuto anche cancerogeno) ai ciclamati di merendine e dolciumi; dalla “taurina” (che induce depressione) di certe bevande, agli “aromi naturali” di matrice chimica, di cui gli esperti da prima pagina mediatica assicurano l’innocuità (son gli stessi, per capirci, che garantiscono l’innocuità dell’uranio impoverito, degli OGM, dell’elettrosmog, ecc.). E così il terreno è pronto per il prossimo consumatore del Ritalin, lo psicofarmaco per il bambino irrequieto e con difficoltà di concentrazione, che non obbedisce ai genitori, anzi: a nessuno. Più tardi (dopo che l’organismo è stato reso recettivo) arriveranno Prozac e cocaina a fare da sostrato alle compulsività omicide e suicide. Su questo terreno biochimico si innesta l’azione educativa (si fa per dire) della famiglia e della scuola contemporanee, improntata al pedagogically correct, quello che insomma attribuisce al bimbo solo diritti e al genitore (preferibilmente al padre) solo doveri.

 

 

Dopo tanti anni, s’era fatto vivo un amico del papà, ma i due non avevano potuto parlare, perché il piccolo tiranno, visto che l’attenzione era tutta per l’ospite, geloso e ambizioso di riportarla su di sé, aveva iniziato a gridare e a sfasciare tutto. Sorrisi tirati, frasi di circostanza, del tipo: “fa lo spiritoso, quando c’è un ospite”, aveva cercato di spiegare la mamma; ma infine non si son potuti evitare saluti imbarazzati, per non essersi potuti parlare dopo 20 anni. Dai genitori, ai nonni, agli zii, sono tutti proni e servi del tirannucolo, al quale neppure chiedono di raccogliere una forchetta quando cade, mentre loro, al suo compleanno, accorrono più carichi e ossequiosi dei re magi. Tra i regali vi sono videogiochi e videocassette destinati a stravolgergli l’immaginario a base di input violenti: il pedone è qualcosa da investire, la donna è qualcosa da strangolare e, grazie ai film che vedrà quando sarà più grandicello (quelli che la Rai, discarica di Hollywood, rifila tutte le sere), la donna gli appare come qualcosa da violentare e da squartare. Il neroncino, grumo di egoismi e compulsività violente, evolve verso il teppista e ora va alla scuola Media e al Liceo. Qui, se strappa il reggiseno alla compagna di scuola, oppure se buca le ruote del docente che lo ha bocciato, non rischia un bel nulla, perché a scuola trova tanto buonismo pusillanime che non si osa neppure mettergli la nota o il 7 in condotta (non più valido, dopo le illuminate riforme, a garantire la bocciatura). Il teppista fiuta che docenti e presidi oggi hanno perlopiù fifa, perché sanno che il bullo ha alle spalle genitori talmente proni alle sue volontà, che non esiterebbero a difenderlo, con mezzi anche legali, perfino quando avesse torto marcio e meriterebbe una severa correzione. “Ci vuole il dialogo, ci vuole il dialogo”, annuncia ilpedagogically correct (quello che in Inghilterra, di recente, ha portato a rendere reato il ceffone correttivo. Non è difficile indovinare che accadrà in Italia in merito). E’ successo che un ultimo esemplare di padre (fornito ancora di attributi e di cinta di cuoio) abbia scudisciato il torso della bestia, dopo che questa aveva picchiato la mamma che gli negava i soldi per il videopoker (la poveretta aveva provato a dialogare!); senonché il genitore è stato condannato dal magistrato per maltrattamenti e violenza privata. A scuola, accade che, specie le giovani insegnanti, escano non di rado dalle classi piangendo, perché non dispongono più di alcun mezzo disciplinare per tenere a bada i ragazzi e non hanno, come accadeva una volta, i genitori dell’alunno dalla propria parte. E questo si verifica non per cattiva volontà di tali genitori, ma semplicemente perché i padri sono scomparsi e con essi l’autorevolezza che consentiva di guidare e redarguire i figli. I padri sono scomparsi a seguito delle bordate ideologiche e poi giudiziarie di quei movimenti, partiti e istituzioni che con la retorica, anche cinematografica e letteraria, del padre-padrone, hanno lavorato per spaccare la famiglia, facendo apparire l’uomo come colui che costantemente usurpa e misconosce i diritti dei “deboli”, cioè moglie e figli, ai quali vengono riconosciuti e tributati solo diritti, mentre a lui, in compenso, la prassi giudiziaria delle separazioni affibbia solo doveri.

 

 

L’articolo principe dei cosiddetti “diritti umani” dice e ripete che il ragazzo è soggetto di diritti, e mai una volta che si nominasse un dovere (tipo quello di rispettare i genitori che lo mantengono). Così il bullo evolve e matura verso il criminale, il quale, ormai adulto, prova a sposarsi con un’altra che – anche lei – ha sentito nominare solo la parola “diritti”, e il doppio delle volte del futuro marito, perché l’ha sentita in quanto bambina e ora in quanto donna (anche qui un elenco lunghissimo di diritti, senza uno straccio di dovere). Cosa volete che ne esca dall’unione di due così; con l’aggiunta che lei sa appena cuocere la pasta, mentre lui non ha mai svitato una lampadina fulminata per sostituirla? Abituati ad essere solo serviti, convinti che tutto sia loro dovuto e che abbiano solo diritti, è una fortuna per tutti se si separano prima che arrivino i figli. Fate poi la differenza con gli uomini di una volta, valutatene l’affidabilità, provate a impegnarvi sulla parola con gente così, se ne avete il coraggio, e vedete che ne vien fuori.

 

 

In un mondo dove è indispensabile tanta pazienza, per innumerevoli situazioni; in un mondo dove bisogna saper sopportare; in un mondo dove è spesso necessario essere servizievoli; dove bisogna saper dire grazie (lui, che non ha mugugnato un “grazie” neppure quando i genitori gli hanno regalato l’appartamento per il matrimonio!); in un mondo dove bisognasgobbare, per tirare avanti… come fa a sopravvivere uno abituato ad avere tutto e subito, abituato ad essere servito, ad essere ingrato, ad avere soldi senza averli faticati? Abituato a credere che per lui debbano esserci solo comprensione e dialogo e mai sanzioni (mentre invece esistono perfino le carceri)? Ad uno così, con un terreno biologico già inquinato da chimica, droghe e psicofarmaci, quando impatta col mondo reale, può saltare il cervello e il tipo può compiere quei gesti inconsulti di cui son piene le cronache, perché non sempre si hanno il coraggio e l’intelligenza di ammettere che, a partire dai genitori, passando per la scuola, assistenti sociali, sentenze di tribunali, fino agli sponsor dei cosiddetti “diritti umani”,tutti gli hanno mentito, facendogli credere che tutto gli sia dovuto e che lui abbia solo diritti. Non tutti hanno intelligenza per capire che non possono esistere solo creditori senza debitori, ossia titolari di diritti senza che vi sia anche chi è soggetto a doveri.

 

 

Quando tutti gli individui di questo mondo si saranno imbevuti dell’idea di avere tanti diritti e solo diritti, mai un dovere, che faranno? E’ ovvio: la hobbesiana guerra di tutti contro tutti. Solo portando l’umanità sull’orlo di tal baratro le si potrà imporre il Leviatano della Grande Tirannide Globale. Ecco verso dove spingono la storia i manovratori, col remo dei diritti umani, ed ecco a cosa stanno penosamente e ingenuamente collaborando scuola e famiglia quando mentono ai ragazzi.

 

http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=833:come-si-fabbricano-i-bulli-e-i-criminali&catid=40:varie&Itemid=44#comments

Egitto, l’Islam scende in politica

Dopo Mubarak nasce Hizb an-Nur, la prima formazione politica salafita

Con il nuovo partito di matrice salafita il potere islamico, spauracchio usato spesso dal regime di Mubarak sia con le potenze internazionali sia con i cristiani, alcuni laici e membri della sinistra egiziana, ora potrebbe diventare realtà.(© Getty) Con il nuovo partito di matrice salafita il potere islamico, spauracchio usato spesso dal regime di Mubarak sia con le potenze internazionali sia con i cristiani, alcuni laici e membri della sinistra egiziana, ora potrebbe diventare realtà.

Si chiama Hizb an-Nur, significa il Partito della luce. È una nuova formazione politica, la prima nella storia del movimento salafita, nata in Egitto a quattro mesi dalla caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak. «È un segno di cambiamento», ha sottolineato il quotidiano saudita ash-Sharq al-Awsat, «perché tutti ricordano come l’ex raìs avesse adottato una linea repressiva contro qualsiasi formazione di tipo islamico».
Proprio a proposito di partiti religiosi, spauracchio occidentale dell’Egitto del dopo Mubarak, il portavoce di an-Nur, Sheikh ash-Shahhat, ha chiarito che la nuova formazione sarà «un partito egiziano per tutti gli egiziani».
Uno slogan senza dubbio efficace, ma non bisogna dimenticare che spesso l’ideologia salafita viene associata all’Islam più radicale. Basti pensare che Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano ucciso ad aprile nella striscia di Gaza, è stato giustiziato da una cellula fuori controllo di un gruppo salafita.
LE FORMAZIONI RELIGIOSE ALLE ELEZIONI. A spazzare via ogni dubbio ci ha pensato però Imad Abd al-Ghafur, il fondatore di an-Nur: «È un punto di svolta nelle relazioni tra salafiti e la società nel rispetto dell’identità islamica», ha chiarito.
Una sorta di nuovo inizio, quindi, con le formazioni religiose che potranno presentarsi alle elezioni. Ad oggi la Commissione dei partiti politici, un organo delegato a ricevere, valutare e scegliere le eventuali candidature delle correnti per il voto di settembre, ha dato il via libera a tre formazioni di matrice islamica. Hizb al-Wasat, il partito dei Fratelli musulmani Giustizia e libertà e an-Nur, appunto.
UN TAGLIO NETTO COL PASSATO. «Approvando il nostro programma», ha ribadito ash-Shahhat, «la Commissione ha dimostrato un taglio netto con il passato». Già perché proprio sotto il regime di Mubarak tutto ciò non sarebbe stato possibile. Gli oppositori venivano repressi, picchiati, spesso incarcerati. Ma dopo la rivolta di piazza Tahrir, i morti, il grido di libertà sfociato con la cacciata del raìs, qualcosa doveva pur cambiare. Ed è cambiato in un modo che in qualche modo preoccupa l’occidente, proprio per la deriva islamica.

Un posto per l’Islam dopo la repressione

L'ex presidente dell'Egitto Hosni Mubarak.(© Getty Images) L’ex presidente dell’Egitto Hosni Mubarak.

«La società egiziana è profondamente religiosa ed è inevitabile che l’Islam abbia un posto nel nostro ordine politico democratico» ha ribadito il Gran Mufti sheikh Ali Gumaa. «A lungo repressi», ha aggiunto, «i gruppi islamici non possono più essere esclusi dalla vita politica. Tutti gli egiziani hanno il diritto di partecipare alla creazione di un nuovo Stato».
LO SPAURACCHIO DEL POTERE ISLAMICO. Un nuovo Egitto che fa discutere. Il potere islamico, spauracchio usato spesso dal regime di Mubarak sia con le potenze internazionali sia con i cristiani, alcuni laici e membri della sinistra egiziana, ora potrebbe diventare realtà. Gli esperti di studi politici e strategici di al-Ahram, intervistati da al-Masry al-Youm, hanno sostenuto che «il futuro della democrazia in Egitto sarà a rischio se i gruppi religiosi continuano a impegnarsi in politica lungo linee settarie».
NON VOGLIONO LA MAGGIORANZA. A loro volta, però, i membri della corrente salafita tendono a sottolineare che lo Stato a cui aspirano è «civile, democratico, con un’autorità islamica». Non vogliono il potere, la presidenza e nemmeno la maggioranza in Parlamento, ma desiderano una riforma globale nella politica, nell’economia, nel sociale, nella scuola, nei media e in tutti gli aspetti della vita.
LA PREOCCUPAZIONE DEI CRISTIANI. Proprio per questo aumenta la preoccupazione dei cristiani egiziani, acuita dal richiamo alla sharia, la legge islamica, e ai recenti attacchi alle chiese. Imad Abd al-Ghafur, fondatore di an-Nur, cerca di smorzare i toni del dibattito, sottolineando  la necessità di garantire la libertà religiosa dei cristiani, il diritto a praticare il loro credo sia nelle questioni ‘morali’ sia in quelle pratiche, dove esiste una differenza con la sharia islamica. La priorità è fondare un Paese moderno su basi moderne rifiutando il modello di stato teocratico.
Secondo il portavoce di an-Nur per il processo democratico è fondamentale partecipare alle elezioni, a prescindere da un’eventuale vittoria. E intanto settembre si avvicina.

Fonte: http://www.lettera43.it/attualita/19308/egitto-l-islam-scende-in-politica.htm

Leggi anche :  http://freeyourmindfym.wordpress.com/2011/05/18/un-islam-occidentale-compatibile/

http://www.area-online.it/articoli/esteri/334-chi-e-cosa-sono-i-fratelli-musulmani.html

 

 

La CIA ha creato Wikileaks per chiudere il libero accesso a internet

    L’autore di ‘Il Club Bilderberg‘ , Daniel Estulin, nel suo ultimo libro scredita l’organizzazione di Julian Assange

L’ex agente del KGB Daniel Estulin parcheggia il Club Bilderberg e il suo governo mondiale all’ombra per concentrarsi su un nuovo libro sull’organizzazione Wikileaks. Secondo quanto afferma Estulin in Desmontando a Wikileaks (Planeta), l’organizzazione non è una creazione di Julian Assange, ma della CIA. Niente di meno.

- Lei non si fida di nulla?
– Vengo dal mondo dello spionaggio e, in effetti, non mi fido di nulla in questo mondo. Per un semplice motivo: io so che tutto è una bugia. Guarda, io sono stato un agente per tre anni e mezzo in Africa. Il nostro lavoro consisteva nel pulire i villaggi dalle bande che trafficavano con diamanti di sangue. Un giorno, nel 1995 eravano in mezzo al nulla, in un bar di merda che aveva la TV satellitare. C’erano uomini della CIA e di Hezbollah a cena insieme, e Bill Clinton è apparso in televisione, l’allora Presidente degli Stati Uniti, e disse: “Perseguiremo i terroristi fino alla fine del mondo” E tutti a ridere. E ho pensato: questa è l’essenza di questo mondo assolutamente caotico.
- Niente è come sembra.
– La gente nella sua casa non crede che ci sono alcune cose perchè non sono sulle copertine dei giornali, ma dovrebbero esserci. E non ci sono, perché i media fanno parte dell’élite globale. Il tipo che scrive per il New York Times ha un padrone, il quale ha un altro padrone che lo paga, e sopra di questo c’è un consiglio di amministrazione. E questo consiglio lavora per l’assemblea degli azionisti. E nell’assemblea degli azionisti del New York Times ci sono industrie di armi, grandi banche come la Chase Manhattan, JP Morgan, e grandi aziende farmaceutiche.
Come pubblicherà il New York Times in prima pagina che il governo degli Stati Uniti è in Afghanistan per assicurarsi che la droga raggiunga Washington? Nessuno osa pubblicare che la droga è il lubrificante dell’economia globale.  Vediamo, siamo d’accordo che la NATO occupa il 97% dell’Afghanistan, giusto?  E risulta che quest’anno il paese ha avuto la più grande raccolta della sua storia di droga.
Com’è possibile che nessuno metta in relazione questo? Noi che andiamo d’accordo con il nostro cervello, ci rendiamo conto che questa non è una coincidenza.
- Lasciamo verificare il suo grado d’incredulità. Non crede che Bin Laden è stato catturato e gettato in mare?
- Per favore! Tutto il mondo di un certo livello sa che non è stato così. Lo ha ucciso un cancro. Chi è stato ucciso qualche mese fa? Non né ho idea. Nel 2001 è stata l’ultima volta che Bin Laden è stato effettivamente visto e sentito.- Di chi si fida lei?
– Nemmeno di me stesso. E dico sul serio. Quando ero nel servizio segreto di controspionaggio appresi che partendo da un processo di ipnosi possono configurarti molti labirinti nella testa e arriva un momento in cui non sai se quello che stai dicendo è vero o è menzogna.

- E non c’è dubbio che Assange lavora per la CIA.
– Occhio, Assange non lavora per la CIA consapevolmente. La bellezza di questa operazione è che lui non sa che lavora effettivamente per loro.

- Si spieghi. Cosa crede che sia Wikileaks?
– La CIA ha creato Wikileaks con il principale obiettivo di chiudere l’accesso libero a Internet. Infatti, il Governo americano ha redatto dal 2009 un Patriot Act Cybernetico. Ha solo bisogno di una ragione per schiacciare il pulsante off.
 
- Su cosa si basa?
– Wikileaks non aveva come obiettivo rivelare informazioni riservate. Perché in realtà, di valore, non ha rivelato nulla.

- Nemmeno il video in cui si vedono soldati americani uccidere civili in Iraq da un elicottero?
– Questo sì. Ma guarda. Come ha debuttato Wikileaks? Con questo video, scandalizzando la società. Perciò ha portato questo alla luce. Ora, nessun documento dei mille che ha divulgato ha classificazione top segret. Cosa c’è di valore in Afghanistan? La droga. Bene, delle 200.000 pagine di informazioni che sono venute fuori di questo paese c’è solo una che parla della droga. Come diavolo dev’essere inteso questo? Inoltre, Wikileaks serve ad un altro scopo.

- Quale?
- Legare i servizi segreti di tutto il mondo. Se filtrano 40.000 documenti falsi, perché ci sono molti falsi tra di loro certamente tutti devono dedicarsi a scoprire cosa è originale e cosa no.
 
- Assange è un fantoccio della CIA?
– Lo conosco da anni. Il suo patrigno l’ha introdotto da bambino in un club di culto che gestiva un’australiana di nome Anne Hamilton-Byrne. L’informazione su questo culto è chiusa e vietata dal Governo australiano, perché è una copertura della CIA. Non vogliono che nessuno inizi ad indagare sui programmi di controllo mentale attraverso un trauma indotto ai bambini. Assange e altri bambini come lui, usando l’LSD, sono stati messi in stanze buie, creando disturbi della personalità multipla. Notate lo sguardo di questo ragazzo, vuoto, inespressivo … Non esagero. Quelli di noi nel mondo dello spionaggio sanno di cosa si parla.

- E che cosa dice del soldato Bradley Manning, imprigionato negli Stati Uniti?
- Ho l’impressione che questo tizio è riuscito ad entrare in una banca ultra protetta di Fort Knoxx con la chiave della sua casa. E questo è impossibile.  Sto dicendo che cospirava con la CIA? No. Manning si credeva una lince, quando in realtà qualcuno gli ha lasciato la porta aperta, controllando ciò che gli lasciava prendere.
 

- E perché Assange è in carcere?
– Ottima domanda. Per cosa credi?

 
- Preferisco essere sorpreso.
– Gli unici documenti di valore sono quattro o cinque pagine impressionati che fondamentalmente dimostrano che il governo della Svezia e il re del paese hanno permesso, per anni, che il governo americano spiasse i cittadini svedesi attraverso tecnologie della società Ericsson. Se questo viene alla luce, è uno scandalo e cade il governo e la monarchia svedese. Per questo vogliono mettere a tacere Assange accusandolo dello stupro di due ragazze che hanno connessioni con la CIA e con la resistenza cubana.

- Che ne sarà di lui?
– Lo tengono per un pò di tempo chiuso, ci sarà una processo e lo lasceranno libero, perché non ha fatto niente di male. E per quanto riguarda il concetto di Wikileaks è già morto. E’ un cadavere galleggiante nel mare cibernetico.

- Non è che lavora per la CIA e la sua missione è sporcare con questo libro l’immagine di Wikileaks?
- Sì, e ogni giorno qualcuno scrive un libro intitolato Desmontando a Daniel Estulin. Posso dimostrare che lavoro, intendo lavoravo per un’agenzia di controspionaggio. Pardon, non è un lapsus freudiano. E’ anche vero che un ex agente non è mai libero del tutto, come l’ex alcolista, e può ricaderci. Ma ora sono fuori e non racconto cose segrete.

- Saprà che molti lo considerano un abile inventore di teorie della cospirazione.
– Hahaha. Ciò che racconto è molto semplice da capire. Ma alcune persone hanno un cattivo rapporto con il proprio cervello.

Fonte: http://www.danielestulin.com/2011/06/22/la-cia-monto-wikileaks-para-cerrar-el-acceso-libre-a-internet-entrevista-el-periodico/

Visto su: http://www.vocidallastrada.com/

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