Si scrive Renzi, ma si legge Blair (cioè Jp Morgan)

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Una cena per decidere, una per confermare le decisioni. Primo giugno 2012, primo aprile 2014. Due protagonisti sempre presenti: il presidente del consiglio Matteo Renzi e l’ex premier britannico Tony Blair. Un terzo (presente con suoi rappresentanti) è l’organizzatore, il vero beneficiario dei frutti degli incontri: la banca d’affari Jp Morgan. «Renzi – scrive il quotidiano britannico “Daily Mirror” – è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La Jp Morgan». Riforma delle Province, del Senato, del lavoro, della pubblica amministrazione, della giustizia, del Consiglio dei ministri, riforma elettorale. Protesta Franco Fracassi: «Sta per essere stravolta la Costituzione italiana, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella pensata per impedire una futura svolta autoritaria nel paese. Così ha deciso il presidente del consiglio Matteo Renzi. Così ha suggerito la Jp Morgan», che ha arruolato proprio Blair tra i suoi consiglieri strategici.

La prima cena, a Palazzo Corsini a Firenze, la banca d’affari statunitense l’ha organizzata il 1° giugno 2012, ricorda Fracassi su “Popoff”: Renzi allora era solo sindaco, ma Jamie Dimon – il patron della Jp Morgan – aveva intuito che sarebbe presto arrivato a Palazzo Chigi. Secondo appuntamento, sempre con Blair, il 1° aprile 2014 a Londra. L’indomani, in un’intervista a “Repubblica”, Tony Blair ufficializza il suo endorsement per il neo-premier: «I momenti di grande crisi sono anche momenti di grande opportunità», ovvero perfetti per «realizzare un programma ambizioso come quello delineato dal nuovo premier italiano». L’amico Matteo? «Comprende perfettamente la sfida che ha di fronte: se facesse solo dei piccoli passi rischierebbe di perdere la spinta positiva con cui è partito». Per questo, «c’è una coerenza tra il suo programma di riforme costituzionali e le riforme strutturali per rilanciare l’economia». La crisi? «Può dargli l’opportunità per compiere quei cambiamenti che sono necessari al paese, ma che finora non sono mai stati fatti per le resistenze di lobby e interessi speciali».

Secondo Blair, Renzi deve ridurre il deficit, fare «le riforme necessarie per cambiare politica economica» e rilanciare la crescita, «non solo per generare occupazione ma anche per portare più denaro nelle finanze pubbliche». Per fare tutto questo, dice Blair, non serve la contrapposizione destra-sinistra, «bensì quella tra giusto e sbagliato, fra ciò che funziona e ciò che non funziona». E avverte: «Se la riduzione del deficit è troppo veloce, la crescita non riparte. Ma se non si fanno le necessarie riforme, il deficit non si riduce. E mi sembra che questo Renzi lo abbia capito benissimo». In un’altra intervista, rilasciata al “Times”, sempre Blair, annuncia: «Il mutamento cruciale, delle istituzioni politiche, neanche è cominciato. Il test chiave sarà l’Italia: il governo ha l’opportunità concreta di iniziare riforme significative». Parola di Tony Blair, pagato milioni di dollari l’anno per fare da consulente a una delle più importanti banche d’affari del mondo, seconda solo alla Goldman Sachs.

Proprio la Jp Morgan, continua Fracassi, è stata formalmente denunciata dalla Casa Bianca come «responsabile della crisi dei subprime» che ha poi scatenato la crisi economica mondiale. «Le banche d’affari – chiarisce l’economista statunitense Joseph Stiglitz – si servono di consulenti come la massoneria si serve dei propri membri». Funziona così: «I consulenti oliano gli ingranaggi della politica, avvicinano i politici che contano alle banche giuste e promuovono presso di loro politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche». Sono loro, le super-banche, a dettare la linea ai politici “compiacenti”. E la linea della Jp Morgan, datata 28 maggio 2013, è tristemente nota: nel documento di sedici pagine dal titolo “Aggiustamenti nell’area euro”, la superpotenza finanziaria di Dimon sostiene che dietro la crisi europea ci sono «limiti di natura politica», perché «i sistemi politici dei paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea».

Per la Jp Morgan, il problema – in Italia – è rappresentato dalla Costituzione antifascista, che mostra «una forte influenza delle idee socialiste», riflettendo «la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». Il governo è «debole» nei confronti del Parlamento e delle Regioni, e sconta come un handicap le «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori». L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro? Questo non piace, alla Jp Morgan, che denuncia come un problema anche «il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi». Il gioco è chiaro: la nostra Costituzione, spiega un economista come Emiliano Brancaccio, è temuta dal grande capitale, perché contiene «norme che vincolano la tutela della proprietà privata, che può essere espropriata per fini di pubblica utilità». Con una Costituzione come la nostra, dunque, «il soggetto straniero che viene ad acquisire capitale nazionale spesso a prezzi stracciati non è totalmente tutelato perché potrebbe essere espropriato». Sicché, «dietro la parolina magica “modernizzazione”, spesso pronunciata da Jp Morgan, c’è dunque la tutela degli interessi di chi vuole venire a fare shopping a buon mercato in Italia e in altri paesi periferici dell’Unione Europea». Niente paura: ora se ne occuperà Renzi, l’amico di Tony Blair, cavallo di Troia della Jp Morgan.

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E bravo Renzi, hai bruciato un milione di posti di lavoro

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Con 10 miliardi di euro si può creare quasi un milione di posti di lavoro, con stipendi da 1.200 euro netti al mese: perché invece disperdere quella cifra su dieci milioni di persone che un lavoro ce l’hanno già, e a cui 80 euro in più non cambiano certo la vita? Luciano Gallino non ha dubbi: «Al reale cambiamento, Renzi ha preferito lo spot ad effetto, l’impatto mediatico: 10 miliardi per 10 milioni di persone. Rimane impresso nelle menti, ma non cambia le sorti di nessuno». Tutto perfettamente in linea col rigore – per i lavoratori – raccomandato dai “padroni del mondo”, interessati a mantenere alta la disoccupazione: lo stesso progetto del Jobs Act che frammenta e precarizza ulteriormente il lavoro «nasce vecchio di vent’anni», già proposto nel lontano 1994 proprio dall’Ocse, uno dei massimi super-poteri mondiali, quello da cui oltretutto proviene l’attuale ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan.

A colloquio con Giacomo Russo Spena per “Micromega”, il sociologo dell’ateneo torinese denuncia il Jobs Act come un residuato bellico che porta la firma dell’Ocse, cioè «uno dei tanti organismi internazionali che entrano negli affari dei singoli Stati raccomandando sempre flessibilità, concertazione, taglio dello stato sociale». Esattamente vent’anni fa, spiega Gallino, l’Ocse produsse uno studio sull’indice di Lpl, cioè “legislazione a protezione dei lavoratori”, un indicatore di rigidità del mercato. Tesi: più alto è l’indicatore, più alta è la disoccupazione. «Da allora – dice Gallino – molti giuristi, economisti e sociologi hanno dimostrato come lo studio fosse stato scritto scegliendo prima le conclusioni, ovvero l’idea che bisognava smantellare e ridurre la protezione giuridica del lavoro per creare nuovi posti di lavoro, e solo successivamente analizzati i dati che, ovviamente, suffragavano quest’impostazione. In realtà – conclude il sociologo – non c’è alcuna conferma che il taglio dell’indice Lpl possa portare ad aumento dell’occupazione».

Nel 2006, continua Gallino, la stessa Ocse, dopo una serie di risultati, ha ammesso la contraddittorietà del fondamento: l’indice Lpl per l’Italia nel 1994 era superiore al 3,5. Dopo 12 anni, con le riforme delle leggi Treu 1997 (govenro Prodi) e Maroni-Sacconi 2003 (governo Berlusconi), era sceso ad 1,5. Più che dimezzato, eppure «i precari sono diventati 4 milioni». Identica musica col governo Monti: «La riforma Fornero ha seguito la stessa scia». E ora ecco il Jobs Act, a favorire ancora una volta la mobilità in uscita. «Nel 2014 ci ritroviamo con progetti lanciati su scala nazionale nel 1994». Sicché, «l’idea di continuare a perseverare con la medesima tecnica, che ha prodotto l’attuale disastro sociale, è preoccupante». Sintetizzando: con Renzi, «siamo di fronte a un conducente che affronta una strada tortuosa di montagna guardando soprattutto nello specchietto retrovisore: una cosa pericolosa, da non fare».

Precarizzazione “espansiva”, come l’austerity “felice” spacciata dai guru di Harvard e adottata dalla Troika europea? «La precarietà mina la vita di milioni di persone, com’è evidente dagli ultimi 15-20 anni. Distrugge professionalità, costringendo una persona nell’arco di 10 anni a passare da un mestiere all’altro penalizzando esperienze magari indispensabili. E inoltre riduce la produttività del lavoro, come si palesa nelle statistiche. In Italia, culla della precarietà, le imprese ottengono un minimo di profitto e fanno quadrare il bilancio tagliando sul costo del lavoro e puntando sulla compressione salariale dei dipendenti o sulla loro estrema flessibilizzazione». Tutto questo, «invece di investire su tecnologia qualificata, innovazione, ricerca e nuovi settori produttivi: così la precarietà non rappresenta una pessima strada solo per le condizioni di vita dei lavoratori, ma anche per l’economia perché incentiva una strada sbagliata». A questo punto sarebbe fondamentale una vera opposizione. La Cgil? Non pervenuta: il sindacato della Camusso è ormai «appannato».

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Le nuove forme dell’odio verso le classi inferiori: l’ideologia antirazzista

Italy's new government to face confidence vote in parliament

di Gennaro Scala

In precedenti scritti (1) ho cercato di evidenziare la natura, “di classe” si sarebbe detto una volta, dell’ideologia antirazzista (sottolineo che qui stiamo analizzando un’ideologia e non il valore dell’eguale dignità di ogni essere umano, di cui questa ideologia si vorrebbe abusivamente impossessare). In senso più estensivo, rispetto al dualismo della lotta di classe contro classe, avevo cercato di evidenziare le modalità secondo cui tale ideologia sorge dai conflitti tra i vari gruppi sociali, in particolare come essa segnava la frattura fra il ceto medio semicolto (2) e le classi inferiori, essendo un’ideologia con cui i ceti scolarizzati, dediti o aspiranti ad occupazioni non segnate dalla competizione con gli immigrati, “prendevano le distanze” dalle classi inferiori, incolte, incapaci di “cultura dell’accoglienza”, dedite a “rozzi” conflitti con gli immigrati riguardanti l’esercizio delle capacità lavorative,  mezzo esclusivo con cui alcune classi riescono tutt’oggi ad ottenere i “banali” mezzi di sussistenza.
Vorrei ora fare un passo in avanti, approfittando del fatto che un paese come l’Italia che vive una condizione abnorme mostra più apertamente di altri alcune dinamiche. I recenti governi italiani, quelli semi-golpisti seguiti al dimissionamento di Berlusconi, sono gli unici al mondo, a quanto mi risulta, che hanno usato l’antirazzismo come strumento di legittimazione, nei confronti del ceto medio semicolto (la pseudo base sociale di questi governi, base alquanto riluttante perché sottoposta a decimazione (3)) per sopperire ad un deficit totale di legittimazione. Infatti, il precedente governo vedeva come ministro la signora Kyenge (di origini congolesi, venuta in Italia come clandestina, come da lei orgogliosamente rivendicato), designata ministro perché con la pelle di colore nero (un’autentica forma di razzismo al contrario), scelta frutto di una “raffinata” operazione con cui si voleva legittimare il governo, seppur soltanto in negativo, qualificando come “razzista” l’opposizione a tali scelte del governo e implicitamente al governo stesso. La scelta della “ministra di colore” aveva però anche finalità più dirette, cioè favorire l’immigrazione. La cosa appare chiara con il presente governo che ha addirittura abolito il reato di immigrazione clandestina, esplicitando così la natura abnorme, coloniale, dello stato italiano, in quanto la possibilità di decidere chi ammettere nei propri confini è una delle prerogative principali di uno stato, senza la quale neanche si lo può definire tale.
Per quale motivo, nel momento in cui la disoccupazione raggiunge uno dei livelli più alti dal dopoguerra e in una fase di acutissima crisi economica, si favorisce l’immigrazione, abolendo il reato di immigrazione clandestina, e si stanziano notevoli fondi per l’“accoglienza” (mentre la tassazione da cui pur derivano questi fondi fa chiudere tante piccole e medie imprese)?
La risposta a tale domanda ci porta oltre il ceto medio semicolto al fine di individuare la vera origine della ideologia antirazzista. Origine da ricercarsi nella natura perversa delle nostre classi dominanti, nel fatto che si sono costituite come classi dominanti “antinazionali” (La Grassa) (4), nel fatto che nel loro asservimento verso le classi dominanti statunitensi non esitano ad eseguire il disegno della de-industrializzazione dell’Italia e del depauperamento delle classi lavoratrici italiane, in ossequio alla nuova collocazione internazionale subordinata dell’Italia. A questo serve l’immigrazione, a depauperare il paese, a trasformare l’Italia in un bacino di manodopera a basso costo, ed inoltre a mascherare con il buonismo questo autentico odio verso la popolazione e distacco dalle sorti dell’Italia come nazione. L’Italia è il paese delle maschere e questo perverso disegno si maschera con il volto del buonismo.
Il ceto medio semicolto, o quel che ne resta, si dimostra così essere un’appendice subordinata delle classi dominanti. Sui giovani studenti a partire dalle scuole elementari, per finire con l’Università, luogo del più pesante condizionamento mentale, in special modo nelle facoltà cosiddette umanistiche viene esercitata una forte pressione propagandistica, viene ripetuto, a mo’ di lavaggio del cervello, mille volte in mille salse che chi non accetta l’immigrazione è una persona negativa, razzista, fascista ecc. Tuttavia, il motivo principale per cui ha fatto presa tale ideologia sta nel distacco nella separazione delle classi medie scolarizzate dalle classi inferiori, il che è stata una delle principale cause della rovina del ceto medio semicolto, il quale nel momento in cui è stato decimato e precarizzato non ha potuto effettuare nessuna resistenza. Nel momento in cui la “classe politica”, la testa del ceto medio semicolto, la quale è un’esecutrice di ordini e non dispone del potere reale, appannaggio della Grande Finanza e Industria Decotta (Gianfranco La Grassa), è stata deprivata delle sue principali funzioni non ha potuto fare appello a nessuna alleanza sociale, essendosi distaccata dalle classi inferiori. L’ideologia antirazzista resta così oggi nell’ambito del ceto medio semicolto soltanto una vaga pretesa di superiorità morale.
L’ideologia antirazzista poggia su uno dei cardini della ideologia liberale egemone e unica ideologia vittoriosa del mondo occidentale odierno: l’individualismo-universalismo. In merito,  è fondamentale la “correzione comunitaria” dell’universalismo di Costanzo Preve: l’individuo partecipa al genere umano attraverso le “comunità intermedie” della famiglia, della classe sociale e dello stato, saltando direttamente dall’individuo al genere abbiamo quella forma di universalismo in cui principalmente si esplica la forma di dominio odierna, una forma che assume principalmente un volto di “sinistra”, motivo per cui le destre in Europa in genere assumono delle posizioni più sensate. Ad es. il Front National della Le Pen è l’unico partito che ha delle posizioni sensate sull’immigrazione e che non scivolano nella xenofobia come quelle della nostra Lega Nord. Tra l’altro il partito della Le Pen è l’unico grande partito europeo che ha preso le parti della Russia contro le provocazioni ordite dagli Stati Uniti, il che ne chiarisce la sua estraneità al neo-fascismo o neo-nazismo. Ma è un discorso valido esclusivamente per il contesto europeo, ad es. il Partito Comunista della Federazione Russa, la cui “ricca” esperienza, dalla rivoluzione sovietica in poi, ne ha mutato essenzialmente i connotati fino a farlo diventare qualcosa di essenzialmente diverso rispetto ai partiti comunisti europei,  ha una posizione di netta contrarietà all’immigrazione (cosa “inconcepibile” per  la sinistra europea).
Quindi se, per quanto riguarda le questioni contingenti, c’è aspettarsi, in Europa (sottolineo), posizioni maggiormente sensate dai partiti provenienti della destra, la natura perversa, degenere, delle classi dominanti europee, di cui quelle italiane sono solo un esempio più estremo, ci parla a chiare lettere della necessità di un cambiamento di sistema, il che vuol dire andare oltre la dinamica destra/sinistra.

1.G. Scala, Carattere reazionario dell’antirazzismo; G. Scala, Razzismo e antirazzismo
2. Per la definizione del concetto di ceto medio semicolto vedi G. Scala, Origini del ceto medio semicolto 
3. Scala, Addio ai Monti, addio al ceto medio semicolto
4. G. La Grassa, Capitalismo italiano, capitalismo antinazionale, 05/05/2009

 

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La lobby più potente del mondo

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di Andrea Baranes

Poteri . L’esercito degli Stakeholder, 60 a 1 per la finanza

Sono 1.700 addetti per un fat­tu­rato di oltre 120 milioni di euro l’anno. Non par­liamo di una mul­ti­na­zio­nale, ma dell’esercito di lob­bi­sti che affolla le isti­tu­zioni euro­pee a Bru­xel­les e della quan­tità di denaro for­nita ogni anno da ban­che e altre imprese del set­tore per soste­nerne le atti­vità. Sono alcuni dei dati rias­sunti nel rap­porto pub­bli­cato il 9 aprile da Cor­po­rate Europe Obser­va­tory — Ceo e inti­to­lato “la potenza di fuoco della lobby finan­zia­ria”, che siamo in grado di anticipare.

Se è banale, se non inge­nuo, sor­pren­dersi di fronte alla noti­zia di un mondo finan­zia­rio che eser­cita una for­tis­sima atti­vità di lobby sulle isti­tu­zioni euro­pee, ben diverso è leg­gere i dati e le cifre in gioco. Ogni regola, Diret­tiva, o ricerca passi da Par­la­mento, Com­mis­sione, Bce o qual­si­vo­glia altra isti­tu­zione euro­pea è sog­getta a que­sta potenza di fuoco. «Pro­ba­bil­mente la lobby più potente del mondo»; parole non di un qual­che gruppo di com­plot­tari, ma del Com­mis­sa­rio euro­peo Algir­das Semeta.

Così come non sono gruppi di com­plot­tari ma decine di par­la­men­tari euro­pei di diversi par­titi e schie­ra­menti che già a giu­gno 2010 sot­to­scri­vono un appello nel quale testual­mente si segnala che «pos­siamo vedere ogni giorno la pres­sione eser­ci­tata dall’industria ban­ca­ria e finan­zia­ria per influen­zare le leggi che li gover­nano. Non c’è nulla di straor­di­na­rio se que­ste imprese fanno cono­scere il pro­prio punto di vista e hanno discus­sioni con i legi­sla­tori. Ma ci sem­bra che l’asimmetria tra il potere di que­sta atti­vità di lobby e la man­canza di una espe­rienza oppo­sta ponga un peri­colo per la democrazia».

Que­sto peri­colo diventa pur­troppo evi­dente scor­rendo il rap­porto di Ceo. In sede euro­pea il mondo finan­zia­rio supera la spesa in atti­vità di lobby di ogni altro gruppo di inte­resse per un fat­tore di 50 a 1.

Per fare un esem­pio tra i molti pos­si­bili, una recente discus­sione al Par­la­mento euro­peo su una Diret­tiva riguar­dante hedge fundpri­vate equity, 900 emen­da­menti sui 1.700 totali sono stati redatti non da par­la­men­tari ma da lob­bi­sti del mondo finanziario.

Al Par­la­mento euro­peo sono attivi gruppi come il Euro­pean Par­lia­mentary Finan­cial Ser­vi­ces Forum (EPFSF) che com­prende mem­bri del Par­la­mento e lob­bi­sti finan­ziari per «pro­muo­vere un dia­logo tra il Par­la­mento euro­peo e l’industria dei ser­vizi finanziari».

Que­sto dia­logo com­prende ad esem­pio inviti ai par­la­men­tari per «semi­nari edu­ca­tivi sul tra­ding dei deri­vati». Il forum è finan­ziato prin­ci­pal­mente dai suoi 52 mem­bri, tra i quali JP Mor­gan, Gold­man Sachs Inter­na­tio­nal, Deu­tsche Bank, Citi­group e altri. E’ pos­si­bile saperlo per­ché ad oggi è l’unico gruppo di rilievo in ambito finan­zia­rio a rive­lare il nome dei pro­pri mem­bri. Il “Regi­stro per la Tra­spa­renza” delle atti­vità di lobby, isti­tuito in Ue nel 2008 per pro­vare a fare chia­rezza, è infatti uni­ca­mente volon­ta­rio, lasciando a imprese e lob­bi­sti la scelta di regi­strarsi o meno. Sta di fatto che un sin­golo par­la­men­tare euro­peo rivela di avere rice­vuto qual­cosa come 142 inviti in due anni dal mondo finan­zia­rio per “eventi”, “semi­nari” o simili. Leggi il resto dell’articolo

Il potere della disinformazione mediatica

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di Giacomo Bellisario

La globalizzazione, considerata dal punto di vista culturale, si basa sull’affermazione dell’idea di una società mondializzata dell’informazione, dove la massa prevale sul singolo: positivamente perchè vi è l’affermazione della democrazia e del diffuso benessere, negativamente perchè vi è un processo di appiattimento della psiche e di condizionamento della libertà di scelta e opinione. Le cause principali di questo fenomeno sono individuabili nel sistema totalitario delle comunicazioni, i cosiddetti “mass media”, controllato da pochi personaggi di spicco che, manipolando intimi conoscenti, giornalisti e conduttori televisivi, riescono a imporre tutto ciò che porta loro vantaggio. Questo sistema è talmente forte che ogni tentativo di opporsi a questa compagine, dando l’opportunità di aprirsi alla libertà di pensiero e di parola, è stato annientato -esempio tangibile è la chiusura o la censura di svariati programmi indipendenti che tendono a separarsi da questa malsana struttura “oligarchica”­.
Ma quali sono gli effetti della diffusione dei mezzi di comunicazione?  Oggi, i mass media permettono alla maggior parte delle persone di avere accesso a una fonte primaria di notizie e di informazioni che, però, sono contaminate, incomplete, e talvolta inattendibili, a tal punto da conformare gli atteggiamenti, le opinioni, i valori e i prototipi di comportamento della massa. La “scatola” può anche danneggiare le nostre personalità che, diffondendo valori e modelli di comportamento falsati e degradanti, mandando in onda reality show e quiz televisivi, trasmettendo pubblicità profittatrici che inducono al consumismo, esaltando false visioni della vita, contribuisce a inculcare il relativismo morale e a incrementare e il conformismo. Spesso, dunque, gli individui si trovano a subire delle pressioni provenienti da altri, che spingono loro a uniformarsi ad alcune idee. Ora, se in taluni casi l’influenza è reciproca, dando luogo così ad una molteplicità di fonti e di bersagli influenzabili, altre volte, invece, può verificarsi che l’influenza si manifesti in una sola direzione: quella espressa dalla maggioranza.
È necessario perciò lottare contro la privatizzazione e la mercificazione dell’informazione, avviando una ‘insurrezione’ di coscienza che riesca a porre alla ribalta il problema”. Ecco perché, occorre arrivare ad una conseguenza istituzionale, magari formando un comitato di “mediaetica” incaricato di vegliare sul sistema e difendere i valori fondamentali dell’etica. Più etica può significare anche più affari, laddove si giunga ad un lavoro basato su più verità dei fatti, più qualità dell’informazione, più cultura, in un sistema mediatico dominato dalle immagini e perciò frammentato e bisognoso di approfondimenti di qualità. L’informazione, oggi, significa “potere”. Una volta poteva anche assumere il senso di “verità”, intesa non come assoluta oggettività (quasi impossibile da praticare), bensì come ricerca dettagliata dei fatti, scevra da pressioni dei vari poteri forti. Informare deve essere un’operazione di onestà. Ciò non significa che non dobbiamo essere sempre più esigenti nella ricerca della verità dei fatti. Dobbiamo renderci conto del potere della verità: una volta detta, difficilmente può essere distrutta.
A tal proposito citiamo il testamento morale di Steve Jobs:”Il vostro tempo è limitato, allora non buttatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non crediate che il rumore delle opinioni degli altri affoghi la vostra voce interiore. Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario”.

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La Sindrome di Yeltsin e il ritorno delle Potenze.

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di Uriel Fanelli

Ogni volta che vedo spuntare sui giornali quanto sia popolare Putin in Russia, ed ora vedo quanto popolare sia Erdogan in Turchia, e poi vedo che alcuni giornali cianciano di “Ritorno delle Potenze”, mi scopro a chiedermi “ma perche’ guardano il dato sbagliato?” . Il vero problema non e’ quanto sia popolare Putin in Russia. Non e’ una sorpresa. E non e’ nemmeno quanto sia popolare Erdogan in Turchia. Anche questo e’ risaputo. Il problema che dovremmo farci semmai e’ un altro: quanto e’ popolare Putin in Germania, Italia, Francia, Inghilterra?

Questo e’ il punto del problema, e questo e’ l’interrogativo: i leader che appaiono piu’ forti , piu’ inamovibili, piu’ rigidi, ed a volte persino piu’ violenti, stanno entrando nella hit parade della politica europea , e nessuno si chiede il perche’.

In questo senso, sarebbe utile conoscere la storia della Russia moderna, per capirlo.  Se non si capisce per quale motivo i personaggi come Putin , Erdogan , ma anche leader molto fermi nel dire “NO”  siano  in tale ascesa.

Dopo il crollo del comunismo, la Russia fu semplicemente assalita dal peggio dei gangsters delle borse americane ed inglesi. Nonostante non mancasse la pubblica amministrazione russa , e nonostante non mancassero certo persone oneste in Russia, essi non persero tempo a costruire qualcosa di buono. Cercarono sistematicamente i mafiosi locali, che arricchirono sino a farne degli oligarchi, e ridussero la Russia in un luogo da cui fuggire. Nel periodo in cui la “Democrazia” arrivava in Russia, fuggirono a questa situazione , che definirei “pre-batistiana” quasi 50 milioni di russi, tale fu la drammatica catastrofe demografica avvenuta in quel periodo.

Se nel periodo comunista il russo poteva almeno uscire di casa per andare a bere vodka col vicino, in quel periodo rischiava di venire ucciso o rapinato dagli “Uligani”, o venire coinvolto in qualche sparatoria tra gang di mafiosi. Le donne andavano letteralmente scortate, le giovani venivano rapite per rifornire i mercati della prostituzione, un fiume di droga invase la nazione, che divenne un inferno invivibile.

Quando i russi volevano piu’ polizia, o solo una polizia migliore, veniva risposto loro che il comunismo era finito, e che quella era la democrazia e la via occidentale. Per anni la gente imploro’ non dico il ritorno dello stato comunista, ma almeno l’arrivo di uno stato qualsiasi. E parlo di una situazione al cui confronto i peggiori quartieri di Napoli sembravano il centro di Zurigo. in confronto.

Ora, quando arriva Putin e torna lo stato, e’ ovvio che tutti fecero festa. Non te ne frega un cazzo se qualcuno perseguita i gay, se nella situazione precedente i bambini venivano rapiti per girare snuff movies, o per essere venduti in qualche mercato di pervertiti: a quel punto, rivuoi una morale qualsiasi , e se si esagera nell’altra direzione, beh, quando hai visto l’inferno, e l’inferno ti ha detto “io sono la democrazia”, allora sei ben felice della tua dittatura.

Questa e’ la sindrome Russa: una mostruosa massa di potenti gangster che arrivano, chiamano “liberta’ ” i loro porci comodi, e riducono ogni cosa in un inferno. Dopo questo, chiunque porti un minimo di ordine e’ il benvenuto. Putin non ha bisogno di nascondere le sue tendenze autoritarie, perche’ dopo aver spedito in carcere un pochino di oligarchi, e aver fatto vedere le loro famiglie implorarlo per una decina di anni, il russo ha capito una cosa: che finche’ ci sara’ qualcuno come Putin, quell’orrore chiamato democrazia non tornera’.

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La partita dell’energia tra Eni e shale gas

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di Francesco Carlesi

La fratturazione idraulica è una tecnica d’estrazione di gas che sta assumendo sempre più importanza e notorietà in questi ultimi anni. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua, miscelata con sostanze chimiche (coperte da segreto industriale) vengono sparate con una pressione che frantuma la roccia, liberando il gas, che viene catturato e commercializzato. Tutto ciò sta diventando un’impressionante arma nelle mani degli Stati Uniti d’America, i maggiori produttori e consumatori a livello mondiale del cosiddetto shale gas, i cui prezzi rispetto alle risorse  energetiche tradizionali appaiono estremamente competitivi. Non a caso, sono proprio le lobby industriali americane ad opporsi alla vendita verso l’estero dello shale, per mantenere un vantaggio economico non indifferente rispetto ai concorrenti europei e asiatici. Difficile credere che sarà così per sempre.

La questione ucraina si inserisce appieno in questo contesto. Impossessarsi del paese – chiave attraverso il quale passa la maggior parte del gas russo per l’Europa (e quindi l’Italia) avrebbe un valore strategico fondamentale per gli Usa nella “lotta energetica” che anima le maggiori potenze mondiali. A quel punto, infatti, potrebbe essere facile per il paese a stelle e strisce entrare sul mercato con lo shale gas da dominatore incontrastato. I recenti incontri diplomatici di Obama e il tentativo di isolare la Russia nascondono anche questa valenza.

La nota vicenda del South Stream (che “bypassa” l’Ucraina) assume quindi una volta di più carattere vitale per l’Italia, in una partita in cui è l’indipendenza nazionale ad essere in gioco. Centrale per il nostro paese e il suo “braccio armato”, l’Eni di Scaroni, sarà anche la capacità di differenziare le fonti di approvvigionamento energetico. All’ordine del giorno vi è la questione della Tap (Trans Adriatic Pipeline), che  dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Italia tramite Grecia e Albania. Questo progetto di Gasdotto Trans-Adriatico prevede la realizzazione di un nuovo metanodotto di importazione di gas naturale dalla regione del Mar Caspio all’Europa, lungo circa 870 km, con approdo sulla costa italiana,  nella provincia di Lecce. Sarà dura però superare le perplessità di ambientalisti e partiti politici (SEL in primis), che si oppongono strenuamente alla realizzazione in questione.

Importante è anche il gas proveniente dalla Libia, in cui ancora subiamo le conseguenze dell’intervento armato contro Gheddafi, grazie al quale Francia e Inghilterra si sono inserite nel paese mettendo in pericolo i nostri interessi. Tornare a essere “matteiani” e recuperare le posizioni in Africa, un continente nel quale oltre alla tradizionale presenza francese si stanno facendo prepotentemente strada attori quali Cina e Brasile, è una delle sfide più importanti che si pongono di fronte alla nostra nazione.

Anche perché, oltre agli Stati Uniti, anche Israele potrebbe diventare un futuro esportatore di gas, se riuscisse a sfruttare a pieno la recente scoperta del maxi-giacimento Leviathan nel Mar di Levante. Stiamo parlando di un paese che che sin dagli anni ’50 tentò di ostacolare le nostre politiche indipendentiste sul piano energetico e delle relazioni internazionali. Riguardo al Leviathan, già si è aperta una lotta, diplomatica e non, tra le potenze della zona come Cipro e Turchia (oltre ovviamente a Russia e Stati Uniti) per trarre massimo vantaggio da una situazione che potrebbe letteralmente rivoluzionare gli scenari.

Come si evince facilmente, le carte in tavola possono cambiare da un momento all’altro. Oltre alle pesanti incognite emerse recentemente riguardo allo shale gas, sia dal punto di vista delle reali potenzialità dei giacimenti che da quello del devastante impatto ambientale, i maggiori nodi da sciogliere per il nostro paese restano legati alla capacità strategica dell’Eni. A Scaroni, impegnato in diversi incontri importanti tra Africa e Washington in questi giorni, il compito di dare voce all’Italia nella complessa rete in cui da sempre si muove la nostra tormentata politica estera.

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